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Ci ho provato, sul serio mi sono impegnata, ma proprio non riesco a farmi piacere la primavera. E’ una stagione che promette, illude, regala attese…e poi? A volte scompare in pochi giorni. E quella dolcezza di colori e profumi se ne va come è arrivata. Non amo l’inverno con i suoi cieli scuri, le sue nebbie ed il gelo, infatti mi preparo a salutarlo volentieri e mi godo le ultime mattinate gelide aspettando che il cielo cambi di nuovo colore. Però mi piacciono i temporali della primavera, anche se sono sempre più rari…così, aspetto con ansia l’estate, stagione dalla personalità più decisa.
Vediamo il lato negativo: malinconico.
Il lato positivo: romantico.
Mah, forse manca del romanticismo…o forse prevale la malinconia…o semplicemente non c’è nessun lato delle cose ma una grande “follia” nel pensare. Ma io non smetto mai di pensare ed è un po’ come finire dentro una grande bussola…non riesco piu’ a trovare il nord, il punto in cui devi andare. Perdersi in un’isola deserta, senza un senso e una meta, come un viaggio con destinazione un’isola lontana. Intorno a me soltanto mare, salsedine e l’odore di tutto che colora e fà l’aria dolce, come il calore dentro ai sacchi a pelo in una notte fredda sotto al cielo. Ed è già estate.

“Assolutamente necessario conservare la capacità di provare emozioni, per continuare a stupirsi e ad essere impressionati dalle cose. Essenziale restare immuni dalla più terribile delle malattie, l’indifferenza”.
Non sono mie queste parole, ma di Ryszard Kapuscinski. “Lapidarium” è un saggio da tenere sul comodino e sfogliare sempre…
Quel che amo di Kapuscinski è l’apertura mentale (oltre che la profonda cultura). Riesce sempre a guardare il mondo con il grandangolo.
L’indifferenza, la peggior malattia del secolo. Non posso che sottoscrivere. A tutti capita di restare indifferenti davanti a qualcosa che non scuote il nostro essere, qualcosa che rimane così distante da noi, da non provocare nemmeno un battito di ciglia.
Ricordo quella compagnia del mare, quel ragazzo molto più grande di me che si divertiva a dire l’esatto contrario di quel che pensavo, giusto per contraddirmi, per farmi arrabbiare.
Lui era corteggiatissimo, le ragazze del gruppo (me compresa? boh non so…) avrebbero fatto di tutto per infilarsi nella sua vita o nel suo letto (me compresa?…forse).
Il guaio è che era sempre circondato da femmine, belle, brutte, oche o intelligenti.
Le attirava tutte come mosche il miele.
Aveva sempre un sorriso ammaliante per ognuna di noi.
Ci ho persino provato una volta, no, non in quel senso, l’ho invitato io!
Sguardo ammiccante, jeans e maglia aderente…quella più sexy che avevo, incrociata sul davanti e scollata dietro.
Puntavo sui miei pezzi forti, gli occhioni con un sacco di rimmel e la schiena nuda.
Ok ero ridicola!
Avevo all’incirca sedici anni, praticamente priva di gusto, a pensarci adesso.
Lui declinò con tutta la grazia e la compostezza che poteva avere un ragazzo di quell’età, dicendo che aveva già un impegno.
Colpo micidiale per il mio orgoglio, era uscito con tutte tranne che con me.
Poi un giorno il caffè l’abbiamo preso di fronte casa mia, ridendo e ricordando tutte le scenette comiche di allora, poi ad un tratto mi ha confessato che un tempo aveva una brutta cotta per me.
Come, quando, dove?
Io incredula…dice che quando una ragazza gli interessa davvero non riesce a farsi avanti, per questo fingeva indifferenza.
Apperò…bella tattica complimenti, ci ho pianto quasi 3 mesi, amareggiandomi su quanto fossi stupida, racchia, deficiente, tanto da non suscitare l’interesse di uno a cui sembravano piacere tutte. Uomini…fingono indifferenza sperando che sia lei a dichiararsi per prima oppure…già oppure.
Ero orgogliosa allora e lo sono adesso, non sarei mai corsa dietro ad un uomo.
Promessa mantenuta…poi col tempo, ho mentito a me stessa
. Ed è stato l‘inizio della lotta profonda all’indifferenza.
