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© Petite
Inizi disegnando il tronco marrone bene al centro del foglio, poi le foglie verdi aperte ed una macchia di cielo azzurro sopra, infine il verde del prato.
Un sole potente con tanti raggi a fianco, a scaldare quei rami protesi come una mano con troppe dita ed arti di legno che si alternano e si confondono nel verde brillante della chioma.
Sembra finito, ma poco a poco iniziano ad apparire, tutt’attorno, un’infinità di minuscoli segni, quasi una stradina tutta curve, tracciata tra cielo e terra.
Ti guardo e te ne accorgi, allora metti i confini, con le manine sopra il foglio, oscurando per un attimo quello che volevi raccontare.
Ti chiedo se quei segni siano una siepe piuttosto che i fiori, o la pioggia, o uccelli, o forse una staccionata che (non) abbia un suo perché.
No, quelle sono le parole, mi spieghi.
E allora le guardo, le fisso quelle parole uncinate che affidi a quell’albero (o al cielo?) e a chi le vuol vedere o sentire, in quella sorta di viaggio traballante che compiono, ondeggiando tra colori vivaci e mescolati in un allegro naufragio, chiedendomi perché non hai lasciato il disegno senza quei segni, così come quando a me, sembrava finito.
E invece no, quelle sono le parole… contorte, noiose, arrabbiate, serafiche, ambiziose, che solo un albero di sorrisi e di speranze come il tuo poteva riuscire a rappresentare.

Mi cammini accanto, riconosco il tuo passo, mi saziano i tuoi suoni ed è inutile bluffare, ché le tue carte le ho già viste.
Non hai niente in mano, però rilanci spudorato e se poi anche le mie carte non girano, non è certo colpa tua.
Alzi la posta e vedi, dov’è più difficile modulare l’ironia leggera e la capacità di raccontarsi, spingi, dove sonnecchia la precaria quiete di un momento freddo, abbracciata all’umore placido di pensieri che scivolano e riscaldano.
La bizzarra piega delle tue risa insistenti… una rotta in diagonale che mi taglia in due e mi stordisce, fino a sentirmi le gambe piegarsi e gli occhi chiudersi sull’emozione troppo forte, mentre la notte giunge con le sue dita nere, a scorticarmi i sogni.

Foto © Elle
Quando incalza il maestrale, l’animo si desta.
Impossibile non sentirlo, restarne indifferenti, ti soffia dentro e rimescola, scrolla. Insistente, prepotente, umido.
E un po’ fa paura anche, ma è come se nella confusione apparente che crea, generasse calma, lucidità.
E’ un vento particolare che arriva incanalato nelle valli e che ha il profumo del mare, che da qui non si vede, ma si sente.
E’ uno scorcio delle mie colline.
E’ uno scampolo di terra, nella quale c’era l’erba alta.
Era il mio gioco preferito di bambina correre in mezzo all’erba alta, poi mi accovacciavo serena ad ascoltare il vento incanalarsi in queste valli sfumate nell’orizzonte.
Potevo rimanerci interi pomeriggi e quando mancavo da troppo tempo, la voce di mia mamma che mi richiamava, spaventata.
Sentivo l’eco che si diffondeva nell’aria a ricordarmi chi ero e dov’ero, a cosa e a chi appartenevo.
Ora ci sono cresciute un po’ di case ed un ulivo che dà frutti abbondanti.
Poco più avanti c’è l’oleandro rosa del mio giardino, su cui oggi, soffia il vento.

Herta Mueller
Fino ad un paio di giorni fa nessuno avrebbe mai pensato di scriverci su e invece adesso è già passata alla storia.
Oggi è una famosa (s)conosciuta Herta Mueller, passata dal buio delle retrovie letterarie dell’est Europa, con tanto di repressioni ciauseschiane, alla più vicina ed occidentale Germania, sino ad approdare sotto gli svedesi riflettori del Nobel.
Di lei non conosco niente, mai sentita nominare, mai letto una riga, ma prima di dedicarmi ai vari articoli di stampa osannante che mi racconteranno chi è e perché, io l’ho guardata, in questa ed in altre decine di foto.
Non so ancora cosa o come scriva Herta Mueller, eppure con me ha già comunicato, così. Con l’immediatezza di due occhi di ghiaccio abilmente contornati di kajal, incorniciati da un audace caschetto nero a regalare la leggerezza di un’età che fu ed un rossetto scarlatto dal tratto deciso a disegnare una smorfia obliqua sul viso.
Ed ho voglia di conoscerla meglio questa Crudelia Demon uscita dal fumetto, bellissima! Lei ed il suo Paese delle prugne verdi. Ché se chiudo gli occhi già me lo sento in bocca il gusto acidulo e acerbo della letteratura sconosciuta.

Li seguivo da un po’, li osservavo con lo sguardo leggero ma attento, parlare tra loro in un precario equilibrio di suoni alternati a sguardi e movimenti e luce fioca.
Si allontanano e si avvicinano ma mai più di qualche passo, si sfiorano, poi si toccano, inclinano il busto in avanti e la testa all’indietro o di lato ad armonizzare il pensiero.
Li osservavo aggrottando la fronte e stringendo gli occhi per mettere a fuoco non tanto le parole, no! …di quelle me ne arrivava appena una ogni dieci.
Guardavo le loro pause, quelle che furtive appaiono dal nulla, quando si dà libero corso a ciò che senti, vedi, dici.
Quei momenti di interruzione di gesti e suoni, apnee da cui emergono immagini presenti, miste a frammenti di ricordi.
E come dietro un vetro opaco, distinguevo nitide, in quell’insieme, sagome di voglia e contorni di desiderio e tutt’attorno un alone, un bisogno fisico, tanto forte quanto sfumato.
I due ora bisbigliano, forse si fanno promesse che non manterranno.
E lo sanno.
Ho l’abitudine di osservare in alto, il cielo e le facciate dei palazzi, i balconi e le finestre illuminate.
E’ un’abitudine che non perdo mai, nemmeno quando sarebbe più logico fissare la punta delle scarpe.
Alzo gli occhi: due uccelli, neri, posati su un cavo elettrico, due becchi, due zampe lunghe, magre, rigide.
Sono vicini, uniti quasi, da quella voglia e dalla certezza di non conoscersi mai abbastanza.


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