
Prima di scendere ho anche avuto quell’attimo di esitazione, quello talmente abusato in milioni di pellicole cinematografiche da assomigliare a un luogo comune.
Ed in quella frazione di secondo che dura un’eternità, ho pensato che avrei potuto urlare forte per farmi vedere, o raggiungerti alle spalle in silenzio, o abbracciarti da dietro, cose così…
Ora scrivo senza curarmi della forma di quei pensieri, infondo la verità è sempre banale ed anche la mia lo è, quindi che importa se assomiglia a tante altre…
E poi non avrei voluto salutarti così.
In piedi.
Immobile, rigida.
Come quando si ferma di colpo l’autobus…capolinea, duro e assassino.
Di mattina.
Col sole allo zenit, col respiro fuori controllo da riportare a ritmo naturale.
E mi muore in gola così, senza riuscire a dirti nulla.
Nemmeno uno stupido: “anch’io”.
Lo faccio ora…
“Quando due persone salgono ognuna dalla propria profonda valle e si incontrano in cima a una grande montagna, non ha importanza quale sia il nome della montagna o da dove vengano quelle persone. Quando siamo in cima abbiamo la sensazione di trovarci sul tetto del mondo”.
(Jostein Gaarder – C’è nessuno)


21 comments
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23 Maggio 2009 a 9:31 am
api
…se ti volti vedrai una zampetta…se osservi ti accorgerai che le nascono delle dita…stringi quella che vuoi, piano piano troverai la mia mano….
23 Maggio 2009 a 2:32 pm
romaguido
A volte mi è capitato di arrivare al capolinaa e di provare un certo senso di disagio perchè non era quella la mia destinazione. Guardandomi attorno, mi accorgevo che alcune persone restavano tranquillamente sedute ai loro posti: la nostra meta era appena dopo il capolinea che, in questo modo, diventava solo una fermata un po’ più lunga delle altre.
Non sempre c’è bisogno di scendere e di rincorrere: li troveremoi lì, ad aspettarci, alla prossima fermata e potremoi finalmente dire: “anch’io.”..
24 Maggio 2009 a 4:46 pm
sancla
vero che a volte ci blocchiamo perché abbiamo paura di essere banali o non creduti. Ma ora lo hai detto, ed è questo che conta
25 Maggio 2009 a 10:34 am
Loris
“Si io mi fermo qui
qui dove vivi tu
no piu’ non cerchero’
un altro nido ormai
Tu sei l’acqua dopo il fuoco
non ti lascio piu’”
Su MusicRoom III puoi ascoltare il brano.
Baci
Loris
26 Maggio 2009 a 10:36 am
arthur
In teoria, il capolinea potrebbe essere l’inizio di una “corsa” e non necessariamente la fine.
Come tu sai, a me piace vedere sempre la parte migliore delle cose e allora… “Svegliarsi al mattino e tra i vapori fumosi di una doccia, disegnare con il dito su di uno specchio, la curva di una strada che mentre sale, lascia intravedere una lunga discesa che porta al mare.”
… e allora… sarà a quel capolinea che troverai magari qualcuno che ti risponderà “anch’io”…
26 Maggio 2009 a 9:38 pm
Elle
@Api: cara, le tue zampette sono qui vicino a me e la mia mano accanto alla tua, non temere…
@Rosamaria: “…solo una fermata un po’ più lunga delle altre….” sì, o al contrario troppo breve, tutto così vorticosamente veloce da non capire più dove inizia e dove finisce il viaggio…e continua.
@Sancla: per me emozionarsi non è mai banale e infatti…
@Loris: bellissimo pensiero musicale, grazie!
@Arthur: continuo a ripeterlo: “anch’io”…
26 Maggio 2009 a 9:43 pm
spaziocorrente
Quando sei in cima alla montagna ti accorgi di quante strade possibili e percorribili esistono. Tornando a valle non puoi più pensare che esistono fermate definitive ma solamente soste in cui decidere la nuova strada da prendere per salire una nuova montagna.
E nell’infinito dell’orizzonte capisci che ogni partenza lascia un saluto ma ritrova più avanti nel viaggio un sorriso.
26 Maggio 2009 a 9:48 pm
splendidiquarantenni
E dovevi gridarglielo sì al conducente “anch’io” “voglio salire anch’io”E invece niente. Se n’è andato. E sei rimasta lì coi rimpianti. E pure a piedi…
26 Maggio 2009 a 10:23 pm
Elle
@Spazio: un saluto che ancora mi accompagna e che porto nel cuore…perchè l’importante è ripartire, sempre!
@SQ: senti un po’ Splendore…ma a te chi ti fa tutte queste spifferate, sul restare a piedi, sui rimpianti…?
Certo avrei dovuto gridarglielo all’autista che anch’io volevo salire, ci hai ragione, ci hai…ma a me urlare non piace e così ho lasciato che interpretasse da solo certi miei segnali, chè dovrebbe conoscerli bene lui i segnali (stradali) sennò, che autista è?!?
27 Maggio 2009 a 8:58 am
splendidiquarantenni
e ci ho amici nei trasporti, io. Poi ascolto un sacco i Train, i Traffic, i Cars….ok ora la pianto.
27 Maggio 2009 a 9:46 am
Elle
Tu ci hai amici un po’ ovunque, non solo nei trasporti, ma anche tra i musicisti in erba, tra gli scrittori…sì, sì, mi pare di ricordare…
The Cars – Drive
27 Maggio 2009 a 10:39 am
arthur
…
29 Maggio 2009 a 12:41 pm
riccardo
Carissima Elle, i capolinea sono (per me) dei posti sempre molto interessanti.
Dei posti nei quali ho la sensazione che tutto possa iniziare o finire, indifferentemente.
