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Oggi l’ho visto, l’ho vissuto, l’ho respirato in una splendida giornata iniziata sorseggiando caffè macchiato e dividendo crostata, per proseguire poi a piedi, lungo un saliscendi di vie conosciute ma in qualche modo diverse.
Non c’era sole, ma non serviva, van bene anche le nuvole quando cammini al fianco di persone con cui riesci a condividere allo stesso modo e nella stessa misura, parole, risate e silenzi.
Una strana sensazione camminare tenendo le mani in tasca, non ci sono più abituata, ché le mie di solito ne stringono sempre una più piccola e solo dopo tre o quattro volte, son riuscita a non girarmi sentendo chiamare “mamma”… non stavano chiamando me.
L’amore semplice lo senti carezzarti piano il fianco, soffiarti tra i capelli come un inatteso alito di vento, lo senti allungarsi piano come le ombre sulla spiaggia, lo fermi per un instante intrecciandolo alle dita, in un tocco fuggevole ma eterno. Grazie… a chi oggi, ha respirato con me quest’aria, fatta di nuvole e sole e mare e sassolini e amore semplice.
Gianni legge L’amore Semplice di Elle su CollettivoVoci

Ci sono sensazioni che vanno assolutamente fermate a caldo, che non possono aspettare nemmeno un minuto, che chiedono di esser raccontate e rese vive anche a parole, ché dentro non ci possono stare, non le so contenere, per quanto son belle e voluminose e variopinte.
E poi le trasferisco qui, perchè mi piace guardarle anche sotto la lente d’ingrandimento, attraverso questa dimensione scritta, dopo esser state vissute, sino a poche ore prima, in modo assolutamente tridimensionale.
Accade così, a volte, che ci si ritrovi a raccontarsi la vita, seduti al tavolo di un bar, senza nemmeno sapere perchè, senza nemmeno pensare che…
E nel farlo, ti lasci accarezzare da due occhioni dolci, che ricordano tanto quelli di un cerbiatto, da sorrisi lievi, da sguardi e parole delicate come piume, ma profonde come il cielo nelle notti d’estate.
E lasci che tutto scorra così, naturalmente, che il torrente confluisca e raggiunga il mare, lentamente, che lambisca gli argini della tua terra smossa, assecondando quel vento di confidenze reciproche, alcune dure da masticare, ma che infine si sciolgono piano, diluite e mescolate allo zucchero nel cappuccino.
I minuti scorrono ingrati e li senti sfiorarti il gomito mentre butti l’occhio all’orologio e l’unica cosa che vorresti veramente, è poter rimettere indietro le lancette e restare lì, a dondolare su quelle sponde sino ad allora solo immaginate, eppure già così assurdamente familiari.
Grazie Laura.
Leggere è bello, ma leggere ad alta voce è un’altra cosa, ché mentre pronunci le parole ne assapori immediatamente il suono e come frutta matura, mordi la polpa, spremi il succo, succhi l’essenza.
E’ masticare consonanti e sputare vocali, modulare gli alti e i bassi, colorare le frasi con nuances delicate, indugiare sulle pause, o incedere accelerando appena, imprimendo un ritmo più o meno sostenuto, più o meno lento.
E la voce accarezza e massaggia con movimenti lenti e circolari le parole, sino a sentirle sciogliersi sulla punta della lingua, sino a che non rotolano giù in gola, per poi risalire su nell’esofago.
Ma non è una questione di tecnica, non mi intendo di dizione o fonetica, è qualcosa di assolutamente istintivo.
Io inizio a leggere e man mano che procedo con la lettura, sento le parole farsi duttili, le sento che si fanno plasmare ed io mi lascio attraversare da parte a parte da esse, interpretandole, godendo del loro strusciarmisi addosso.
Ogni tanto mi piace leggere ad alta voce, è una di quelle cose che faccio e che ho sempre fatto per il puro piacere di farle, lo faccio con quei pezzi che voglio sentire, siano pagine di un libro piuttosto che post o poesie che hanno un nucleo caldo da raggiungere, che non bastano gli occhi per leggerlo e vogliono voce.
Ho tentato l’esperimento del reading con Anime Blogghe di Splendidiquarantenni, che ringrazio per avermi concesso in prestito queste sue parole così vere ed ispirate.
Così come ringrazio Fatacarabina che mi ha aperto gioiosamente le porte del Collettivovoci, nel quale potete ascoltarmi leggere.
Allo Splendido il merito di aver scritto non un semplice post, ma un vero e proprio “manifesto”, non credo ci sia blogger che sia passato di lì, senza essersi profondamente riconosciuto ed immedesimato in quelle frasi.
Alla Fata-Mitia ed alle altre ugole del collettivovoci, il merito di aver dato vita a questa iniziativa che, come recita lo stesso sito, ospita “blogger che leggono brani di altri blogger. Condivisione vocale, testi amati, voci, parole…”. Nei loro archivi ci sono reading davvero fantastici da ascoltare, che io ci ho perso il sonno, da un po’ di tempo a questa parte e ve li consiglio tutti.
E allora mi è venuta voglia di unire la mia voce al coro, per diffondere il verbo. Buon ascolto!

