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rain

Diluviava quel giorno, la pioggia era scesa giù tutta in pochi minuti, come se qualcuno avesse soffiato forte addensando cumuli di nubi nere e poi avesse riversato a terra secchi stracolmi d’acqua.
“Vieni, ti porto a sentire l’odore del temporale”, un invito proveniente dalla tua voce intima che mi giunge da lontano e che non ammette rifiuto, carica di quell’elettricità che si diffonde nell’aria di una giornata qualunque a cui non appartenevo già più.
Viaggiamo in silenzio, gli unici suoni sono il battito incessante della pioggia sulla lamiera dell’auto, lo sfrigolìo delle ruote sull’asfalto bagnato ed il click meccanico del tergicristallo che si muove ritmico sul parabrezza. Evidente ed innegabile è l’ansia di sfiorarsi, dopo tanta distanza rispettata. Rubiamo l’un l’altro sguardi eloquenti, poi un sorriso tenero cui io rispondo interrogativa, mi sporgo in avanti nella tua direzione, ma è il pulsante play del lettore cd che cerco con la mano.
Il viaggio non è lungo ed ora è la chitarra di Carlos ad accompagnarci e lo spazio che ci divide diventa sottile. Mi guardi, la tua mano destra posata sul cambio scala una marcia, sfiorando innocua la parte sinistra del mio ginocchio. Piccola porzione di pelle sconosciuta, non l’hai mai sfiorata…

Alzo la testa improvvisamente abbagliata da una luce artificiale bianca che mi illumina il viso, il cursore pulsa nel mezzo dello schermo del pc tra righe scritte lasciate a metà. Mi scollo dalla fronte una ciocca di capelli umidi, cercando con gli occhi le lancette dell’orologio sulla parete, con le dita sfioro il solco rosso e profondo lasciatomi sulla guancia dallo spigolo della tastiera. Faccio per alzarmi dalla sedia ma il ginocchio sinistro incastrato tra la gamba metallica del tavolo e la poltroncina girevole, cede sotto il formicolìo che percorre la mia gamba intorpidita, costringendomi a sedermi di nuovo. Ridotta alla resa, inarco la schiena e mi allungo sulla spalliera, vagando con lo sguardo in mezzo a quell’innaturale luce bluastra diffusa nella stanza e nella testa.
Eppure lo so che è meglio non scrivere quando non voglio pensare, perchè poi chiudo gli occhi. E li chiudo pure se sto camminando, se sto mangiando, se sto scrivendo, li chiudo come fossero barattoli ermetici, capaci di trattenere dentro tutto e non lasciar passare niente. E poi invece accade che ti risvegli di soprassalto, con tutto ciò che era dentro, disordinatamente, inaspettatamente e confusamente rovesciato fuori.

PepperMind legge “Occhi chiusi” di Elle su CollettivoVoci

Per quanto ci si possa ritenere nomadi o zingari o minimalisti nei rapporti con gli altri o nei sentimenti, sarà capitato più o meno a tutti, in determinati momenti della vita, di ritrovarsi accanto una di quelle persone con cui si sente di avere in comune più di qualcosa. Una di quelle persone che quando ti accade qualcosa ti viene subito in mente lei o lui, non altri, e non potrebbe essere altrimenti, mentre pensi “questa gliela devo proprio raccontare, prima che poi me ne dimentico…”. Quelle persone che magari conoscono più di altre i nostri gusti ed i nostri guai, che sanno esattamente i libri ed i centimetri di polvere che hai accumulato sul comodino, che sanno che ti commuovi quando guardi vecchie foto nell’album di famiglia o rileggi vecchie lettere, che conoscono sempre a memoria la playlist del tuo i-pod anche se la aggiorni talmente di frequente che nemmeno tu ricordi cosa hai ascoltato di recente. Qualcuno che frequenta tutti i giorni la tua testa, che conosce qualche tuo piccolo segreto, qualche follia, qualche desiderio nel cassetto e persino qualche peccatuccio veniale, confessato qua e là, tra un sospiro ed una risata. Qualcuno che conosci da sempre ma anche da mai, con cui passeggi a braccetto, con cui sali e scendi le scale con lo stesso fiatone“…e chi arriva ultimo paga pegno!”, qualcuno che non si stupisce se ancora alla tua età ti diverti a fare aeroplanini di carta da lanciare nel vuoto per poi seguirli volteggiare con lo sguardo assorto per interminabili minuti. Qualcuno che ama l’odore dell’erba appena tagliata o del tabacco dolciastro da pipa, qualcuno che sa leggere il naso rosso e gli occhi lucidi senza scambiarlo per raffreddore, qualcuno che risolve i tuoi rebus prima ancora di aver pensato tu stesso ad una soluzione, qualcuno che digerisce tranquillamente i tuoi “angolini di introspezione” (meglio conosciuti come silenzi prolungati), senza puntarti addosso quello sguardo di stucchevole indulgenza di chi pensa che sei in “quei giorni” e quindi inevitabilmente in balìa di una ingestibile tempesta ormonale.

