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Una rosa sui tetti © Sarimagiha

Cosa succede quando l’arte figurativa di Sarimagiha incontra l’abilità creativa delle parole di Pan?
Succede che lui componga dei versi incredibilmente ispirati e che mi lanci un invito al quale non riesco a sottrarmi…
Ché al di là del risultato, a me le sfide piacciono. Soprattutto quando liberano la vena creativa, quella che pulsa silenziosa, che non puoi fare a meno di ascoltarla quando, sottopelle, ne avverti il lieve attrito e la senti strusciarsi ruffiana per andarsi a posare chissà dove…

Dove poggia il tuo sguardo

quando nuvola di organza

dall’alto del tuo scranno vigili?

Sul tetto del mondo volteggi

tra vuoti e pieni

a rincorrere geometriche lame,

lembi di tempo dagli orli scuciti.

Echi di inverni perenni umidi di rugiada,

tremuli soffi di passi ostinati in volo a confluire

in una quiete greve e indolente

e rosa sui tetti divenire.

Elle's bag ©

Eccoli qui i miei buoni propositi, il mio (auto)controllo, eccoli qui in questa borsa aperta.
E mi infastidisce questo mio volerla sempre aprire, ché mi dimentico cosa sto cercando nel momento stesso in cui lo cerco.
E al contempo però mi piace, per questo gioco frivolo di raccontarmi per immagini, di comunicare chi sono, come la penso e come la vedo.
Qui dentro c’è la musica dell’i-pod, c’è l’agenda con la penna, foglietti di carta con appunti, occhiali da sole, mazzi di chiavi, cellulare, un rossetto, portafoglio, un pacchetto di fazzoletti di carta, uno o più libri, dipende dal momento.
C’è la voglia di sorridere, un po’ di sole misto a pioggia e qualche sogno sbiadito o ancora addormentato, che aspetta il suo caffè.
Voglio bene a questi oggetti, un bene fatto di dettagli e me li porto sempre dietro perchè così ho l’idea di poter andare lontano ed avere con me tutto ciò che serve, con la sensazione di aver però dimenticato qualcosa.
Ché basterà girarmi un attimo, abbassare per un solo istante le difese, per ritrovarlo li, bello come sempre, con quegli occhi appiccicati ai miei, con quelle mani che cercano di contenermi, con la barba di qualche giorno che mi punge leggermente la pelle, con quella bocca che mi vizia e viaggia insieme a me.
Eh sì, viaggia, perchè quella bocca conosce vari mezzi di trasporto, anche quelli non convenzionali.

Capita a volte di ritrovarsi in bocca parole conosciute, note, dette e ridette, usate, abusate, ma da tempo estranee.
E te le ritrovi inaspettatamente lì, appiattite lungo la linea del palato, sulla soglia della bocca che saltan fuori in un balzo e nemmeno ti danno il tempo di capire come e perchè.
Per una come me che è abituata a guardare le parole non solo come parole, a sentirne il peso specifico, fa uno strano effetto ripronunciarle…è come ritrovarsi in casa uno sconosciuto cui però spalanchi la porta sorridendo.
E fissi lo straniero con aria interrogativa e lui sorride di rimando e non puoi fare a meno di ricambiare…e più lo guardi più ti sembra che quei tratti rivelino sagome conosciute, ma ancora piuttosto sfocate.
Non è nè nero, nè bianco ancora.
Solo sfumature proibite.
E resti lì con questo straniero che fa tutto il giro delle tue stanze, che non te l’aspettavi, non lo sapevi, non potevi saperlo o forse l’hai solo immaginato di farfugliare in “moccese”…scusa ma ti chiamo amore.

Con Petite (mia figlia n.d.r.) la “vestizione” è uno dei rituali più difficili da concludere. Più passano gli anni (e siamo solo a 4 non ancora compiuti) più la scelta e gli abbinamenti non dipendono dalla sottoscritta, ma da lei.
E ci vuole tempo eh? l’operazione, come tutti i rituali che si rispettino, necessita di tempi rigorosamente elastici. Ad onor del vero c’è da dire che ultimamente va meglio, agevolata dalla bella stagione, so che per vestire la creatura non ho più bisogno di tirarmi giù dal letto quel tanto prima per non ritrovarmi, già alle prime ore del mattino, a debito d’ossigeno.

