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Photo © Nessuno - http://no-luogo.it/

Lei cammina nel buio caldo della sera che scende.
Anche se sono appena le cinque…ma uscire un’ora prima dall’ufficio è un po’ come uscire un’ora prima da scuola…una sensazione d’imprevisto che crea leggera euforia.
Senso di libertà portata con fierezza, come gli uccelli quando, senza esitare sulla traiettoria, solcano il cielo puntando sicuri la direzione. Sanno dove andare.
Poche ultime gocce di pioggia si impigliano tra le onde brune dei capelli trattenuti dal basco calato sulla fronte.
La tracolla della borsa stretta tra le mani in una presa sicura e poi in cammino…scivola rapida per la via con incedere ritmato, conosce la strada ed ogni respiro è un piccolo sospiro soffocato sul nascere.

Solo qualche luce tremolante di semafori, fari, insegne, vetrine, ogni tanto spezza l’oscurità.
Ma in certi tratti c’è solo buio e di lei si possono scorgere solo gli occhi, due fiammelle che danzano. Ad ogni passo la strada le dice di andare avanti, che certi giorni val la pena viverli tutti, per stupirsi poi di come vanno a finire…
Lei guarda avanti, la strada sfuma nel buio, non si vede niente. Sarà per questo che d’improvviso, sa di volerla percorrere tutta fino in fondo. Indietro non ci guarda più e se solo si concedesse il tempo per rifletterci, si accorgerebbe di non pensarci nemmeno…

Soundtrack: When Tomorrow Comes - Eurythmics

Arriva puntuale come il sole che nasce e tramonta, come il susseguirsi delle stagioni…e questo inizio d’autunno più che mai pallido, gli è particolarmente favorevole e congeniale. Charles Baudelaire lo definiva con una sola parola spleen, a ricordarci come, quel vortice di emozioni contrastanti tra il malinconico e l’ansioso, sia possibile quasi toccarlo, attribuendogli un nome, quasi un nome proprio…

In italiano non esiste una sola parola per definire lo spleen, si deve ricorrere ad una frase, ad un insieme di parole per evocare quel senso di…turbamento (?), fragilità emotiva (?)…e mancherebbe sempre qualcosa, perchè nelle traduzioni si perde sempre qualcosa…

E’ con lo spleen che viene a galla ogni sorta di malinconia, nessuna esclusa, comprese quelle che tengo sigillate sottovuoto.

Le prime giornate nuvolose dell’anno mettono in circolazione ricordi, sensazioni, odori antichi e familiari…odore di quaderni, di carta ed inchiostro, di legna bruciata, di terra umida e smossa.

E come uno schiaffo in pieno viso ti avverte che solo tra molti mesi sentirai ancora sulla pelle la libertà di stare sempre mezza scalza e mezza nuda, le prime scarpe chiuse le vivo un po’ come un rito luttuoso…

Per la strada meno sorrisi, alla radio musica revival, nelle vetrine dei negozi lo scuro dei cappotti e le imbottiture morbide e gonfie delle giacche a vento…e dentro di me, quell’ansia grigia ed una vaga malinconia che però non è dolce, la voglia di non parlare e non scrivere…ma farlo ugualmente, perchè quella è La Cura.

Mi metto alla guida, subito gli occhi si accendono ed un sorriso si dipinge sul volto.

Il primo sorriso è per l’atteso contatto visivo col mare che di li a poco vedrò e mi scalderà il cuore, poi ne arriva subito un secondo e questo è per il percorso che mi preparo ad affrontare.

Curve, asfalto, alberi, salite alternate a discese…che è anche un provocante desiderio per chi ama far girare il volante tra le mani, senza eccessi, senza forzature, disegnando il percorso nella sua esattezza.

