maschere

Quando ero più piccola non mi piaceva il carnevale, non lo aspettavo come la festa più bella dell’anno dopo il Natale, come quasi tutti i bambini, perchè?
Semplicemente non amavo tutto quel chiasso e quei travestimenti che mi facevano anche un po’ paura, insieme agli scherzi, alle risate fragorose e sguaiate e a quei visi di cera imperscrutabili da cui si scorgeva solo la mobilità luminosa degli occhi.
Poi crescendo, mi ci sono via via avvicinata sempre più, ma da spettatrice, più che da maschera protagonista.
Ricordo un anno in cui ho affittato un costume di carnevale, da damina del ‘700, sorrido ancora se ci ripenso…ero davvero in maschera in tutto e per tutto in quell’occasione.
Avvolta in pizzi e crinoline, un meraviglioso abito viola e oro, del resto della festa non ho chiara memoria poichè, malgrado sia davvero poco dignitoso prendersi una sbronza per una dama del ‘700, che posso dire a mia discolpa…son cose che capitano!
Strana creatura il carnevale, che ti presta il suo corpo e la sua anima, che ti seduce anche senza grandi travestimenti o mise particolarmente appariscenti. A carnevale puoi essere chi vuoi, un gioco tutto sommato divertente che dura per giorni e giorni, salvo poi, smesse le vesti create per l’occasione, tornare com’eri.

E l’indomani, quando tutto il clamore festaiolo sarà finito e gli animi si saranno quietati, sarà il giorno della penitenza, il mercoledì delle ceneri, il giorno in cui, nei rituali religiosi di un tempo, ci si cospargeva il capo di cenere, a ricordarci da dove siamo venuti e dove ritorneremo.
Il “ricordati che devi morire…” di un fantastico Troisi, ma anche di Marco Aurelio che diceva, (se è vero che l’ha detto, non so se provenga da fonte certa), che “la morte è una signora che sorride a tutti e un uomo non può far altro che sorriderle di rimando”.
Un tempo ho anche scritto un racconto su questo giorno, un racconto d’amore un po’ triste, ambientato nel carnevale della laguna veneziana. Racconto che poi ho regalato, in un momento in cui pensavo valesse tanto (non il racconto in sè, bensì il gesto di donarlo) e che oggi mi piacerebbe almeno poter rileggere e forse anche riscrivere.
Quella cenere ci ricorda ineluttabilmente che “del doman non v’è certezza” e che nessuno di noi possiede le istruzioni per vivere bene, benchè a volte si tenda a credere il contrario, siamo noi che ce le creiamo giorno per giorno.
Quindi, cerchiamo di vivere meglio possibile, perché non importa il costume che indossiamo, l’esser savi o l’esser pazzi, santi o peccatori, streghe o principesse…requisito fondamentale per vivere, forse è restare e mantenersi vivi dentro.