You are currently browsing the category archive for the 'donna' category.

Eravamo una bella squadra, sempre i soliti, cui ogni tanto si aggregava temporaneamente qualche randagio di passaggio, quelli che erano convinti di conoscere a fondo l’animo umano e si vantavano di dare un senso alle serate decifrando le oscenità disegnate e scritte sui muri delle latrine pubbliche mai pulite, dalle quali colava sempre un rivolo di urina che scendeva strisciando fino al marciapiede del locale di fronte.
Poteva anche accadere che la porta del pub dall’altro capo della strada si aprisse e che ai fiumi ed alle nebbie di varia natura, alle bestemmie e a tutta la scia di odori pungenti, si mescolassero anche improvvise folate di vento. Era così che in un balzo, dimentichi di tutto, ce ne andavamo sopra ai tetti dei palazzi a guardare com’era quel mondo di formiche laggiù, al quale fino a qualche minuto prima, appartenevamo anche noi.
Mi è sempre piaciuto passeggiare sui tetti, forse perché mi ricordava Duchessa e Romeo degli Artistogatti, o forse perché mi dava un senso di onnipotenza, di controllo, un diverso equilibrio che a terra non sentivo di poter avere.
Io e Rox c’eravamo sempre quando si trattava di andare sui tetti.
Aveva gli occhi scuri di un uomo-ragazzo dai capelli neri il mio compagno di avventure notturne.
Io l’avevo sempre considerato soltanto come tale, lui invece mi ha amato, tanto, al punto di aspettarmi sempre, a volte anche per lunghi periodi, appagato dei rari momenti in cui stavamo insieme.
Aveva sempre accettato tranquillamente tutte le mie stranezze umorali e le mie fugaci apparizioni serali, e tutti quei momenti in cui avevo soltanto bisogno di compagnia, di abbracci e pop-corn, consapevole che per me lui era la mia spalla, forse non rendendosi nemmeno conto della mia totale incapacità di provare un qualsiasi tipo di sentimento e sperando che, chissà, un giorno forse… ma il suo giorno non arrivò mai.
Poi io non mi feci più vedere né sentire per un periodo molto più lungo, all’improvviso sparii dalla sua vita e di lui non seppi più nulla, neanche m’importò più di sapere nulla.
Fino a stanotte, quando si è ripresentato davanti a me nel sonno, dolce come sempre, mi prende il volto tra le mani e guidandomi teneramente, mi invita ad appoggiarmi sul suo torace ampio e generoso. Con fare delicato, mi culla tra le sue braccia accarezzandomi piano i capelli, come era sua consuetudine fare una volta, tanto tempo prima.
E’ la notte in cui, a sorpresa, è venuto a farmi visita il rimorso ed oggi, come allora, ha questo suono qui.

Note torturate di zucchero e cannella, una girandola di sapori sinceri e dolci, di consistenze tenere e croccanti, mele, uvetta e pinoli.
Piove zucchero insieme a gocce di limone a corrodere la ruggine dei dubbi, disgregare convinzioni e lucidare quell’attimo di oblìo che risuona armonia.
Taglio, scrivo, invento e trasformo con le mani, forme e contorni di pasta sfoglia, la solitudine vischiosa al sapore di mela, cannella e tastiera che si appiccica alle dita e che poi sciolgo sulla lingua, in un lento incedere.
Un’intima soddisfazione che raramente provo in cucina e che mi coglie, per un attimo, immobile e imbarazzata, come se mi avessero sorpresa a spiare.
Chiudo gli occhi e annuso quell’aria battere forte nel cuore scapestrato dell’adolescente che non ho perso, quello incosciente, quello spaesato dalla vita scritta in una ricetta sconclusionata.

