
Alessandro Matta - Sala d'aspetto (2008) olio su cartone telato 50x35
Io sono quella che di solito attende paziente e fiduciosa nelle sale d’aspetto, senza frenesie latenti da parlantina esasperata, senza isterismi da cane al guinzaglio troppo corto. Cerco di mantenermi in equilibrio, magari con sofferenza, però con correttezza. E spesso ci rimetto. Ci rimetto se si considera il rimetterci come il rinunciare a qualcosa di normale, come sarebbe il concedersi ogni tanto, un legittimo sbuffo o gesto scomposto di sana insofferenza. Durante l’attesa posso restare davvero tranquilla sulla sedia solo se ne trovo una sufficientemente scomoda. Sembra strano ma in una eventuale posizione troppo comoda, rischio di perdere davvero la cognizione del tempo guardandomi in giro, dilatando così oltremodo lo sguardo e i tempi d’attesa, pure se non dipendono da me.
Con gli spazi bianchi e indefiniti delle attese, ho imparato a conviverci e alla fine stiamo bene insieme, ne esco sempre piena, di qualcosa che inconsapevolmente, sto vivendo e già scrivendo con gli occhi.
In certe occasioni mi capita di incrociare il filo dei pensieri e dello sguardo con le altre persone e per diluire le reciproche attese, scambio assaggi di parole sui soliti argomenti: gli orari, la qualità dei servizi negli uffici, il traffico di mattina lungo le strade e l’aumentare del costo della vita. Piccoli contatti, qualcosa di piccolo, qualcosa che possa essere consumato subito e in breve tempo. Qualcosa dai margini ridotti e limitati, ma che soddisfi il bisogno immediato e ricambiato di contatto anche superficiale, di una singola persona, in un singolo momento, di singoli argomenti.
E mi ricordo di una ragazzina dalle unghie corte e mangiucchiate, che entrava in contatto col mondo con un moto di stizza, aggiustandosi i capelli, passandoci dentro velocemente le dita lunghe e nervose. Sua madre, si affrettava a giustificarla, spiegando che se li era tagliati da poco, prima li aveva lunghi.
Ricresceranno in fretta, dicono tutti. Ma la ragazzina, indifferente a quella riflessione, infila ancora le dita tra i capelli, anche se non sono più quelli di un tempo. Sorrido, guardando fuori dal finestrino un cielo livido e straniero che si accoppia con una insidiosa interruzione per lavori in corso lungo la strada principale. Le mie dita lunghe ed ostinate, salde e compiacenti, che si tendono ancora a rastrello tra i capelli cresciuti. E addosso quella sensazione. Quella delle attese, quella di quando tagli i capelli lunghi e non pensi al dopo, quando, anche solo per un momento, anche solo in un gesto, mancheranno.


15 comments
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6 Novembre 2009 a 8:43 am
pani
uh! Io sono un amante delle attese. Da piccolo, quando frequentavo il barbiere, se la sua bottega era vuota ripassavo più tardi, quando dentro c’erano almeno tre o quattro persone. Altrimenti, come avrei potuto leggere i fumetti, i giornali e osservare l’abile sforbiciare del barbiere?
Così pure dal medico, dal dentista. Preferisco arrivare con un’ora d’anticipo piuttosto che cinque minuti in ritardo.
6 Novembre 2009 a 10:42 am
matteo r
Gli spazi bianchi delle attese in effetti vanno riempiti. Di colori. Le persone, senza accorgersene, si riempiono di grigio rabbia quando attendono negli uffici postali, di viola fretta alle casse dei supermercati, di blu autorevole in banca. L’attesa è la stessa ma la vivono in modo completamente diverso. Io mi godo a guardarli tutti, uno per uno, dalle labbra alle dita delle mani. Poi, quando è il mio turno, ho dimenticato sempre qualcosa e devo rimettermi in fila di nuovo. Acc, dannaz, malediz…
6 Novembre 2009 a 1:45 pm
Elle
@Pan: la sapevi lunga già fin da piccolo tu eh?! Io, no, mi ci è voluto un po’ di tempo prima di capire che a mordere il freno spesso si rimane a piedi.
Le attese vanno rispettate, ché poi, qualche volta, ti ricompensano.
@Matteo: non avevo dubbi che tu sapessi dipingere gli spazi bianchi delle attese con i colori. Il “viola fretta” poi… è da rubartela come espressione!
6 Novembre 2009 a 8:04 pm
splendidiquarantenni
Beh ci sono miliardi di argomenti di cui parlare. Il fatto che oggi noi si sia parlato involontariamente e in sincrono dello stesso argomento, significa che mica ci leggiamo a caso.
6 Novembre 2009 a 8:33 pm
Elle
@SQ: A caso di sicuro no, anche se oggi il caso ha fatto la sua parte.
Quando ho pubblicato non ti avevo ancora letto (e immagino tu idem), altrimenti magari evitavo… è sempre una strana sensazione ritrovarsi nello stesso post(o) vestiti uguali.