Si può star bene più o meno con tutti, certo, più o meno!…sentire di provare un bell’affiatamento, con molti. Ma c’è un plusvalore solo con qualcuno in particolare, che rende quel legame singolare. Non c’è un solo termine per definirlo, credo sia un insieme di componenti e di incastri che si fanno sentire e ti fanno vivere una sorta di “comunione di sensi” e che ti trasmette quella piacevole sensazione di comprensione, di voglia di attingere alla fonte dell’altro, di scoprirsi per scoprire, tra lo stupito e il commosso, di avere le stesse identiche ossa.

Perché quando io dormo… tu dormi quando io parlo… tu parli quando io rido… tu ridi quando io piango… tu piangi quando io dormo… tu dormi quando io parlo… tu parli quando io rido… tu ridi quando io piango… tu ridi.

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Gustav Klimt - Hope I (1903)

Vado indietro nel tempo e ripenso al mio parto…uno dei momenti più importanti e significativi della vita di una donna, la chiusura di un cerchio, punto di arrivo e di partenza insieme.
Si conclude il “tempo di grazia” della gravidanza e ne inizia un altro, nuovo, sconosciuto, ricco di emozioni travolgenti, ma anche di notti insonni, di stravolgimenti ormonali, di incognite, insicurezze e sacrifici. E pur essendo un evento eccezionalmente totalizzante, sia dal punto di vista fisico che emotivo, non sempre il parto è un’esperienza lieta e serena.
E ricordo il mio, fatto di grandi aspettative…
Era piena estate, un sabato di inizio agosto, ricordo il caldo che quell’anno fu anche abbastanza clemente, qualche pioggia quella settimana aveva pulito l’aria e almeno la sofferenza per il caldo mi era stata risparmiata. Ero preparata ad un parto naturale che più naturale non si può, il mio ginecologo, un pioniere del parto in acqua e grandissimo sostenitore delle tecniche di “parto in libertà”, ovvero del partorire non necessariamente sdraiate sul lettino ma anche accovacciate a terra, immerse nella vasca apposita, insomma in qualsiasi posizione e modo la donna possa sentirsi più a suo agio.
Piena ed incondizionata fiducia in lui ed ho provato davvero di tutto, vasca compresa, eppure dopo quasi dodici ore di travaglio indotto, non avevo ancora raggiunto una dilatazione sufficiente malgrado i dolori e le spinte fossero forti e regolari.
Ce l’ho messa tutta ed ho affrontato quelle ore con uno spirito che non sospettavo nemmeno lontanamente di avere, che non capivo nemmeno da dove provenisse, io che ho sempre avuto una soglia del dolore per così dire bassa…chi era quella donna che si era impossessata del mio corpo e che stoicamente affrontava le contrazioni senza emettere quelle urla feroci che dalla sala parto arrivavano, sino a riempire le corsie?
Era la forza di chi ci crede ed io ci credevo, ci ho creduto fino in fondo di poter riuscire a portare a termine il mio parto naturale.
Al corso di preparazione al parto ci avevano descritto quel momento con una tale poesia e magia che davvero avevo creduto che il mio utero si sarebbe aperto miracolosamente come un fiore e invece solo in quel momento realizzavo quanto poco realisticamente ci avessero istruito.
La respirazione, il training autogeno, tutto dissolto in parole che non si amalgamavano con la mia realtà…come l’acqua e l’olio restavano ben separate.