Avvolta nella penombra della stanza Mara non si era ancora decisa a scendere dal letto, le sembrava impossibile oggi poter mettere i piedi a terra e così resta, con la mano puntellata sul fianco per non far cadere la tazzina in equilibrio precario. Quanto tempo era passato? Forse ore o forse solo pochi minuti dilatati le impedivano di alzarsi da quel letto disfatto. Quando può le piace gustare la colazione a letto, fare tutto lentamente, e per questo sceglie sempre cibi da consumare tiepidi o freddi, che con la loro leggerezza la invitino a goderne con calma, rilassatezza e concentrazione. Sotto quelle vesti, poco adatte ai primi accenni di un’incerta primavera, impazza un’incontrollabile fibrillazione. Ogni movimento mascellare, ogni frammento di sapore, odore, fluidi e consistenze che le carezzano voluttuosamente il palato, implicano un’evocazione, un sussulto interiore, un lascito della sera che è stata, che ha lasciato il posto al sole nascente del primo mattino.
Erano bastate quelle poche righe di mail contenute in una bustina gialla apparsa improvvisamente sul monitor del suo pc ieri, per riportarla indietro di anni, per dar seguito ad un’emozione mai veramente sopita in lei, per dar voce alla sua ossessione, al suo respiro che improvvisamente diventa affanno. “Non ho nulla per convincerti…non ho nulla da perdonarti. Ma torno a cercarti perchè in questa convinzione io credo. Ti bacio…”
Poche parole che aveva riletto all’infinito e ripetuto dentro di sè come un mantra l’avevano improvvisamente trascinata dentro ad un dejà-vu, al suo dejà-vu, una sorta di messaggio subliminale che ogni notte da tempo era il suo puntuale e fedele compagno. Un legame quello con Luca mai veramente iniziato e forse per questo mai veramente concluso. Un sentimento circolare. Un cerchio…una figura perfetta in cui non si distingue l’inizio dalla fine, proprio perchè nel cerchio non c’è inizio e non c’è fine…perfetto, unico, irripetibile e…infinito.
Mara porta un altro boccone alle labbra che si schiudono con una lentezza che non pregiudica l’impeccabilità del gesto, tale da non far versare una sola goccia nè una sola briciola. Inspira. Il boccone perfetto, un intreccio sublime di contrasti e raccordi gustativi, un connubio empirico dei sensi. Espira masticando, a lungo. Con gli occhi chiusi. Un odore di appagamento e di coccole, caldo e sontuoso, ma anche semplice e sincero. E con il suo sapore in bocca, prende un foglio ed inizia a scrivere.
“Vita mia, dopo lungo silenzio ora sento il bisogno di fermare le parole, quelle che feriscono la bocca più dei baci mancati e tagliano gli occhi più delle lacrime versate, ed ora che le vedo qui, adagiate sul lenzuolo bianco di questo foglio, questo bisogno è ancora più forte.
E’ il rumore dei ricordi…e me ne accorgo così, nei silenzi in casa, nel vuoto del mio ufficio, nella solitudine di una qualsiasi affollata piazza. Mi manchi perché non sei qui, mi manchi perché ti sento dentro, troppo dentro, e non riesco… e non posso…raggiungerti.
Quel tuo: “Vieni qui” aveva qualcosa dentro. Una potenza, un’energia che ho incontrato poche volte in vita mia. Mi sono sentita letteralmente trascinata accanto a te, con la testa poggiata sulla tua spalla. Lì immobile, accoccolata, ad aspettare che le tue braccia cingessero il mio corpo. Potresti non mancarmi? Mi manchi. E da quando me ne sono resa conto è anche peggio. Meglio trattenere nel cuore che continuare a tentare…e allora mi chiedo: perché mi manca il fatto di non poterti sentire? Eppure tant’è, mi manca. Mi manchi. Mi manchi nei momenti felici, quando so per certo che la felicità che provo è merito tuo. Mi manchi nei momenti tristi, quando so che basterebbe un tuo sguardo, una tua parola, per risolvere tutto. Mi manchi la mattina quando mi alzo e scelgo come vestirmi. E poi mi manchi, terribilmente, la sera. E la mattina. Io tutta sola in questa grande stanza. Io nuda dentro il mio letto…mi guardo e mi chiedo: che ci faccio qui da sola? Che ci faccio qui senza nemmeno la sua voce? Mi manchi di una mancanza strana… una mancanza che non è vuoto e non è nemmeno assenza. Non è vuoto perché mi hai lasciato troppo dentro e non credo che riuscirò mai più a sentirmi vuota in vita mia. E’ una mancanza che non è assenza. Perché sei dentro, così tanto dentro che a volte non so dove finisco io e inizi tu. No, la mancanza che ho di te non dipende dal fatto che non ci sei. Mi manchi per tutto quello che doveva ancora venire, per tutte le cose che dovevamo ancora vivere insieme. Come se la promessa delle cose che ci potevano essere mi avesse creato un desiderio struggente di te, di noi. Come se sapessi che non ho ancora finito di viverti.”
