Non ancora sazi malgrado l’ora tarda ci dirigiamo svogliatamente fuori dal locale…le temperature sono ancora alte durante il giorno quanto gradevoli la sera, solo il vento è cambiato…un leggero alito di maestrale ha sostituito le calde folate di scirocco dei giorni appena trascorsi. Dapprima solo le voci delle persone e gli schiamazzi di qualche ragazzino, poi le note di un gruppo che sta suonando nella piazzetta ci raggiungono attirando la nostra attenzione e, malgrado il frastuono ed il gran vociare, riesco ad individuare quel ritmo che ho ascoltato dal vivo solo un’altra volta in vita mia, in Salento. Al diavolo l’orologio…ci facciamo trascinare tutti da quella musica e dalla curiosità, andiamo a vedere.

Lento e monotono dapprima è il ritmo. Gli strumenti sembra stiano dormendo, mentre uno o due si destano…poi divengono tre o quattro e si odono sensibilmente. Ma la musica langue ancora, lenta ma penetrante…Io tengo il ritmo: leggero, delicato, fragile. Faccio un cenno alla mia amica come per invitarla a ballare ma lei sorride e scuote la testa, cerco con gli occhi Ema, posso scorgerlo solo con la coda dell’occhio, è fuori dalla portata della mia visuale…potrei andare a tirarlo per un braccio e trascinarlo insieme a me nelle danze, ma non vado, confido, aspetto…arriverà.

Ballo da sola in mezzo ad altra gente, mi muovo in uno schema ben delineato, sinuoso all’inizio, lievemente ritmato poi.
Il ritmo incalza ed agli strumenti si sono aggiunti altri strumenti, il suono adesso è pìù forte. Il mio ritmo adesso è come quello delle gitane intorno ai falò, come le danzatrici del ventre che con le loro movenze sembrano serpenti. Adesso tutto il ritmo è incalzante. I suoni degli orchestrali ben delineano il tema musicale, le mie mani scivolano come a voler imprimere ogni suono su di me, morbidamente adesso, furente subito dopo.
E la mia energia si accumula, diviene elettricità. Cerco ancora Ema con lo sguardo, ritrovarlo mi dà familiarità ma arresta il cuore e resto per un lunghissimo istante a fissarlo come chi aspetta qualcuno che presto tornerà, senza farglielo pesare, lottando per la conquista di un suo sorriso, almeno una volta al giorno, per star bene io…

La musica diviene ossessiva e tali i miei movimenti. Scalza, le mie braccia vibrano nell’aria, i miei capelli volano e la testa accompagna il loro volo. Schiaffeggiano il mio viso con veemenza, sottili fruste che accecano la vista. Anche il mio corpo, le mie braccia e le mie mani partecipano sfiorando l’aria, sfiorando chissà chi.
Schioccano le dita seguendo un ritmo più frenetico, accompagnandolo. Schioccano le dita ed ogni schiocco è un colpo d’anca e sale il calore dell’energia. Giro su me stessa come a volerla contenere, per non lasciarla fuggire via: sono 10 minuti di pizzica, ma li danzo sino allo stremo delle forze, sin quando l’ultima nota mi vede accasciata a terra, ripiegata su me stessa come al completamento di un amplesso.

Ora Ema è accanto a me, i nostri sguardi si incrociano, brace che scruta altra brace che arde…nulla di fisico se non le mie e le sue mani incapaci di sciogliere la stretta che le tormenta nervosamente, febbrilmente… Ed in quegli occhi vedo finalmente l’alba del nuovo giorno esplodere…una luce fulminea che è riparo, abbraccio, promessa, rifugio, isola sperduta, lembo di terra su cui mi è dolce approdare.