Ed infine l’imponderabile: emorragia alla placenta e sofferenza fetale. Nell’arco di appena dieci minuti mi sono ritrovata a passare dalla poesia all’incubo, sino al cesareo d’urgenza in anestesia totale.
Ricordo intorno a me le ostetriche che correvano a destra e a sinistra, volti di medici mai visti prima e la voce del mio ginecologo che seraficamente mi dice: “Elle, non mi sento di rischiare oltre, dobbiamo procedere col cesareo”. Rischiare…? improvvisamente tutto stava andando come non avrebbe dovuto.
Devo aver fatto davvero una faccia terribilmente stralunata perchè ricordo la sua mano accarezzarmi la testa e poi cambiare all’istante espressione e quasi gridare “andiamo, andiamo, andiamo!”
Poi una penna tra le mie dita, “una firma signora, il consenso informato all’anestesia” come se in quel momento avessi potuto rifiutare…e poi freddo, tanto freddo ed il buio assoluto.
Ricordo però esattamente il dopo, le mie mani che istintivamente controllavano con una carezza la pancia sgonfia ed i miei occhi che frugavano impazienti dentro la stanza alla ricerca di mia figlia. Me la mettono tra le braccia ed io faccio finalmente uscire un respiro di liberazione, prima di incrociare i miei occhi con i suoi ed attaccarla al seno. Un senso di esaltazione, quasi un delirio di onnipotenza nel sentire quel calore che da me si trasferiva a lei, o forse viceversa, so solo che pur non riuscendo a muovermi tra flebo attaccate ed il taglio che mi faceva male, non mi sentivo immobile, anzi, in quel momento era come se stessi correndo ed avessi vinto la maratona di New York.
Semi bloccata a letto poi ci dovetti restare per un po’, non per il parto, ma per altre complicazioni successive che per tutto il primo mese mi hanno vista trascinarmi per le stanze di casa con le stampelle, anch’esse non previste, fuori dal copione del quadretto idilliaco in cui la famigliola ritorna a casa con in braccio il tanto desiderato fagottino.
Per fortuna quello che è capitato a me sarà soltanto una piccola ed insignificante statistica di minoranza, tuttavia il mio pensiero va a tutte quelle donne che ci hanno creduto così tanto e che in qualche modo hanno provato con tutte le loro forze ad esorcizzare quel “tu partorirai con dolore”, ignare e fiduciose, sognatrici ed ingenue, dilaniate dall’infido sospetto (per fortuna dileguatosi velocemente) di non essere state all’altezza, di non aver saputo fare il loro dovere fino in fondo.
Per fortuna quel subdolo senso di fallimento svanisce ben presto, perchè capisci che i bambini nati col cesareo non sono bambini di serie B nati da mamme di serie B, che una madre non si misura dal grado di sofferenza con cui mette al mondo, che la nascita è solo il punto di partenza e che, da lì in poi, tutto proseguirà in un continuo alternarsi di gioie e dolori.
E per fortuna non è unicamente ed esclusivamente su quel momento che si baserà lo sviluppo e la crescita di una madre e di suo figlio.

photo by Elle & photofunia

photo by Elle & photofunia

Frivolitudini di un sabato mattina, in cui ti svegli tardi e stropicciandoti gli occhi scendi dal letto cercando subito qualcosa che colori l’aria…

Pictures of You – The Last Goodnight

…inizi ad ascoltare in sottofondo, bruciandoti la punta della lingua sorseggiando tè Earl Grey bollente…

Pictures of you, pictures of me
Hung upon your wall for the world to see
Pictures of you, pictures of me
Remind us all of what we used to be