Alessandro Matta - Sala d'aspetto (2008) olio su cartone telato 50x35
Io sono quella che di solito attende paziente e fiduciosa nelle sale d’aspetto, senza frenesie latenti da parlantina esasperata, senza isterismi da cane al guinzaglio troppo corto. Cerco di mantenermi in equilibrio, magari con sofferenza, però con correttezza. E spesso ci rimetto. Ci rimetto se si considera il rimetterci come il rinunciare a qualcosa di normale, come sarebbe il concedersi ogni tanto, un legittimo sbuffo o gesto scomposto di sana insofferenza. Durante l’attesa posso restare davvero tranquilla sulla sedia solo se ne trovo una sufficientemente scomoda. Sembra strano ma in una eventuale posizione troppo comoda, rischio di perdere davvero la cognizione del tempo guardandomi in giro, dilatando così oltremodo lo sguardo e i tempi d’attesa, pure se non dipendono da me.
Con gli spazi bianchi e indefiniti delle attese, ho imparato a conviverci e alla fine stiamo bene insieme, ne esco sempre piena, di qualcosa che inconsapevolmente, sto vivendo e già scrivendo con gli occhi.
In certe occasioni mi capita di incrociare il filo dei pensieri e dello sguardo con le altre persone e per diluire le reciproche attese, scambio assaggi di parole sui soliti argomenti: gli orari, la qualità dei servizi negli uffici, il traffico di mattina lungo le strade e l’aumentare del costo della vita. Piccoli contatti, qualcosa di piccolo, qualcosa che possa essere consumato subito e in breve tempo. Qualcosa dai margini ridotti e limitati, ma che soddisfi il bisogno immediato e ricambiato di contatto anche superficiale, di una singola persona, in un singolo momento, di singoli argomenti.
E mi ricordo di una ragazzina dalle unghie corte e mangiucchiate, che entrava in contatto col mondo con un moto di stizza, aggiustandosi i capelli, passandoci dentro velocemente le dita lunghe e nervose. Sua madre, si affrettava a giustificarla, spiegando che se li era tagliati da poco, prima li aveva lunghi.
Ricresceranno in fretta, dicono tutti. Ma la ragazzina, indifferente a quella riflessione, infila ancora le dita tra i capelli, anche se non sono più quelli di un tempo. Sorrido, guardando fuori dal finestrino un cielo livido e straniero che si accoppia con una insidiosa interruzione per lavori in corso lungo la strada principale. Le mie dita lunghe ed ostinate, salde e compiacenti, che si tendono ancora a rastrello tra i capelli cresciuti. E addosso quella sensazione. Quella delle attese, quella di quando tagli i capelli lunghi e non pensi al dopo, quando, anche solo per un momento, anche solo in un gesto, mancheranno.
Rossetto rosso e sigaretta accesi, due eccessi sulla bocca e tra le mani di una fanciulla di settantotto anni, negli occhi l’intricato gomitolo di una vita tutta da srotolare e tessere, di nuovo, ogni giorno, ogni notte.
Vivevi sui Navigli, in un piccolo e caotico appartamento ripieno di foto, dischi, libri, fiori secchi. E sigarette e rossetti. Ti servivano anche per scrivere sullo specchio i rossetti, appunti di viaggio, quello che si compie senza il peso del corpo ma con l’anima naufragata.
E tu di quei folli viaggi ne hai sempre avuti parecchi, nella tua vita selvatica e randagia, viaggi di lucida follia che son stati il tuo maggior pregio ed anche il tuo peggior sfregio, un segno profondo, un marchio che resta fuori e dentro le righe di liriche convulse e frementi, ma anche scarne, intense, immediate.
Tu, che anche nell’età che va oltre la tranquilla maturità, parlavi e scrivevi dell’amore con una bramosia ed un’ebbrezza che nessuna gioventù saprebbe riprodurre, con quella febbre che lucida gli occhi e scalda la voce.
Tu, che riuscivi ad esser felice di nulla, avevi poco e quel poco lo donavi, ché “l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria”. (Alda Merini 1931 – 2009).