Nell’armadio tra i vestiti che sono ormai passati di misura (e a quest’età passano moooolto velocemente) e quelli che invece vanno bene, regna un po’ l’anarchia e allora ho pensato di semplificarmi la vita facendo una bella selezione dei vestiti che si mette davvero, eliminare il resto e così, circoscrivendo la scelta, la mattina i tempi di attesa dovrebbero diminuire, (forse)…

Un pomeriggio l’avevo lasciata sull’arrabbiato andante a casa della nonna con un discorsetto in sospeso del tipo “Tesoro, mamma non vuole buttare tutte le tue cose, ma un po’ dobbiamo per forza toglierle, tu intanto pensaci su, poi vediamo…”
Torniamo sull’argomento qualche giorno dopo, una sera che era tutta dolce e piena di sorrisi per me. La prendo in braccio, le faccio il cavalluccio e poi le treccine (altro rituale) e le annuncio che ho una cosa da dirle: “Ti ricordi che mamma ti aveva detto di pensarci su a quella cosa dei vestiti?”
Con la faccina imbronciata di quando vuol dimostrare disappunto, comincia a dire che lei ci ha pensato, ma…
Con scatto felino, la interrompo prima che possa anche solo tentare di iniziare il contraddittorio e le dico che ci ho pensato su anch’io ed ho avuto un’idea grandiosa: andiamo a scegliere insieme i vestiti che ancora si mette, quelli che non si mette più li regaliamo, così la mattina siamo più veloci ad arrivare all’asilo. “Che poi, se proprio ci manca qualcosa, lo andiamo a comprare nuovo in quel negozio che ci piace tanto…ça và?!?”
La creaturina sorride raggiante, poi ci abbracciamo e lei mi fa: “mamma, grazie che ci hai pensato tu al posto mio” e a seguire bacini, abbracci e coccolette. Maman che per poco non si scioglie come un gelato al sole, pensa: “eccerto che ci ho pensato io…”

E così mi avvio verso la camera, a scegliere i vestiti che le vanno bene e quelli che avremmo regalato.
Lei invece no, dall’altra stanza mi arriva un perentorio: “mamma devo disegnare” e non sia mai che io tarpo le ali al guizzo di creatività infantile. Le passo un foglio sul quale lei mi disegna alta, con una selva di capelli riccioluti, occhi enormi, bocca larga, gambe e braccia smisuratamente lunghe e poi: “Mamma”
“Sììì cherie?”
“Come si disegnano i jeans”?
Insomma praticamente in jeans io ci vivo e credo che lei li veda ormai come una parte di me. Chissà, magari da grande farà la stilista, o anche no, ma con gli occhi dell’amore.


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Foto by Elle e photofunia

Tace vorace l’immagine riflessa

a ricordare come ci si sente ad essere solo essere.

Muta lo sguardo e si fa sognante,

sospiro interno di rima incalzante.

Ho sempre invidiato (in senso buono) chi riesce a scrivere versi in rima componendo frasi di senso compiuto. Ed io non ci riesco mai, forse perchè in genere, prediligo le dissonzanze più che le assonanze, ma ’sta cosa di scegliere e riuscire a mettere insieme parole con suoni simili, che rendano l’idea di qualcosa di musicale, mi gira dentro da un po’, senza trovare il giusto canale d’espressione.

E comunque stamattina ci ho provato, ma più dell’haiku di cui sopra, non mi viene. E quando il pensiero non scorre liberamente, allora meglio fermarsi, ché vuol dire che ha bisogno di tempo per maturare, o forse solo dell’energia e della spinta giusta per fluire libero.

E poi mi piaceva l’idea di “osare” ed ho osato.


