Capita a volte di ritrovarsi in bocca parole conosciute, note, dette e ridette, usate, abusate, ma da tempo estranee.
E te le ritrovi inaspettatamente lì, appiattite lungo la linea del palato, sulla soglia della bocca che saltan fuori in un balzo e nemmeno ti danno il tempo di capire come e perchè.
Per una come me che è abituata a guardare le parole non solo come parole, a sentirne il peso specifico, fa uno strano effetto ripronunciarle…è come ritrovarsi in casa uno sconosciuto cui però spalanchi la porta sorridendo.
E fissi lo straniero con aria interrogativa e lui sorride di rimando e non puoi fare a meno di ricambiare…e più lo guardi più ti sembra che quei tratti rivelino sagome conosciute, ma ancora piuttosto sfocate.
Non è nè nero, nè bianco ancora.
Solo sfumature proibite.
E resti lì con questo straniero che fa tutto il giro delle tue stanze, che non te l’aspettavi, non lo sapevi, non potevi saperlo o forse l’hai solo immaginato di farfugliare in “moccese”…scusa ma ti chiamo amore.