(Music: Gotan Project - Vuelvo Al Sur)

In bilico tra una notte appena trascorsa ed un mattino che stenta a partire, mi sposto da una stanza all’altra, consumando in pochi passi la distanza tra la finestra e il balcone, una tazzina sporca di caffè tra le mani…
L’aria di prima mattina sa di umido e freddo. Guardo, con occhi incerti e stanchi fuori dalla finestra, il cielo sereno ma ancora invernale. Un leggero alito di vento mi avvolge e sento, non senza un brivido sotto pelle, che la corrente della vita e delle cose da fare è cosa inarrestabile, inafferrabile…e dal finale incerto.
Non mi posso fermare, mai. Chiudo la finestra. Torno trascinando i miei passi in cucina. Ricomincio a scrivere…
(Soundtrack: Miles Davis – No Blues)

(Foto: ©Fratelli Alinari-Firenze-Trombetta,Bambina con bambola, 1920 ca. Archivi Alinari-donazione Trombetta, Firenze)
E’ un po’ che tengo questo post nel cassetto, senza decidermi mai veramente a pubblicarlo. Sono giorni che lo giro e lo rigiro tra le dita come una sigaretta, lo apro e lo chiudo, lo modifico, lo taglio, lo allungo come un elastico, lo tormento in attesa della versione definitiva. Ed il fatto che sia pubblicato qui ora non significa mica che sia finito, che sia compiuto, in verità ero solo stanca di ritrovarmelo tra le bozze, a ricordarmi che c’è…come quei vestiti che non metto più ma che non mi decido a buttar via…se ne stanno lì, riposti in un angolo dell’armadio ed ogni tanto li sfioro e li stiro con le dita, a sistemare qualche piega che si è formata nel tempo. Ecco anche di questo mio gesto banale mia mamma direbbe, (anzi no, lo dice proprio!), che sono naif…Me lo sento ripetere da lei da sempre, nelle più svariate occasioni, nelle situazioni più diverse…eppure la frase che esce è sempre la stessa… “sei così naif”. E mi costringe e chiedermi che cosa voglia mai significare per lei questo benedetto naif: all’occorrenza può voler dire disordinata, incasinata, sbadata, incosciente…ma anche eccentrica, simpatica, tenera…e chissà cos’altro. Quando torno dal supermercato con le buste della spesa e mia figlia appena varcata la soglia di casa mi si arrampica addosso ed io incurante delle cose fragili butto tutto a terra per prendere lei…ecco che sono naif. Se mi vede che giro per casa con il mio solito maglione pesante e le gambe nude quando fuori c’è il gelo…sono naif, se faccio tre o quattro cose contemporaneamente, come poi spesso capita, sono altrettanto naif. Non gliel’ho mai chiesto direttamente cosa significasse per lei questo aggettivo, ma ho sempre cercato di interpretarlo dentro di me, perchè a volte suona come un complimento, altre volte come il peggiore degli insulti, basta associarlo ad un sopracciglio che le si alza di quel millimetro in più o ad una inflessione della voce un po’ più acuta ed ecco che diventa tutt’altro. Un tempo c’era una bambina, con il nasino in aria che preferiva stare sola piuttosto che dire quello che non pensava. C’era una bambina che non voleva piacere a nessuno. Autonoma come un monaco e arrabbiata come un ex galeotto. Si faceva la sua vita a modo suo. Giocava da sola e se qualcuno la trovava bella mentre giocava poteva avvicinarsi e giocarle accanto ma non sia mai che lei cambiasse gioco per piacere a qualcuno. La cerco da sempre dentro quell’aggettivo che mi segue da una vita e non ne vedo traccia se non nelle foto imbronciate che mi guardano dall’interno di vecchi album di famiglia. Mi chiedo se da bambini non siamo la parte più vera di noi stessi, che poi si corrompe quando la vita ti gioca pessimi tiri.
O forse è solo il mio bisogno d’approvazione, il mio non voler dispiacere a nessuno, il non dar fastidio, il non suscitare biasimo che sto cercando di guardare in faccia e che invece, mi rimbalza contro.
(Titoli di coda: Cranberries - Ode To My Family)


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