…inizi a vestirti lentamente e benchè non ci sia ancora minimo accenno di primavera, tiri fuori quelle scarpe rosa shocking che hai comprato e mai calzato per uscire, insieme a qualche foto…

Pictures of you, pictures of me
Hung upon your wall for the world to see
Pictures of you, pictures of me
Remind us all of what we could have been

We could have been
We could have been

 

rimmell2

Piccoli gesti quotidiani, appuntamenti fissi, lenti rituali, ripetizioni cadenzate di pensieri, luoghi e movimenti, consuetudini scandite da incontri sempre diversi eppure sempre uguali.
Da quanto tempo ormai stava lì davanti allo specchio a viaggiarsi dentro…?
Un passo indietro allontanando un po’ il viso da quella superficie lucida che la riflette, mentre entra ed esce dai suoi occhi a piacimento, sfocando l’immagine in una nuvoletta di vapore, quella che fa uscire dalla bocca e si va a condensare in un alone opaco sullo specchio. Allunga una mano e ci disegna sopra col dito, poi con la manica cancella e ricomincia il gioco.
Una passata di rimmel sulle ciglia, poi un tratto deciso di matita nera sul bordo esterno della palpebra superiore ed un altro a disegnare quello inferiore, sfumando il tutto verso la tempia, ancora rimmel sul suo sguardo, infine un pesante strato di rossetto rosso ciliegia sulle labbra.
Ora si osserva senza troppe domande ed i suoi occhi bistrati di nero la guardano di rimando, suoni ovattati la raggiungono nella toilette: è la vita attorno che sembra quasi accelerare in una centrifuga impazzita, o forse è solo il rumore della lavatrice dell’inquilina del piano di sopra in sottofondo…
Avvicina di nuovo il viso allo specchio, spostando la testa da un lato, due colpi secchi di spazzola a domare la chioma impertinente, poi li raccoglie e li tira indietro con le mani, inutile insistere, con spazzola e pettine non è mai andata troppo d’accordo.
Un ultimo sguardo obliquo a tutto quel trucco nero attorno agli occhi e quella bocca dal colore troppo acceso, vistoso, inopportuno, pesante, quasi volgare, ma tutto sommato nell’insieme le piaceva o comunque era quella l’immagine che si imponeva.
E quell’immagine era lì, a ricordarle che lei era di una di quelle che saltano da un letto all’altro, quelle che intrattengono “gli ospiti”, quelle grandi troie di cui si sfamano certi uomini. Ma a ben guardare, spesso quel tipo di etichetta tocca anche a tutte quelle che vivono la propria sessualità senza porsi alcun freno con un partner fisso e che invece, “in nome dell’amore”, si ritrovano ad incarnare un’altra immagine, ruoli imposti da qualche sconosciuta morale.
Continua a guardarsi e pensa che, malgrado tutto, non rinuncerebbe mai ad essere donna e femmina, ma che per alcuni brevi istanti le piacerebbe anche poter essere un uomo, per potersi osservare, per leggersi ed interpretarsi con gli occhi di un uomo, il sogno erotico e proibito incarnato nella donna discinta e disinibita che era per loro.
Uomini che quando poi se la ritrovano davvero tra le mani “la grande troia”, la annusano appena, restando paralizzati dal timore di non saperla gestire, o comunque si perdono, in quell’oblio di sensi abilmente venduto come panacea a tutti i mali.
Violare le regole l’aveva sempre resa fiera e perchè no, persino un filino vanitosa, ma a volte, le piacerebbe anche poter rileggere in quegli occhi una trasparente freschezza, vorrebbe poter mostrare ancora lo slancio del fiume in piena, la loro densità come di resina vischiosa, il colore vivo della terra smossa e umida del sottobosco, che qualcuno era riuscito persino a toccare.
Scuri, profondi, mobili e lucidi, i meandri dell’iride, le loro ombre ed i loro perchè, il peso delle loro buie e sconfinate profondità.
Un’altra passata di rimmel…ripensando a quella volta in cui, uscendo dal supermercato, aveva pagato una zingara perchè non le leggesse il futuro…