Amarti mi consola, cantava Giovanni Lindo Ferretti, con quella faccia scavata ed una voce che non canta ma recita, declama, graffia, penetra.

E mi sa che finalmente ho capito cosa vuol dire.
“Mi consola…” ché non è una consolazione da ultima spiaggia, però.
E’ una consolazione condivisione.

Come quella di due ufficiali dell’esercito che dalla trincea, guardano il niente pensando che la guerra è ormai persa, ché non è nemmeno una guerra giusta e, siccome la stai perdendo, ti sembra persino di aver sbagliato tutto.
Di aver buttato via tutto.

E realizzare invece che anche nelle sconfitte può esserci consolazione.
E che non abbiamo ancora perso. Siamo ancora in corsa. Io e te.

Amarti mi affatica
mi svuota dentro
qualcosa che assomiglia
a ridere nel pianto…

Sospesa è la sera.
Anche il buio chiede amore, ché anche l’ombra vuole apparire, l’essenza spesso si cela proprio lì e chiede di essere accolta, a prescindere da ciò che è, con assoluta trasparenza.
E il tocco buono di una carezza arriva a salvarci dal buio, ché il cuore chiede anche tranquillità per funzionare.
Così ci si rivela e si prega sottovoce che tutto vada bene, che l’ombra rimanga impressa sul muro, delineata da linee impalpabili, ma precise.
Seduta sul bordo del cornicione, equilibrista e funambola, sto in compagnia dei tetti, regno di gatti e uccelli, rifugio per pensieri e ricordi che soffocano laggiù, tra quella folla di parole e persone affannate.
E guardo quelle facce, le interrogo e le studio, chiedendomi come riescano a non porsi domande, a vivere in una dolce inerzia, priva di laboriosi e nervosi pensieri.
Il buio nebuloso dentro infastidisce ma, a volte, profuma quasi di fierezza.
Un giorno l’ho lasciato uscire, da non so quale feritoia, e si è colorato di nuove sfumature, colori che altrimenti sarebbero rimasti sempre uguali a se stessi.
Come spiegare a quei visi che il nero non è solo tale, che esiste anche una meravigliosa gradazione di nero brillante, o un più profondo tono di rosso sbilanciato, appena percettibile eppure così diverso, che il blu notte, quando è lucido di stelle, è meglio di qualsiasi azzurro oltre mare?
Abbozzo una risposta assolutamente stonata, ché dove serve il silenzio, anche il suono perfetto, non dovrebbe sentirsi.

I libri, anche quelli con lo stesso titolo in copertina, non sono mai uguali.
Ci sono quelli nuovi che annuso in libreria, che nemmeno il cioccolato fondente purissimo è capace di suscitare un languorino così, quelli che accarezzo le copertine dalle diverse consistenze, lisce, lucide, patinate, quelli che li vedi sullo scaffale o in vetrina ed è un tuffo al cuore, come scorgere l’amato da lontano ed avanzare piano l’uno verso l’altro, sino a sfiorarsi.

E poi ci sono quelli che profumano di antico, le vecchie edizioni, quelli con addosso i segni del tempo, le impronte delle dita e delle volte in cui sono stati sfogliati, quelli con i dorsi duri e le pagine allargate, un po’ sgualcite e morbide come petali di fiori appassiti.

Quello che tengo in mano e che ho iniziato a leggere, a voce alta e bassa, è un libro vecchio, ma con dentro parole nuove di zecca.
E’ un libro diverso, un libro d’altri tempi che mi dona tempo e respiro nuovo. Tempo per farmi ascoltare, tempo per giocare, per pensare ed imparare, tempo che mi arricchisce.
C’è da perdersi, in quel tempo lì, perché ogni libro è tempo presente e futuro, una ricchezza che nulla e nessuno può portare via e cui tutti possiamo ambire.

Intingo la voce nell’inchiostro di parole stampate e me le faccio germogliare dentro, al caldo. Minuscoli semini, solo miei e diversi da quelli di chiunque altro, che trasformo in suoni, nelle voci dei personaggi.
Dopo alcune pagine mi fermo ad ascolare al buio il suo respiro che cambia, la testa della mia piccola ascoltatrice che diventa pesante e ferma, posata sulla mia pancia, i capelli sulle guance e quel profumo d’infanzia e di ricchezza condivisa.

Chiudo il libro tra le mani, ascolto il silenzio arrivare a ondate, il rumore di un’auto che passa e della luce che si spegne. Clic, buonanotte.