In principio è una sensazione di vuoto.
Uno spazio che però non si può riempire, ché se provi a farlo il vuoto si fa più stretto e doloroso e ti attanaglia, sino a soffocarti.

E’ il cuore che martella all’unisono con le tempie. E’ un nodo in gola.
E’ il desiderio insano di voler(ti) assorbire, di poter essere lingua, per leccar via, sciogliere ed ingoiare tutto ciò che di amaro c’è intorno.
E’ fame di respiro leggero e non poterla alleviare, fame di radici bagnate e coperte, non esposte all’aria, al vento che soffia e prosciuga dentro. 

La mascella serrata, stretta, non si dischiude più e riarsa brucia come fiamma viva.
Vigile incoscienza che mi fa chiudere gli occhi per riempirmi ancora.
Socchiudo gli occhi appena e mi accarezzo la pancia, lasciata lì ad essiccare.
Il senso ineluttabile della siccità.

 

Prima di scendere ho anche avuto quell’attimo di esitazione, quello talmente abusato in milioni di pellicole cinematografiche da assomigliare a un luogo comune.
Ed in quella frazione di secondo che dura un’eternità, ho pensato che avrei potuto urlare forte per farmi vedere, o raggiungerti alle spalle in silenzio, o abbracciarti da dietro, cose così…
Ora scrivo senza curarmi della forma di quei pensieri, infondo la verità è sempre banale ed anche la mia lo è, quindi che importa se assomiglia a tante altre…
E poi non avrei voluto salutarti così.
In piedi.
Immobile, rigida.
Come quando si ferma di colpo l’autobus…capolinea, duro e assassino.
Di mattina.
Col sole allo zenit, col respiro fuori controllo da riportare a ritmo naturale.
E mi muore in gola così, senza riuscire a dirti nulla.
Nemmeno uno stupido: “anch’io”.
Lo faccio ora…

“Quando due persone salgono ognuna dalla propria profonda valle e si incontrano in cima a una grande montagna, non ha importanza quale sia il nome della montagna o da dove vengano quelle persone. Quando siamo in cima abbiamo la sensazione di trovarci sul tetto del mondo”.
(Jostein Gaarder – C’è nessuno)

Io, legata ad un bacio mancato mentre parole scomposte fanno il giro dello stomaco, scendendo giù a sollecitare istinti e desideri.
Mi mordo le labbra per non spezzare quella magia del momento che mi vede convulsa nel formulare pensieri ma infine tranquilla se, con la testa lievemente reclinata all’indietro, incontro la nicchia calda tra il collo e la tua spalla.

Il tuo (ab)braccio mi ha attesa e mi ha guidata perchè potessi abbandonare la testa proprio lì, ubriaca e disillusa, la mente piegata dinnanzi alle emozioni.
E’ lì, quando la tua mano tocca il mio collo e sotto i polpastelli sente scivolare le mie paure, scorre poi sulle mie spalle, si allunga piano sulle braccia come sui pensieri, approda infine sul mio fianco e lo disegna, a riconoscere e svelare la forma della mia anima.
Lì…dove tutto accade e tutto si ripete, dove il suono di questa matassa di parole silenziose, prende forma e si abbandona.