Saranno coincidenze da anime blogghe…
6 Novembre 2009 a 8:39 pm
api
l’attesa ha il grande dono di farci rallentare…
è desiderio, immaginazione, inquietudine. sospensione.
soffermarsi, annusando l’aria intorno, conferma il significato di ciò che arriva.
6 Novembre 2009 a 10:07 pm
simple
So aspettare solo quando so che quello che aspetto arriverà sicuramente, altrimenti solo solo impazientirmi e spazientire.
:/
7 Novembre 2009 a 12:15 pm
arthur
Potrebbe essere un gioco l’attesa, un modo come un altro per imparare ad osservare gli altri che spesso passano inosservati.
Ed io ci “godo” in quelle situazioni, in genere armato di buona pazienza, lascio alle volte che qualcuno mi passi davanti, ma è lui che ci ha perso nel frattempo, perché non ha avuto la possibilità di osservarmi così come l’ho fatto io con lui.
Il mondo è vario e colorato, come dice Matteo e lo è anche la gente e ogni colore è pieno di sfumature, alle volte delicate, alle volte come se fossero dipinte con tinte molto forti.
7 Novembre 2009 a 2:29 pm
Laura
Posso dire una cosa che non c’entra? Io trovo che sia bello arrivare qui e leggerti e leggere i commenti che è come se continuassero a scrivere il post, me lo permetti vero? O forse è una cosa che mi hai detto anche tu
ps. e poi volevo dire a Matteo che si è dimenticato il marrone rassegnazione… a me quel colore viene bene eh
7 Novembre 2009 a 5:41 pm
Elle
@api: ho imparato anch’io a sentirla così…
@simple: eh eh troppo facile aspettare con la certezza che ciò che deve arrivare, arriverà. Però ti capisco bene… le mani tra i capelli tradiscono lo spazientirsi infatti. E’ un gioco di difficili e precari equilibri l’attesa…
@Arthur: è un gioco di difficili e precari equilibri l’attesa…
@Laura: non ricordo se te l’ho detta questa cosa dei commenti che continuano i post (ce ne diciamo talmente tante…) ma di certo l’ho sempre pensata anch’io così e forse da qualche parte l’ho anche lasciato scritto un pensiero simile.
p.s.: Laurè, il marrone rassegnazione mi sa tanto che Matteo non lo conosce proprio e se per caso lo vede, non te lo lascia mica passare, te lo segna subito col matitone rosso!
8 Novembre 2009 a 5:05 pm
lindalov
Nemmeno io mi scompongo piu di tanto, quando mi tocca, mi tocca. Purtroppo però sto così tranquilla che c’é sempre qualche stronzo/a che mi passa avanti, oppure chi mi deve chiamare salta il mio nome e passa avanti. Evidentemente il mio aspetto tranquillo é troppo fuorviante.
Così alla fine mi incacchio e sbuffo anch’io. E di brutto.
9 Novembre 2009 a 2:07 pm
Peppermind
Ah, io leggo, leggo, e evito il discorso-contatto superficiale.
Sarà un altro modo di risolvere l’intreccio che ben descrivi, al co-dipendenza di attesa e mancanza… mboh.
9 Novembre 2009 a 8:26 pm
Elle
@LL: comprendo e condivido. La parte in cui mi incacchio e sbuffo anch’io di brutto, ammetto di averla volutamente tagliata. E’ il bello di quando scrivi, qui posso farlo, nelle sale d’attesa vere, no.
@Pepper: ah ecco! allora si sente il doppio binario sul quale cammino, quello di attesa e mancanza, mi stavano quasi venendo i dubbi di aver dimenticato di scrivere qualcosa…
15 Novembre 2009 a 11:52 am
Paolo Zardi
Bellissimo quadro!
E anche il dipinto di Alessandro Matta non è male…
Mi hai fatto venire in mente l’ascensore, che usavo quando ero bambino. Le targhette che si leggono non appena entra qualcuno. La sospensione del tempo, dello spazio; la violazione della propria bolla di privacy – gli aliti, l’odore di un ombrello bagnato, un impercettibile fischio al naso di un vicino di casa con il quale non si è mai scambiata neanche una parola; il profumo di borotalco della signora Guerra del terzo piano, l’odore del suo belletto, dei suoi trucchi da vecchia signora; l’odore dei guanti di pelle, della naftalina sui cappotti in ottobre… Durava venti secondi, quel viaggio (a quindici anni, io e la mio morosa ci baciavamo per tutta la sua durata), ed era proprio un viaggio…
16 Novembre 2009 a 10:40 am
Elle
Bella lettura la tua Paolo!
L’attesa in ascensore è relativamente breve (se non lo blocchi apposta per baciarti con la morosa eh) e mi fa piacere sentirla così piena, di tanti particolari, immagini, odori, condensati e dilatati in venti secondi.
Che poi quello sguardo non lo perdi più, non resta solo dei quindici anni…