Il fatto poi di non saper che cosa dire, soprattutto il fatto di non farcela a dire quell’”anch’io” è qualcosa che secondo me ci si porta appresso dall’adolescenza.
E che per fortuna, non si supera.
Altrimenti non si gusterebbero/soffrirebbero tanto certi momenti.
Ciao!
29 Maggio 2009 a 12:51 pm
Elle
Ric…e mi mancavi te su questo post, dico sul serio!
Perchè hai sempre un modo di leggermi che…non lo so, ma c’è sempre una frase o una parola, un riferimento che mi fa riflettere (e non poco).
In questo caso specifico è la parola “adolescenza” che hai usato e che, forse è vero, non si supera. Si cresce per forza, ma non si supera…
E quella parte (migliore) di me vive (ride, piange, urla, scalpita, gioisce…) quando riesce ad accordarsi proprio con quella parte lì, quella che, il più delle volte, pensi di dover tenere a freno, ché sennò combina solo guai.
Mica vero! certi momenti vanno gustati assolutamente col piglio adolescenziale. Poi riuscirci…è un altro discorso (e magari un altro post…)
Grazie Ric
29 Maggio 2009 a 1:23 pm
Peppermind
L’importante è riuscire, piuttosto saltando su treni sgangherati, che cadono a pezzi, riuscire a dire.
Insomma, sia a parole, a voce, scritte, disegnini, macchie di rorschach, alfabeto morse con le orecchie… basta che si faccia.
(Sono un tipo silenzioso)
29 Maggio 2009 a 1:40 pm
Elle
Pepper…sì ho notato, ho notato. e comunque per tua tranquillità sappi che io sono mooooolto rispettosa del silenzio, figurati!
29 Maggio 2009 a 9:23 pm
pani
se la verità è sempre banale vuol dire che è vera. In genere la verità è semplice, spesso incredibile.
Conoscevo uno che trascorreva i momenti liberi sugli autobus e andava a controllare i capolinea di tutte le linee:
“Può sempre servirmi” diceva. E non contento, si studiava su TuttoCittà i capolinea delle città italiane. Non pigiava mai per primo il pulsante per prenotare la fermata:
“Se lo premi per primo tutti ti guardano”.
Però alle cene o alle feste amava arrivare con dieci minuti di ritardo. si nascondeva dietro l’angolo e quando tutti erano entrati arrivava lui.
“Se arrivi più tardi ti notano di più” mi diceva.
Un tipo strano.
Credo che nessuna donna abbia mai voluto “raggiungerlo alle spalle in silenzio, o abbracciarlo da dietro, cose così…”
30 Maggio 2009 a 7:59 am
Elle
“Se lo premi per primo tutti ti guardano”: vero, banale, semplice, incredibile.
“Se arrivi più tardi ti notano di più”: altrettanto vero, banale, semplice, incredibile.
E’ proprio così Pan, le verità sono tutte semplici, persino banali, eppure difficili o addirittura impossibili da credere.
Perchè crederci è rischioso, perchè per crederci dobbiamo accettare di sentirci un po’ “strani” anche noi. E non sempre, forse quasi mai, siamo disposti realmente a farlo.
Un abbraccio Pan e grazie…
30 Maggio 2009 a 3:36 pm
paolozardi
L’attimo in cui si scende dal treno, o da un autobus, e ci si cerca con gli occhi, offre la vertigine di un sentiero di fronte ad un burrone. Bellissimo come hai colto l’essenza di quel momento che si dilata – il tempo è interiore, come insegnava Sant’Agostino (e Nabokov, tanti secoli (o erano minuti?) dopo)…
ps della vicenda che sta dietro – cioè la realtà dalla quale sei partita – posso dire ben poco, non conoscendo i dettagli: posso soltanto dire che raccontarla, anche in un luogo come questo, può servire a fare chiarezza, e prendere quindi decisioni migliori… in bocca al lupo!
30 Maggio 2009 a 7:13 pm
Elle
Assolutamente d’accordo Paolo, il tempo è interiore!
Noi tendiamo a misurarlo, standardizzarlo, definirlo, confinarlo…ma è qualcosa che si dilata o si restringe a seconda delle situazioni.
Ci sono minuti che fuggono ed altri che sembrano durare in eterno, eppure sempre minuti sono, ma è come li viviamo che fa la differenza.
Bellissimo poi come hai delineato quel cercarsi con gli occhi, che è pura vertigine, sì!
p.s.: come dico nel post la realtà (verità) è spesso banale e simile a tante altre. Raccontarla qui non è semplice, ma è una sfida che ormai porto avanti da quasi due anni e che in più di un’occasione si è rivelata utile per fare chiarezza dentro di me, per portare fuori ciò che è dentro e viceversa.
E la “sfida” continua…
10 Giugno 2009 a 12:16 pm
paolozardi
@Elle
Un po’ di tempo fa parlavo con un’amica che leggeva il mio primo blog, su un’altra piattaforma, che mi diceva: tu sei fortunato, quando scrivi, perché la tua vita è stata piena di cose interessanti.
La cosa mi ha stupito parecchio: se dovessi definire la mia vita, dire che si tratta di una cosa assolutamente normale – perché lo è, fino in fondo! Gli studi, la laurea, la morosa; poi il lavoro a Milano, storia finita, nuova storia, matrimonio, figli, il ritorno a Padova. In mezzo, nessun fatto saliente – da nessun punto di vista.
Allora è proprio questo lo sforzo che deve fare chi scrive – indipendemente da dove e per chi: raccontare una realtà “banale” e allo stesso tempo “universale”, scegliendo un’angolazione particolare dalla quale guardare i fatti.
Una sfida, dici bene!