Ve l’hanno mai offerta una granita con panna da gustare a 460 km. di distanza?
A me sì.
E malgrado per coprire la distanza, si impieghino circa 91 ore e 55 minuti a piedi…la granita non si è sciolta, ma io sì.
Ed è la più buona granita ch’io abbia mai assaggiato in vita mia!
Un gusto che non ha nulla dei sapori comuni, un ghiaccio che non si scioglie in bocca, ma che resta brivido dentro.
E chi l’ha detto che il gusto passa solo attraverso il palato?
Basta un movimento di pensieri, di idee, di immagini, per appropriarsi di un altro sapore, non meno intenso: il gusto di esprimersi.

Era un lunedì, me lo ricordo bene, di un luglio caldo come questo, anche se di uguale c’è solo quello, il resto non è più come allora.
Tutto era nuovo per me, questo posto era così diverso da ciò che mi lasciavo faticosamente alle spalle, luoghi, persone, tutto era una nuova scoperta.
Quasi mi tremavano le mani sulla tastiera mentre scrivevo e nel premere il primo “pubblica” mi è sembrato quasi di sentire un “click” dentro, in un punto indefinito e imprecisato, uno scatto interno di quando senti che stai per fare qualcosa di importante, ma di cui non hai ancora esattamente consapevolezza.
Sapevo solo che mi piaceva l’idea di un posto tutto per me, mi piaceva l’idea di fermarmi a scrivere i miei pensieri, di leggere e farmi leggere.
Centotrentacinque post e tremilaseicento e rotti commenti dopo, posso solo dire che questo blog è cresciuto di pari passo con me ed è proprio come me.
Si è scritto da solo, è nato e rinato più volte, accudito, protetto, guardato, amato a distanza, per un po’ lasciato sospeso poi ripreso, ma infine, mai solo. E come me è sempre qua, giorni e notti che si inseguono, alternando umori e maree.
Ed è con l’occhio un po’ lucido che ora lo guardo e lo vedo cresciuto.
Ha due anni ormai il mio blog…
Lei è così, on/off, accesa o spenta, dentro o fuori e quando pratica le mezze misure, quelle rare volte, lo fa più per necessità che per virtù.
Può annullarsi sino a scomparire lei, ci è abituata ad esser trasparente, infatti non chiede, non chiede mai, pur sapendo che è sbagliato, perchè il mondo non è popolato da indovini e leggere il pensiero non è aspirazione dei più.
Lei odia l’idea del dolore e pur di non farlo sentire, preferisce sentirlo su di sè, odia l’idea di poter far male e così si fa del male da sola. Ha la soglia del dolore alta ormai, col tempo è cresciuta, insieme a lei.
Lei è la donna col rossetto sbavato, la donna coi capelli arruffati buttati in avanti sul viso, lei è i suoi jeans sdruciti, lei è lo specchio sporco nel quale si riflette.
Indossa accenti e apostrofi, parole e silenzi come fossero perline colorate e ne fa collane, infilandole con cura una ad una, sempre attenta agli accostamenti cromatici e di forma, alla consistenza, al peso, alle dimensioni. E’ così che le piace ed è così che si piace.
Lei è la sua fatica emotiva, le sue ossa fratturate, i lividi sulla pelle, lei è il fardello di se stessa, ironica, disinibita e leggera ma con lacci e lacciuoli che la stringono un po’ ovunque e se prova ad allentarli sente quasi di compiere un’ingiustizia. Lei lotta contro la forza di gravità che la tiene ancorata a terra e nel farlo accade che si tiri addosso gli sguardi indispettiti ed interrogativi della gente.
Lei che si fa scalfire da una piuma e gioca con la lama del coltello rischiando di tagliarsi, lei che vola a pelo d’acqua, ma non le riesce di restare in superficie. Una parte scende sempre in profondità e scava tra acque scure e melmose, quasi fosse una missione, mentre l’altra, col naso in su, resta a guardare il cielo e respira, sognando.