E’ come uno sguardo tra due amanti che si conoscono da tempo, uno sguardo complice, immediato, elettrico…lei che scorre sinuosa sotto di te, facendo accarezzare le sue curve e poi il contatto. Che non sembra nemmeno tra due elementi inanimati, perchè sono vivi, caldi…asfalto e ruote…e il contatto è davvero unico.
Un amore ripetuto decine e decine di volte, che potrei fare anche ad occhi chiusi…per raggiungere mare, sole, amore, luoghi, persone…

E poi c’è un secondo contatto ed è quello del percorso che segna il ritorno…meno emozionale, meno curve, meno particolari su cui soffermarsi…e mia figlia che dorme nel seggiolino. Addormentata dal cullare del veicolo, la sua mano destra sul capo che dà e riceve calore ed attutisce anche qualche sobbalzo…

Un momento semplice, ma intenso come solo i momenti semplici sanno essere. Meno emozioni per le curve, ma un amore verso chi, nella sua semplicità, riempie il cuore con uno sguardo.

Cinque del pomeriggio di un giorno qualunque di inizio settembre, cielo a tratti scuro, quasi cupo, fa ancora caldo, spiaggia semi deserta, ombrelloni chiusi.
Un anziano passeggia col suo cane sulla battigia, si volta ed accenna un sorriso, ricambio con un altro sorriso, quasi fossimo entrambi reduci da una battaglia, quella estiva…che abbiamo appena vissuto e (quasi) accantonato.
Proprio come la vita…una stagione di suoni, colori, festeggiamenti che di colpo viene sospesa e sorpresa da nuvole grigie e vento a raffiche…
Ma il sole esiste sempre, anche dietro le nubi, scalda meno certo!, ma tornerà a bruciare, bisogna solo crederci ed attendere con pazienza.
Il mare è gonfio, nero…forse proprio per questo mi attira così tanto.
Corro e mi tuffo tra le onde…piccola macchia di colore tra abbronzatura, costume giallo e ciocche nere bagnate sulle tempie… Scuro il mare, scuro il cielo, ma non ho paura, mi abbandono ad occhi chiusi, cristalli di sale o lacrime…le stesse acque.
Poi improvvisamente una calda carezza, luce accecante, apro gli occhi…è il sole che si affaccia tra le nuvole bigie.
A riva mi siedo sul telo, lascio che le goccioline di sale, lacrime, spruzzi di vita…si asciughino all’aria.
E’ solo tempo che passa…
Solo vita che evapora…
E dopo certi tuffi, non si riemerge mai uguali a prima.

Soundtrack (suggested from Piemme): D.V. - Human Love

 

Non ancora sazi malgrado l’ora tarda ci dirigiamo svogliatamente fuori dal locale…le temperature sono ancora alte durante il giorno quanto gradevoli la sera, solo il vento è cambiato…un leggero alito di maestrale ha sostituito le calde folate di scirocco dei giorni appena trascorsi. Dapprima solo le voci delle persone e gli schiamazzi di qualche ragazzino, poi le note di un gruppo che sta suonando nella piazzetta ci raggiungono attirando la nostra attenzione e, malgrado il frastuono ed il gran vociare, riesco ad individuare quel ritmo che ho ascoltato dal vivo solo un’altra volta in vita mia, in Salento. Al diavolo l’orologio…ci facciamo trascinare tutti da quella musica e dalla curiosità, andiamo a vedere.

Lento e monotono dapprima è il ritmo. Gli strumenti sembra stiano dormendo, mentre uno o due si destano…poi divengono tre o quattro e si odono sensibilmente. Ma la musica langue ancora, lenta ma penetrante…Io tengo il ritmo: leggero, delicato, fragile. Faccio un cenno alla mia amica come per invitarla a ballare ma lei sorride e scuote la testa, cerco con gli occhi Ema, posso scorgerlo solo con la coda dell’occhio, è fuori dalla portata della mia visuale…potrei andare a tirarlo per un braccio e trascinarlo insieme a me nelle danze, ma non vado, confido, aspetto…arriverà.

Ballo da sola in mezzo ad altra gente, mi muovo in uno schema ben delineato, sinuoso all’inizio, lievemente ritmato poi.
Il ritmo incalza ed agli strumenti si sono aggiunti altri strumenti, il suono adesso è pìù forte. Il mio ritmo adesso è come quello delle gitane intorno ai falò, come le danzatrici del ventre che con le loro movenze sembrano serpenti. Adesso tutto il ritmo è incalzante. I suoni degli orchestrali ben delineano il tema musicale, le mie mani scivolano come a voler imprimere ogni suono su di me, morbidamente adesso, furente subito dopo.
E la mia energia si accumula, diviene elettricità. Cerco ancora Ema con lo sguardo, ritrovarlo mi dà familiarità ma arresta il cuore e resto per un lunghissimo istante a fissarlo come chi aspetta qualcuno che presto tornerà, senza farglielo pesare, lottando per la conquista di un suo sorriso, almeno una volta al giorno, per star bene io…