Se dovessi dare una forma, o meglio, una consistenza, un peso, ai pensieri di oggi, di questa sera, direi che assomigliano a qualcosa di sottile.
Sottile come certe fitte, simile alle ossa rotte che tornano a far male nel punto esatto della rottura, nei giorni di pioggia, quando c’è più umidità.
Reumatismi mai veramente guariti, mai passati e che ogni tanto fa anche bene sentirli per ricordarseli, così da non permettere che ne nascano dei nuovi.
Sottile è la sensazione di sbagliare, che va e mi resta in circolo anche quando mi pare non ci sia alcun motivo per sentirla.
Sbagliare quello che faccio, sbagliare se non faccio.
Fosse anche una parola o un sorriso, spesso, ho l’impressione di aver sbagliato maniera, momento, luogo…
E mi pare ci sia qualcosa che scricchiola, che cigola, che stona, tra ciò che manifesto o esprimo e ciò che viene recepito. Ed anche qui è sottile, una cartilagine, un rumore in sottofondo, un sottile dispiacere, un crack sottile.
Mi capita di non sentirmi affatto soddisfatta. Un po’ fuori posto, un po’ sottostimata, ecco, questa è una cosa che mi fa rabbia, perché dà ragione a quella parte di me che già si stima poco e non vede l’ora di farsi sentire col suo vecchio adagio “vedi, stronzetta, che avevo ragione io?, non vali niente”
E magari la banale verità è proprio questa. O forse, semplicemente, in certi casi manca il feeling e non ha certo senso faticare per tirarlo fuori.
E allora cerco di fare meno danni possibili riducendo al minimo i contatti ravvicinati.
Deliberatamente evito certi luoghi, certe strade troppo frequentate, cammino su vie alternative, alzando il bavero della giacca, nascondendoci dentro la faccia e le rughe.
E’ come se la donna capace di prendersi cura di sé, quella dai piccoli gesti non ci fosse più.
Poi da qualche parte, qualche volta torna, ma subito c’è qualcosa che ne spezza la vitalità.
Ed è ancora sottile. La sensazione di voler chiudere questa giornata, questa specie di lamento, nel letto.


Di favole è pieno il mondo, oltre che la libreria di casa, eppure io, che son cresciuta a pane e Andersen e fratelli Grimm, una favola così, non l’avevo mai vista.
Ci ha pensato la Disney con il suo film d’animazione di Natale a regalarmi due ore di musica, coreografie, bei disegni (dipinti sequenza per sequenza a mano, come una volta), bellissima storia, bellissimi protagonisti.
Non s’era mai vista una principessa di origini afroamericane che anziché sospirare dall’alto della sua torre l’arrivo del suo bel principe, ha come unico sogno, quello di aprire niente meno che… un ristorante!
Una favola per metà umana e per metà animale, che si snoda con la disinvoltura del musical sullo sfondo di una New Orleans anni venti, patria e culla del jazz.
Città dal fascino misterioso e quindi ambientazione perfetta anche per magie ed incantesimi: è proprio un rito vodoo a dare inizio a tutte le (dis)avventure dei nostri eroi, un bacio inconsulto al principe ranocchio ed una ragazza si ritrova a gracidare sulle rive del Mississipi.
Insomma, per me che ho sempre guardato a Cenerentola, Biancaneve e La Bella Addormentata, con un po’ di apprensione e di sufficienza, devo riconoscere che questa principessa rappresenta certamente l’evoluzione dei tempi.
Perché è vero sì che i sogni son desideri chiusi infondo al cuor, ma Tiana sia da ranocchietta che da umana, li persegue con forza e determinazione, più da donna risolta e risoluta che non da vittima di incantesimi, matrigne e sorte avversa.
E tra alligatori trombettisti jazz e lucciole che amano segretamente stelle in cielo, la magia della favola si espande, sino al consueto ed immancabile lieto fine.
E’ dai tempi di tutti quanti, tutti quanti, tutti quanti voglion fare il jazz (Gli Aristogatti n.d.r.) che non mi sentivo così “ritmata”.
E devo ammettere pure che, malgrado non abbia particolarmente in grazia gli anfibi, se proprio dovesse capitare, sì insomma… un bacino, ma sì, sarei disposta a darlo.
Mia figlia, dolcissima creatura post-romantica, lungo il corridoio d’uscita ha dichiarato che, certo, a lei piacevano di più quando erano rane.
Quando tornano umani – dice – si baciano troppo!
Bella de’ mamma…!

Filastrocca di Capodanno
fammi gli auguri per tutto l’anno:

Voglio un gennaio col sole d’aprile,
un luglio fresco, un marzo gentile,

Voglio un giorno senza sera,
voglio un mare senza bufera,

voglio un pane sempre fresco,
sul cipresso il fiore del pesco,

che siano amici il gatto e il cane,
che diano latte le fontane.

Se voglio troppo, non darmi niente,
dammi una faccia allegra solamente.

(Gianni Rodari – Filastrocca di Capodanno)

… insomma, non è proprio niente, o solamente!

Ma è certamente una delle cose migliori che si possano chiedere ed augurare.