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Dicono che quando ci si addormenta tra le braccia di qualcuno, quello poi diventi la tua famiglia e ti appartenga per sempre.
Non ricordo di essermi mai addormentata così, se non tra le braccia di mia madre da piccola, ma poi non è più ricapitato.
Ed è bello quel senso di appartenenza che da un lato ti rassicura e dall’altro ti disperde…perchè quel chiudere gli occhi ed abbandonarsi completamente è un po’ come offrirsi senza pudore alcuno.
E per sentire di appartenere forse devi prima perdere tutto, per poi capire ciò che avevi, se mai lo si capisca veramente…
Io tra queste pagine mi sono anche addormentata, sì, la maggior parte delle cose scritte qui dentro nascono di notte, quando scrivo mentalmente cercando di fissare nella memoria i pensieri perchè non sfuggano, dando loro appuntamento alla mattina successiva per renderli parola scritta.
E’ per questo forse che sento di appartenere loro e loro a me, è per questo che starne lontana mi allontana da me…e di sè stessi normalmente ci si prende cura, non ci si allontana.
Torno qui e trovo ciò che sono, il mio nome inciso su una vecchia trave di legno, il calore ancora vivo del fuoco tenuto acceso, un vecchio disco che gira ancora nel piatto…
Mai aver paura della propria fragilità, mai lasciar decidere agli altri del proprio tempo, perchè non torna e se pensi di aver diritto ad un risarcimento per le delusioni subite, mai aspettarsi che qualcuno si faccia carico di tutto.
E poi però l’anima chiede e la carne risponde e finisci per abbracciare ideali pur di sentirti parte di una carezza o di un respiro, perchè sono i respiri e le carezze che ci fanno esistere e nessuno mai dovrebbe poter restare senza.
E’ per questo che torno qui, perchè forse non c’è e non ci sarà mai un altro posto al mondo in cui io possa sentirmi più a casa, un posto in cui ti amano o ti odiano per quello che sei, non per ciò che dovresti essere.
E non si può restare a lungo lontani da ciò che si è, nemmeno quando vorresti solo addormentarti per sentire di appartenere ancora, sempre, solo a te stessa.

Vivo male i distacchi…lo so, lo sapete… Chi mi conosce almeno un po’ o ha imparato a farlo dandosi un’idea, seppur approssimativa e riduttiva, attraverso queste pagine, sa cosa esse rappresentino per me e con quanta cura e dedizione ho sempre cercato di portarle avanti.
Anais Nin diceva del suo diario: « Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. È la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni. »
E oggi, per la prima volta dopo 1 anno 9 mesi e 12 giorni arriva la battuta d’arresto…
Non so ancora se sarà definitiva, so solo che mi piace pensare non finisca qui, così, anche se così sembra.
La mia voce si interrompe, ma non la vostra.
Vi chiedo solo questo come favore personale: continuate a far respirare queste mie pagine, continuate a sognare e a tener vivi i vostri sogni…fatelo con la musica nella Music Room, ma anche con lo scritto, se vorrete, nella pagina dedicata a “Scrivilo tu…”, oltre che in tutti gli altri vecchi post, la porta resta sempre aperta.
Anche se resterò in silenzio, vi leggerò e quando potrò, farò in modo che si senta la mia presenza.
Perchè questo non è un distacco, è solo che per un po’, non so ancora quanto, ci sarà bisogno di me altrove ed io ho deciso di esserci.
Perchè un sogno non è mai soltanto, semplicemente un sogno.
E’ un contenitore pieno di ore spese nell’attesa, trascorse a guardare oltre la finestra, a scrivere parole sulla carta, ad arrabbiarsi, ridere, cantare…pensieri soltanto in transito, che non trovano compiutezza in sé, ma necessari ad altro.
Istanti inutili se non ne consegue un insegnamento, una crescita, un arrivo, una partenza…
I sogni non sono ore spese a far castelli in aria, bensì quelle trascorse nel cammino, a salire e scendere. Un sogno perciò è fatto di tempi alternati, di errori, paure, correzioni, debolezze, fragilità tante…
Sono i passi e le parole che lentamente ho messo una sull’altra per toccare l’altra metà del cielo…quello mio.
Quello che mi sono ritrovata addosso, tagliato e cucito su misura, quello che i giorni, le sere e le notti hanno tessuto per tutto questo tempo.
E le mie parole sempre di questo hanno parlato, di vita, vita che scorre…ed ora vado a riprendermi la mia.
Nessun addio quindi, ma nemmeno un arrivederci…non sono brava a congedarmi, nè a salutare…
Ringrazio ed abbraccio tutti, tutti voi che in questi mesi mi avete accarezzata con le parole, con la musica, con i sogni e con le vostre mani, perchè quelle, più di ogni altra cosa, ho sentito.
Vi adoro e vi porto nel cuore, ovunque.
Elle