Non ho voglia di capire cosa accade.
E’ qualcosa che richiede più forza di quanta ne abbia ora.
Però bisogna tentare, provare e riprovare, è giusto, non si può mollare dopo una volta sola e nemmeno dopo due, altrimenti non si dovrebbe neppure pensare al tentativo.
Però a me piace ascoltare quel suono, che è musica, o forse solo un debole fruscìo.
Oppure sei tu.
E’ il vento caldo delle parole, quello che soffia oggi da Sud, calde raffiche che si posano lievi sulla pelle e scavano dentro, rimestando emozioni mai sopite, carezze di pensieri accatastati alla rinfusa che cadono disordinati e sparsi a terra, come le prime poche foglie di un settembre ancora estivo.
Apro la scatola e li vedo lì, disposti in ordine casuale… faccio scorrere lentamente le dita, sfiorandoli appena, indecisa, perché tutto non accada troppo in fretta, pregustandone già il sapore sulla lingua.
E poi giù, poi su, poi in basso ancora… eccoli i ritmi della conversazione che proseguono liberi, spontanei, colorati.
Cerco di non muovermi troppo, di rimanere quasi ferma, perchè il piacere duri più a lungo. Ma, allo stesso tempo, so che non ci riuscirò, perché ne voglio ancora… e ancora.
Torno quindi ad assaporare piano, in alternate pause soffiate, lasciando che denti e lingua compiano il loro dovere.
Sono quasi sorpresa quando finisce.
Per un momento ho quasi sperato, creduto, immaginato, sognato, che continuasse ancora a lungo. Ma le cose belle, hanno breve durata.
Ed è forse proprio per questo che le amiamo così tanto, che le stringiamo forte al petto per non lasciarle andare, con quella sorta di eccitazione, di ebbrezza, di gioia sotto pelle, ma anche di compiutezza che ce le restituisce ancor più belle e senza fine.
Matteo Rinaldi legge Conversation di Elle su CollettivoVoci
Agosto non sarebbe mai dovuto arrivare. Come tutti gli anni, in prossimità del rito collettivo delle vacanze estive, il condominio che normalmente risuonava di voci, rumori, delle solite luci, restava pressochè vuoto: finestre chiuse, tende tirate. Il caldo svuotava l’intera città e certi giorni la riempiva di scirocco, cui seguiva puntuale qualche pioggerella sottile, salvo poi riproporre un cielo pezzato di nuvole ed un’aria ancor più densa ed irrespirabile. Nelle ore del primo pomeriggio poi, quelle immediatamente successive al pranzo, si raggiungeva il picco massimo della catarsi, il sole picchiava feroce e intontiva più del solito. Dalla finestra della cucina che teneva spalancata assieme a quella del bagno per far circolare meglio l’aria, ogni tanto Linda si affacciava, accendeva una sigaretta che poi lasciava regolarmente a metà, per andare a cercare ristoro altrove, sulla poltroncina di midollino intrecciato davati alla tv, oppure in camera, seduta sul bordo del letto.
Se fosse già stato settembre, l’avrebbe seguita in tutte le stanze la voce della Lina, la vicina del primo piano, universalmente conosciuta come “la portinaia”, anche se non lo era, ma ci teneva a tenersi aggiornata, era lei la portavoce ufficiale di ogni evento che riguardasse i residenti in loco. Poi c’era Carmen, l’inquilina del secondo piano, che cambiava spesso lavoro, per cui aveva orari sempre diversi, sfuggendo così al controllo serrato della Lina, che seppur a fatica, riusciva comunque a sapere quando era possibile trovarla in casa. Ma adesso anche lei era in ferie, era partita da due giorni, dopo aver riunito nel suo salone, da brava informatrice e venditrice per corrispondenza di cosmetici quale era, le sue ultime clienti, illustrando loro i prodigi di creme solari sciogli-pancia ed oli a schermo totale per chiome sensibili. Accanto a Carmen, viveva Bric, un senegalese che d’inverno lavorava in fabbrica e d’estate emigrava verso il litorale adriatico, carico di occhiali da sole e borse griffate, rigorosamente contraffatte, da vendere sulle spiagge affollate come piazze d’armi. Nell’appartamento di fronte viveva la famigliola, lui impiegato in banca, lei maestra ed i loro due figli, un maschio e una femmina, ma adesso non c’erano neanche loro, partiti per il mare, avevano lasciato le chiavi ad una squadra di muratori ed imbianchini che dovevano curarne la ristrutturazione.
Era in quei pomeriggi in cui incombeva più forte la noia, seppur mitigata da frequenti docce e dal ventilatore acceso alla massima velocità, che Linda accendeva la radio, di cui in verità non ascoltava nè la musica nè il parlato, era solo per animare diversamente le sue stanze. Era iniziato così il gioco con quella finestra di fronte: ad ogni spot pubblicitario seguiva lo stesso gingle in versione fischiata. Uno dei ragazzi della squadra, era in grado di fischiare di tutto per ore, un’eco piacevolmente umana che faceva da contraltare alla voce un po’ gracchiante e meccanica della radiolina a batterie. Lei allora si metteva vicino alla finestra, non affacciata, ma a favore di visuale e per qualche strana ragione, il suo animo si rallegrava. Restava lì per ore a guardare il cantiere all’opera, l’unica cosa viva in quel cortile deserto e inanimato, l’unica cosa che risvegliava in lei il desiderio di guardare. Ed essere guardata. Il vestito di Linda era lo stesso del giorno prima, un abitino di cotone leggero con le spalline sottili. Le piaceva farsele scivolare sino a metà delle braccia, prima una, poi l’altra, guardare la scollatura che si afflosciava su se stessa, appena trattenuta solo dalla rotondità dei seni attorno ai quali arrestava la sua discesa morbido. Bianca e spoglia la stanza, bianca e nuda lei. Si spogliava con gesti semplici, come quando lo faceva da sola, la sera, prima di andare a dormire, gesti automatici, senza alcuna malizia, la schiena dritta, le gambe appena divaricate…certe ossessioni, non concedono preliminari.
Se fosse già stato settembre, la finestra sarebbe restata chiusa, ora invece i suoi occhi erano fissi a quella finestra di fronte, a quella figura che in linea d’aria avrebbe persino potuto toccare, talmente sembrava vicina, alla lampo dei pantaloni, ai bottoni della camicia, alle scarpe di tela impolverate e punteggiate di schizzi d’intonaco bianco. Come se fossero gesti noti ad entrambi, le mani si muovevano sul corpo senza alcuna fretta, pigri e rallentati anch’essi dal caldo che emanavano le pareti assolate. Poi Linda camminava un po’ su e giù per la casa, passando davanti a tutti gli specchi, senza mai mettersi di fronte a guardare la sua immagine, ma sicura di poter essere ben visibile e vista. Le capitavano giorni e notti così, quelle in cui voleva qualcosa, ma non avrebbe saputo dire esattamente cosa. Quelle in cui aspettava qualcosa che non poteva aspettarsi, perchè non arriva, prima del tempo. Come settembre.