E’ stato solo dopo esserci seduti qui, sulla riva di un mare inquieto, tra le rovine di un cielo in tempesta, che ci siamo raccontati come mai ci trovavamo lì.
Mi hai detto di te, di quello che avevi fatto negli ultimi anni e mi hai parlato dei tuoi progetti, di come a volte, tutto scorre simile alla marea.
Sono sempre tante le cose da dirsi, parole che ci riversiamo addosso a ondate, sorsi di vita salina che ci passiamo di bocca in bocca, a prosciugare il tempo e lo spazio attorno.
Io, ho fatto giusto in tempo a dirti di un sogno particolarmente intenso, denso, oleoso, che avevo fatto la notte prima, là dove ero rimasta seduta.
Tu, dei tuoi, mi dici che sono sogni interrotti e distratti, che ora non vorrei nient’altro che poterli stringere dentro queste parole insufficienti, schiuderli tra le palpebre calde e pesanti e cullarli, tra queste braccia carenti, su questa bocca incoerente.
Camminiamo su e giù lungo la banchina della memoria, ma il momento migliore è quando ci fermiamo e sediamo vicini, allineati. In mezzo, solo il nostro bisogno di convergere, che giace tra fluttuanti ansie e vapori di piogge inattese.
Ci lasciamo accarezzare dalla promessa di riposarci un po’, ma poi il bisogno di tornare a dissetarsi è più forte e restiamo così, ad occhi aperti, a sognare l’uno il sogno dell’altro, sussurrando di stelle e musica e altre cose simili.
Soltanto di cose lontane e grandi parliamo, molto più grandi di noi, inafferrabili e inaccessibili, una prosa dai contorni sfuggenti, dalle regole incomprensibili.
Un debole chiarore, dal cielo, rimbalza sulla ghiaia.
Ha le stesse vibrazioni della tua voce, le stesse sfumature di candido piacere.
Soffio. Un rivolo d’aria si condensa in un punto indefinito della linea dell’orizzonte ancora bianco e gelido.
Chissà se anche nel tuo sogno c’era questa luce candida, chissà se era inverno, una mattina di fine anno come questa…

© Petite

Riemergi puntualmente dal sottopassaggio della Stazione Pensiero, in uno di quei giorni in cui non chiedi niente e che niente ti danno.
E’ così, spostando oggetti da una parte all’altra e mettendo le mani ovunque, alla ricerca di nulla, che ti trovo, ti vedo, ti raggiungo.
Non siamo poi così diversi da quando soffiava il vento caldo ed io, incapace di scandire pensieri e parole, restavo in ascolto.
Di tanto in tanto ci torno lì, a ripercorrere le stesse tracce, implorando tutta la stazione di zittirsi, perché sto ancora ascoltando.
Sento il vento schiaffeggiare la soglia del ricordo e penso che mi piacerebbe poter trattenere il respiro fino alla prossima volta in cui ti sentirò ricomparire, indugiando ancora un po’, incerta, tra la strada rapida e veloce della resa o quella contorta e insidiosa della lotta.

Caro Babbo Natale,
non sono più una bambina ormai da un bel po’ di tempo, ma siccome non si finisce mai di crescere e di imparare, oggi regredisco più del solito e ti scrivo.
La mia non è una lettera di richiesta doni, è più uno dei miei tanti incastri rimasti senza collocazione, ma anche un modo per ringraziare per ciò che ho ricevuto e per tutto ciò che continuerò a ricevere.
Da piccola, alle prese col rito dei regali, mia madre, i miei zii e parenti vari, erano tutti concordi e unanimi nel dire che non davo alcuna soddisfazione.
E apparentemente forse era così, perché dalla faccia non traspariva abbastanza gioia, il sorriso non era troppo visibile, gli occhi non abbastanza lucidi e spalancati. Ma la verità era un’altra.
In quel momento io stavo proteggendo una mia emozione, perché vedevo qualcuno che non ero io stessa, prendersi cura di esaudire i miei desideri.
Oggi che proprio così bambina non sono più, oggi che tu non giri più con la slitta trainata dalle renne ma in vespa (o lambretta? …non le so mica distinguere!), sento però che ho ancora qualche difficoltà a ricevere.
Infatti non chiedo, non chiedo quasi mai, ma soprattutto tendo a confondere il tanto con il troppo.
Ché a leggerle così, vicine, queste due parole, tanto e troppo, sembrano quasi la stessa cosa. E invece no.
Io non ho mai avuto troppo.
Tanto sì, forse sì, un tanto con appiccicata sopra un’etichetta sbagliata però.
Era la sensazione di avere più di ciò che mi sembrava giusto poter avere o meritare.
E allora confondevo il tanto col troppo e lo ridimensionavo a misura mia, sino a che un giorno, a furia di assottigliarsi, è diventato pure poco.
Ora ci tengo a tenerle ben separate le due parole, le ho (ri)conosciute, valutate, soppesate e so che sono due entità ben distinte, anche se ancora, troppo spesso, tendono a confondersi e mescolarsi nella mia testa.
Io non mi sazio col tanto, che potrebbe comunque non essere abbastanza e mi disgusta il troppo, allora continuo a cercare quella ipotetica giusta misura, la dose equilibrata.
Ecco, se per caso tu ce l’hai, lasciala cadere come fiocchi di neve sulla mia testa così che io possa capire che posso anche smettere di cercare…