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Questo post nasce da una conversazione con una cara amica, una donna che, pur nella lontananza fisica che ci separa, sento molto vicina ai miei pensieri, al mio modo di sentire, al mio essere.
Una donna che, come me, si ritrova spesso, per un motivo o per un altro, a fare i conti con un cuore ed una mente in continuo fermento, sempre ad interrogarsi su ciò che prova, perennemente alla ricerca di un po’ di serenità interiore.
Lei la chiama inquietudine…sì, in effetti credo che, se proprio un nome si debba dare a certe sensazioni, inquietudine possa render bene l’idea di quella specie di tarlo che ci scava dentro l’anima.
Apparentemente abbiamo tutto (o almeno così sembra) eppure siamo eternamente insoddisfatte…ad occhi esterni e sconosciuti nulla traspare di tutto ciò, eppure noi lo sentiamo.
E pensando alla complessità ed alla varietà di stati d’animo che accomuna me e questa donna (e chissà quante altre donne…) mi è venuta in mente una figura letteraria a me molto cara: Madame Bovary.
Emma Bovary, protagonista del celebre romanzo ottocentesco di Gustave Flaubert incarna in sè molta di quell’inquietudine, anzi direi che è proprio l’inquietudine in persona.
Per i pochi che non hanno letto il romanzo o non ne ricordano la trama, è sufficiente sapere che nel suo componimento Flaubert si è ispirato ad una storia vera, o meglio a personaggi realmente esistiti: un tale Eugene Delamare, allievo del padre di Flaubert, la cui moglie, Delphine Couturier, si uccise avvelenandosi, dopo averlo abbondantemente tradito e ridotto in rovina sommergendolo di debiti. Emma e Charles Bovary sono l’alter ego dell’adultera e suicida Delphine e di suo marito Eugene.
L’intero romanzo è un universo concentrico che ruota attorno alla figura di Emma Rouault, coniugata con il mediocre medico di campagna Charles Bovary, la quale appare, sin dalla sua prima entrée, come una creatura che scalpita, una che sta ansiosamente cercando qualcosa, e che si sta cercando.
Emma è un vampiro che si nutre nello stesso tempo del sangue altrui e del proprio. Morirà alla fine, del suo vampirismo, che non è capace di procurarle altro che appetiti e desideri sempre ulteriori, e quindi un’infelicità sempre più vorticosa, alla cui tremenda accelerazione di ritmo ella non sarà più in grado di reggere.
Il personaggio di Emma nella complessità delle sue emozioni ha avviato il cosiddetto bovarismo cioè quel tarlo, quel male, che nasce da una tragica scoperta: il “nulla” cioè quello di un’esistenza che scopre il suo abisso, il suo vuoto. Il bovarismo corrisponde a un sentimento di profonda inadattabilità sociale compensata dall’evasione nel sogno e nell’immaginazione. Emma detesta la vita banale, misera e monotona che lei trascorre a fianco di un marito senza alcuna levatura, in una provincia dove non succede niente.
Le sue ambizioni sociali sono deluse da un sentimento di frustrazione che va ben al di là della semplice noia. Lei trova rifugio nei suoi sogni romanzeschi frutto delle sue letture e s’inventa un’altra realtà attraverso degli uomini-amanti mediocri. Eternamente insoddisfatta finirà per suicidarsi.
Forse questi sono sentimenti propri di chi non si accontenta mai, di chi non sa gioire delle piccole cose, oppure sono sintomi di un malessere le cui radici vanno cercate più in profondità, in una carenza di affetti forse, in una certa insicurezza di fondo che si cerca di compensare riempiendola d’altro, alla ricerca di un comune calore da condividere e scambiare…
Tuttavia, credo che certe mancanze non si possano mai colmare e quand’anche provassimo a farlo, ben presto ci accorgeremmo che ciò che abbiamo ottenuto sono solo miseri surrogati.
Eppure, credo ancora che certi “malesseri” si possano “curare” con un bacio in fronte, con la delicatezza di una mano appoggiata sulla spalla, con una carezza tra i capelli, con il calore di un abbraccio.
Amica mia…smettermo mai di cercare tutto questo?