Ci sono sensazioni che vanno assolutamente fermate a caldo, che non possono aspettare nemmeno un minuto, che chiedono di esser raccontate e rese vive anche a parole, ché dentro non ci possono stare, non le so contenere, per quanto son belle e voluminose e variopinte.
E poi le trasferisco qui, perchè mi piace guardarle anche sotto la lente d’ingrandimento, attraverso questa dimensione scritta, dopo esser state vissute, sino a poche ore prima, in modo assolutamente tridimensionale.
Accade così, a volte, che ci si ritrovi a raccontarsi la vita, seduti al tavolo di un bar, senza nemmeno sapere perchè, senza nemmeno pensare che…
E nel farlo, ti lasci accarezzare da due occhioni dolci, che ricordano tanto quelli di un cerbiatto, da sorrisi lievi, da sguardi e parole delicate come piume, ma profonde come il cielo nelle notti d’estate.
E lasci che tutto scorra così, naturalmente, che il torrente confluisca e raggiunga il mare, lentamente, che lambisca gli argini della tua terra smossa, assecondando quel vento di confidenze reciproche, alcune dure da masticare, ma che infine si sciolgono piano, diluite e mescolate allo zucchero nel cappuccino.
I minuti scorrono ingrati e li senti sfiorarti il gomito mentre butti l’occhio all’orologio e l’unica cosa che vorresti veramente, è poter rimettere indietro le lancette e restare lì, a dondolare su quelle sponde sino ad allora solo immaginate, eppure già così assurdamente familiari.
Grazie Laura.
Siamo nate nello stesso giorno io e te, anche se in mesi diversi, tu col sole dell’estate negli occhi, io col vento dell’autunno nei miei.
E quando mi dicono “dove trovi la forza” io rispondo sempre che la trovo lì, nei tuoi occhi grandi e furbi.
E’ stato sempre così, sin dal primo momento in cui, appena nata, li hai fissati nei miei e ci siamo guardate per la prima volta, in quell’attimo eterno.
Oggi è la tua festa e di regali ce ne saranno. Il mio lo lascio qui, anche se non sai neppure che c’è, anche se lo scarterai chissà quando, forse mai, e leggerai di questa mamma che scrivendo di una lei, a volte parla anche un po’ di sè e di te.
Questa mamma non del tutto cresciuta, che vorrebbe regalarti un mondo su misura, fatto di giostre e d’amore, di pizza e gelato, di favole vere che scrive e poi racconta.
Buon compleanno bambina mia…

© Elle's tournesol
Portami il girasole ch’io lo trapianti nel mio terreno bruciato dal salino… scriveva Montale.
Un verso che ho stampato nella memoria dai tempi della scuola e che, per qualche strana ragione, oggi mi gira in testa e non se ne va.
E allora ti racconto di questo fiore che trema al vento, con i petali aperti e lo stelo fiero, dritto.
Lo guardo e mi osservo, mi sorprendo.
Oggi, così lontana da come volevi o credevi io fossi, eppure così vicina ad essere, così come sono.


Tracce del vostro passaggio, un pensiero, un commento, un'opinione...