Elle's bag ©
Eccoli qui i miei buoni propositi, il mio (auto)controllo, eccoli qui in questa borsa aperta.
E mi infastidisce questo mio volerla sempre aprire, ché mi dimentico cosa sto cercando nel momento stesso in cui lo cerco.
E al contempo però mi piace, per questo gioco frivolo di raccontarmi per immagini, di comunicare chi sono, come la penso e come la vedo.
Qui dentro c’è la musica dell’i-pod, c’è l’agenda con la penna, foglietti di carta con appunti, occhiali da sole, mazzi di chiavi, cellulare, un rossetto, portafoglio, un pacchetto di fazzoletti di carta, uno o più libri, dipende dal momento.
C’è la voglia di sorridere, un po’ di sole misto a pioggia e qualche sogno sbiadito o ancora addormentato, che aspetta il suo caffè.
Voglio bene a questi oggetti, un bene fatto di dettagli e me li porto sempre dietro perchè così ho l’idea di poter andare lontano ed avere con me tutto ciò che serve, con la sensazione di aver però dimenticato qualcosa.
Ché basterà girarmi un attimo, abbassare per un solo istante le difese, per ritrovarlo li, bello come sempre, con quegli occhi appiccicati ai miei, con quelle mani che cercano di contenermi, con la barba di qualche giorno che mi punge leggermente la pelle, con quella bocca che mi vizia e viaggia insieme a me.
Eh sì, viaggia, perchè quella bocca conosce vari mezzi di trasporto, anche quelli non convenzionali.

Con Petite (mia figlia n.d.r.) la “vestizione” è uno dei rituali più difficili da concludere. Più passano gli anni (e siamo solo a 4 non ancora compiuti) più la scelta e gli abbinamenti non dipendono dalla sottoscritta, ma da lei.
E ci vuole tempo eh? l’operazione, come tutti i rituali che si rispettino, necessita di tempi rigorosamente elastici. Ad onor del vero c’è da dire che ultimamente va meglio, agevolata dalla bella stagione, so che per vestire la creatura non ho più bisogno di tirarmi giù dal letto quel tanto prima per non ritrovarmi, già alle prime ore del mattino, a debito d’ossigeno.
Nell’armadio tra i vestiti che sono ormai passati di misura (e a quest’età passano moooolto velocemente) e quelli che invece vanno bene, regna un po’ l’anarchia e allora ho pensato di semplificarmi la vita facendo una bella selezione dei vestiti che si mette davvero, eliminare il resto e così, circoscrivendo la scelta, la mattina i tempi di attesa dovrebbero diminuire, (forse)…
Un pomeriggio l’avevo lasciata sull’arrabbiato andante a casa della nonna con un discorsetto in sospeso del tipo “Tesoro, mamma non vuole buttare tutte le tue cose, ma un po’ dobbiamo per forza toglierle, tu intanto pensaci su, poi vediamo…”
Torniamo sull’argomento qualche giorno dopo, una sera che era tutta dolce e piena di sorrisi per me. La prendo in braccio, le faccio il cavalluccio e poi le treccine (altro rituale) e le annuncio che ho una cosa da dirle: “Ti ricordi che mamma ti aveva detto di pensarci su a quella cosa dei vestiti?”
Con la faccina imbronciata di quando vuol dimostrare disappunto, comincia a dire che lei ci ha pensato, ma…
Con scatto felino, la interrompo prima che possa anche solo tentare di iniziare il contraddittorio e le dico che ci ho pensato su anch’io ed ho avuto un’idea grandiosa: andiamo a scegliere insieme i vestiti che ancora si mette, quelli che non si mette più li regaliamo, così la mattina siamo più veloci ad arrivare all’asilo. “Che poi, se proprio ci manca qualcosa, lo andiamo a comprare nuovo in quel negozio che ci piace tanto…ça và?!?”
La creaturina sorride raggiante, poi ci abbracciamo e lei mi fa: “mamma, grazie che ci hai pensato tu al posto mio” e a seguire bacini, abbracci e coccolette. Maman che per poco non si scioglie come un gelato al sole, pensa: “eccerto che ci ho pensato io…”
E così mi avvio verso la camera, a scegliere i vestiti che le vanno bene e quelli che avremmo regalato.
Lei invece no, dall’altra stanza mi arriva un perentorio: “mamma devo disegnare” e non sia mai che io tarpo le ali al guizzo di creatività infantile. Le passo un foglio sul quale lei mi disegna alta, con una selva di capelli riccioluti, occhi enormi, bocca larga, gambe e braccia smisuratamente lunghe e poi: “Mamma”
“Sììì cherie?”
“Come si disegnano i jeans”?
Insomma praticamente in jeans io ci vivo e credo che lei li veda ormai come una parte di me. Chissà, magari da grande farà la stilista, o anche no, ma con gli occhi dell’amore.

