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Gustav Klimt - Hope I (1903)

Vado indietro nel tempo e ripenso al mio parto…uno dei momenti più importanti e significativi della vita di una donna, la chiusura di un cerchio, punto di arrivo e di partenza insieme.
Si conclude il “tempo di grazia” della gravidanza e ne inizia un altro, nuovo, sconosciuto, ricco di emozioni travolgenti, ma anche di notti insonni, di stravolgimenti ormonali, di incognite, insicurezze e sacrifici. E pur essendo un evento eccezionalmente totalizzante, sia dal punto di vista fisico che emotivo, non sempre il parto è un’esperienza lieta e serena.
E ricordo il mio, fatto di grandi aspettative…
Era piena estate, un sabato di inizio agosto, ricordo il caldo che quell’anno fu anche abbastanza clemente, qualche pioggia quella settimana aveva pulito l’aria e almeno la sofferenza per il caldo mi era stata risparmiata. Ero preparata ad un parto naturale che più naturale non si può, il mio ginecologo, un pioniere del parto in acqua e grandissimo sostenitore delle tecniche di “parto in libertà”, ovvero del partorire non necessariamente sdraiate sul lettino ma anche accovacciate a terra, immerse nella vasca apposita, insomma in qualsiasi posizione e modo la donna possa sentirsi più a suo agio.
Piena ed incondizionata fiducia in lui ed ho provato davvero di tutto, vasca compresa, eppure dopo quasi dodici ore di travaglio indotto, non avevo ancora raggiunto una dilatazione sufficiente malgrado i dolori e le spinte fossero forti e regolari.
Ce l’ho messa tutta ed ho affrontato quelle ore con uno spirito che non sospettavo nemmeno lontanamente di avere, che non capivo nemmeno da dove provenisse, io che ho sempre avuto una soglia del dolore per così dire bassa…chi era quella donna che si era impossessata del mio corpo e che stoicamente affrontava le contrazioni senza emettere quelle urla feroci che dalla sala parto arrivavano, sino a riempire le corsie?
Era la forza di chi ci crede ed io ci credevo, ci ho creduto fino in fondo di poter riuscire a portare a termine il mio parto naturale.
Al corso di preparazione al parto ci avevano descritto quel momento con una tale poesia e magia che davvero avevo creduto che il mio utero si sarebbe aperto miracolosamente come un fiore e invece solo in quel momento realizzavo quanto poco realisticamente ci avessero istruito.
La respirazione, il training autogeno, tutto dissolto in parole che non si amalgamavano con la mia realtà…come l’acqua e l’olio restavano ben separate.
Ed infine l’imponderabile: emorragia alla placenta e sofferenza fetale. Nell’arco di appena dieci minuti mi sono ritrovata a passare dalla poesia all’incubo, sino al cesareo d’urgenza in anestesia totale.
Ricordo intorno a me le ostetriche che correvano a destra e a sinistra, volti di medici mai visti prima e la voce del mio ginecologo che seraficamente mi dice: “Elle, non mi sento di rischiare oltre, dobbiamo procedere col cesareo”. Rischiare…? improvvisamente tutto stava andando come non avrebbe dovuto.
Devo aver fatto davvero una faccia terribilmente stralunata perchè ricordo la sua mano accarezzarmi la testa e poi cambiare all’istante espressione e quasi gridare “andiamo, andiamo, andiamo!”
Poi una penna tra le mie dita, “una firma signora, il consenso informato all’anestesia” come se in quel momento avessi potuto rifiutare…e poi freddo, tanto freddo ed il buio assoluto.
Ricordo però esattamente il dopo, le mie mani che istintivamente controllavano con una carezza la pancia sgonfia ed i miei occhi che frugavano impazienti dentro la stanza alla ricerca di mia figlia. Me la mettono tra le braccia ed io faccio finalmente uscire un respiro di liberazione, prima di incrociare i miei occhi con i suoi ed attaccarla al seno. Un senso di esaltazione, quasi un delirio di onnipotenza nel sentire quel calore che da me si trasferiva a lei, o forse viceversa, so solo che pur non riuscendo a muovermi tra flebo attaccate ed il taglio che mi faceva male, non mi sentivo immobile, anzi, in quel momento era come se stessi correndo ed avessi vinto la maratona di New York.
Semi bloccata a letto poi ci dovetti restare per un po’, non per il parto, ma per altre complicazioni successive che per tutto il primo mese mi hanno vista trascinarmi per le stanze di casa con le stampelle, anch’esse non previste, fuori dal copione del quadretto idilliaco in cui la famigliola ritorna a casa con in braccio il tanto desiderato fagottino.
Per fortuna quello che è capitato a me sarà soltanto una piccola ed insignificante statistica di minoranza, tuttavia il mio pensiero va a tutte quelle donne che ci hanno creduto così tanto e che in qualche modo hanno provato con tutte le loro forze ad esorcizzare quel “tu partorirai con dolore”, ignare e fiduciose, sognatrici ed ingenue, dilaniate dall’infido sospetto (per fortuna dileguatosi velocemente) di non essere state all’altezza, di non aver saputo fare il loro dovere fino in fondo.
Per fortuna quel subdolo senso di fallimento svanisce ben presto, perchè capisci che i bambini nati col cesareo non sono bambini di serie B nati da mamme di serie B, che una madre non si misura dal grado di sofferenza con cui mette al mondo, che la nascita è solo il punto di partenza e che, da lì in poi, tutto proseguirà in un continuo alternarsi di gioie e dolori.
E per fortuna non è unicamente ed esclusivamente su quel momento che si baserà lo sviluppo e la crescita di una madre e di suo figlio.