La musica diviene ossessiva e tali i miei movimenti. Scalza, le mie braccia vibrano nell’aria, i miei capelli volano e la testa accompagna il loro volo. Schiaffeggiano il mio viso con veemenza, sottili fruste che accecano la vista. Anche il mio corpo, le mie braccia e le mie mani partecipano sfiorando l’aria, sfiorando chissà chi.
Schioccano le dita seguendo un ritmo più frenetico, accompagnandolo. Schioccano le dita ed ogni schiocco è un colpo d’anca e sale il calore dell’energia. Giro su me stessa come a volerla contenere, per non lasciarla fuggire via: sono 10 minuti di pizzica, ma li danzo sino allo stremo delle forze, sin quando l’ultima nota mi vede accasciata a terra, ripiegata su me stessa come al completamento di un amplesso.

Ora Ema è accanto a me, i nostri sguardi si incrociano, brace che scruta altra brace che arde…nulla di fisico se non le mie e le sue mani incapaci di sciogliere la stretta che le tormenta nervosamente, febbrilmente… Ed in quegli occhi vedo finalmente l’alba del nuovo giorno esplodere…una luce fulminea che è riparo, abbraccio, promessa, rifugio, isola sperduta, lembo di terra su cui mi è dolce approdare.

Sulla scia del post precedente, continuo a parlare di ricordi, ma stavolta non voglio farlo attingendo alla fonte della memoria, bensì con alcune riflessioni…
Cosa rappresentano i ricordi e quanto, pur appartenendo al passato, fanno sempre e comunque parte del nostro presente?
Nei giorni scorsi sfogliando una rivista ho appreso con estremo stupore dell’esistenza di un curioso (quanto cinico) sito. Creato da Megahn Perry, un’intraprendente trentenne americana, Exboyfriendjewelry.com è un sito per sbarazzarsi dei ricordi, un mercatino on line dove i ricordi si mettono in vendita, per fortuna si tratta solo di gioielli ricevuti in regalo da un ex, altrimenti destinati a restare in un cassetto. E’ risaputo…in rete ormai esiste di tutto, ma devo ammettere che un mercatino dell’usato dei ricordi, quelli che magari fino a ieri erano considerati doni d’amore, e che oggi, invece, possono rappresentare solo ingombranti zavorre…non avrei mai pensato potesse esistere (e a quanto pare prosperare).

Non potrei mai cancellare i ricordi…o almeno non potrei mai cancellare le sensazioni ad essi legate, quelle che che restano attaccate al ricordo stesso, rendendolo sempre vivo.
Tutto è noi. Il male e il bene vissuti.
Fanno di noi ciò che siamo oggi. Domani io, voi, chiunque passi di qui sarà già diverso, avrà percorso altra strada, avrà messo il piede su un altro gradino e si sarà comunque arricchito, di un giorno in più.

Spesso, quando scrivo ho il vizio di strappare il foglio se il risultato non mi soddisfa.
Ma coi ricordi non si può fare ed è un bene.
Di qualunque natura essi siano.

Suoni e rumori spesso aprono in me cofanetti che tengo sigillati. Il passato più remoto che si affaccia e vecchie stanze buie sembrano riaprirsi. E mi chiedo come sarei stata oggi senza…o al contrario con…
Sarei un’altra. Un’altra Elle. Non so…forse non mi sarei piaciuta, forse non sarei piaciuta agli amici di oggi, o a quelli di ieri, alle persone che, in un modo o in un altro, mi hanno amata.
Dei ricordi, di qualsiasi natura, voglio conservare il bello.
Certo, alcuni sono brutti. E sono quelli che chiudo nei cofanetti blindati, mentre quelli belli restano scritti con inchiostro indelebile nel libro della vita.
Poi ce ne sono altri, struggenti e disillusi, perchè niente è come appare… Ma anche di questi voglio conservare solo il buono, il bello del momento in cui si sono formati. Quando il dopo non c’era.