Dicono che quando ci si addormenta tra le braccia di qualcuno, quello poi diventi la tua famiglia e ti appartenga per sempre.
Non ricordo di essermi mai addormentata così, se non tra le braccia di mia madre da piccola, ma poi non è più ricapitato.
Ed è bello quel senso di appartenenza che da un lato ti rassicura e dall’altro ti disperde…perchè quel chiudere gli occhi ed abbandonarsi completamente è un po’ come offrirsi senza pudore alcuno.
E per sentire di appartenere forse devi prima perdere tutto, per poi capire ciò che avevi, se mai lo si capisca veramente…
Io tra queste pagine mi sono anche addormentata, sì, la maggior parte delle cose scritte qui dentro nascono di notte, quando scrivo mentalmente cercando di fissare nella memoria i pensieri perchè non sfuggano, dando loro appuntamento alla mattina successiva per renderli parola scritta.
E’ per questo forse che sento di appartenere loro e loro a me, è per questo che starne lontana mi allontana da me…e di sè stessi normalmente ci si prende cura, non ci si allontana.
Torno qui e trovo ciò che sono, il mio nome inciso su una vecchia trave di legno, il calore ancora vivo del fuoco tenuto acceso, un vecchio disco che gira ancora nel piatto…
Mai aver paura della propria fragilità, mai lasciar decidere agli altri del proprio tempo, perchè non torna e se pensi di aver diritto ad un risarcimento per le delusioni subite, mai aspettarsi che qualcuno si faccia carico di tutto.
E poi però l’anima chiede e la carne risponde e finisci per abbracciare ideali pur di sentirti parte di una carezza o di un respiro, perchè sono i respiri e le carezze che ci fanno esistere e nessuno mai dovrebbe poter restare senza.
E’ per questo che torno qui, perchè forse non c’è e non ci sarà mai un altro posto al mondo in cui io possa sentirmi più a casa, un posto in cui ti amano o ti odiano per quello che sei, non per ciò che dovresti essere.
E non si può restare a lungo lontani da ciò che si è, nemmeno quando vorresti solo addormentarti per sentire di appartenere ancora, sempre, solo a te stessa.
Vivo male i distacchi…lo so, lo sapete… Chi mi conosce almeno un po’ o ha imparato a farlo dandosi un’idea, seppur approssimativa e riduttiva, attraverso queste pagine, sa cosa esse rappresentino per me e con quanta cura e dedizione ho sempre cercato di portarle avanti.
Anais Nin diceva del suo diario: « Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. È la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni. »
E oggi, per la prima volta dopo 1 anno 9 mesi e 12 giorni arriva la battuta d’arresto…
Non so ancora se sarà definitiva, so solo che mi piace pensare non finisca qui, così, anche se così sembra.
La mia voce si interrompe, ma non la vostra.
Vi chiedo solo questo come favore personale: continuate a far respirare queste mie pagine, continuate a sognare e a tener vivi i vostri sogni…fatelo con la musica nella Music Room, ma anche con lo scritto, se vorrete, nella pagina dedicata a “Scrivilo tu…”, oltre che in tutti gli altri vecchi post, la porta resta sempre aperta.
Anche se resterò in silenzio, vi leggerò e quando potrò, farò in modo che si senta la mia presenza.
Perchè questo non è un distacco, è solo che per un po’, non so ancora quanto, ci sarà bisogno di me altrove ed io ho deciso di esserci.
Perchè un sogno non è mai soltanto, semplicemente un sogno.
E’ un contenitore pieno di ore spese nell’attesa, trascorse a guardare oltre la finestra, a scrivere parole sulla carta, ad arrabbiarsi, ridere, cantare…pensieri soltanto in transito, che non trovano compiutezza in sé, ma necessari ad altro.
Istanti inutili se non ne consegue un insegnamento, una crescita, un arrivo, una partenza…
I sogni non sono ore spese a far castelli in aria, bensì quelle trascorse nel cammino, a salire e scendere. Un sogno perciò è fatto di tempi alternati, di errori, paure, correzioni, debolezze, fragilità tante…
Sono i passi e le parole che lentamente ho messo una sull’altra per toccare l’altra metà del cielo…quello mio.
Quello che mi sono ritrovata addosso, tagliato e cucito su misura, quello che i giorni, le sere e le notti hanno tessuto per tutto questo tempo.
E le mie parole sempre di questo hanno parlato, di vita, vita che scorre…ed ora vado a riprendermi la mia.
Nessun addio quindi, ma nemmeno un arrivederci…non sono brava a congedarmi, nè a salutare…
Ringrazio ed abbraccio tutti, tutti voi che in questi mesi mi avete accarezzata con le parole, con la musica, con i sogni e con le vostre mani, perchè quelle, più di ogni altra cosa, ho sentito.
Vi adoro e vi porto nel cuore, ovunque.
Elle



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