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C’è bellezza e inferno negli occhi e nelle parole di Roberto Saviano mentre racconta le storie di Neda e Taranhe, di Ken Saro-Wiwa, di Miriam Makeba, di Shalamov, di Anna Politkovskaja.
Perché bellezza è verità e verità è bellezza e nella sua comunicazione ce n’è in misura e quantità perfetta, precisa, una miscela esplosiva, potente più del tritolo.
Un defilato Fabio Fazio lo introduce e poi torna ad ascoltare, in ombra, dietro le righe. Saviano parla disinvolto, concedendosi giusto qualche passo lungo il perimetro della scrivania piena di libri. Di tanto in tanto si ferma, poi si appoggia sul bordo di quell’unico elemento di scenografia nello studio televisivo, reso per l’occasione, sala di lettura.
Ed essenziale, pulito, lineare, senza sbavature è anche lui nel raccontare in due ore di televisione altamente ispirate, storie di verità e testimonianza.
E’ un treno ad alta velocità Saviano che sostiene da solo il palco, non guarda quasi mai fisso in camera e vaga con gli occhi, racconta e si muove come un attore fuori dalla parte, con tempi e ritmi che non si addicono affatto ai canoni televisivi, ma che inchiodano l’attenzione della platea facendo vibrare perfettamente le corde della sensibilità collettiva.
Con Saviano va in onda l’emozione vera, profondamente diversa da quella che può trasmettere uno scrittore o un attore, la sua è l’emozione che proviene dalla vita negata, dalle privazioni, dai desideri confinati. Di chi vive l’inferno di certe scomode verità, trasformandole ed elevandole, a diventare bellezza.

Alessandro Matta - Sala d'aspetto (2008) olio su cartone telato 50x35

Io sono quella che di solito attende paziente e fiduciosa nelle sale d’aspetto, senza frenesie latenti da parlantina esasperata, senza isterismi da cane al guinzaglio troppo corto. Cerco di mantenermi in equilibrio, magari con sofferenza, però con correttezza. E spesso ci rimetto. Ci rimetto se si considera il rimetterci come il rinunciare a qualcosa di normale, come sarebbe il concedersi ogni tanto, un legittimo sbuffo o gesto scomposto di sana insofferenza. Durante l’attesa posso restare davvero tranquilla sulla sedia solo se ne trovo una sufficientemente scomoda. Sembra strano ma in una eventuale posizione troppo comoda, rischio di perdere davvero la cognizione del tempo guardandomi in giro, dilatando così oltremodo lo sguardo e i tempi d’attesa, pure se non dipendono da me.
Con gli spazi bianchi e indefiniti delle attese, ho imparato a conviverci e alla fine stiamo bene insieme, ne esco sempre piena, di qualcosa che inconsapevolmente, sto vivendo e già scrivendo con gli occhi.

In certe occasioni mi capita di incrociare il filo dei pensieri e dello sguardo con le altre persone e per diluire le reciproche attese, scambio assaggi di parole sui soliti argomenti: gli orari, la qualità dei servizi negli uffici, il traffico di mattina lungo le strade e l’aumentare del costo della vita. Piccoli contatti, qualcosa di piccolo, qualcosa che possa essere consumato subito e in breve tempo. Qualcosa dai margini ridotti e limitati, ma che soddisfi il bisogno immediato e ricambiato di contatto anche superficiale, di una singola persona, in un singolo momento, di singoli argomenti.

E mi ricordo di una ragazzina dalle unghie corte e mangiucchiate, che entrava in contatto col mondo con un moto di stizza, aggiustandosi i capelli, passandoci dentro velocemente le dita lunghe e nervose. Sua madre, si affrettava a giustificarla, spiegando che se li era tagliati da poco, prima li aveva lunghi.
Ricresceranno in fretta, dicono tutti. Ma la ragazzina, indifferente a quella riflessione, infila ancora le dita tra i capelli, anche se non sono più quelli di un tempo. Sorrido, guardando fuori dal finestrino un cielo livido e straniero che si accoppia con una insidiosa interruzione per lavori in corso lungo la strada principale. Le mie dita lunghe ed ostinate, salde e compiacenti, che si tendono ancora a rastrello tra i capelli cresciuti. E addosso quella sensazione. Quella delle attese, quella di quando tagli i capelli lunghi e non pensi al dopo, quando, anche solo per un momento, anche solo in un gesto, mancheranno.

Rossetto rosso e sigaretta accesi, due eccessi sulla bocca e tra le mani di una fanciulla di settantotto anni, negli occhi l’intricato gomitolo di una vita tutta da srotolare e tessere, di nuovo, ogni giorno, ogni notte.
Vivevi sui Navigli, in un piccolo e caotico appartamento ripieno di foto, dischi, libri, fiori secchi. E sigarette e rossetti. Ti servivano anche per scrivere sullo specchio i rossetti, appunti di viaggio, quello che si compie senza il peso del corpo ma con l’anima naufragata.
E tu di quei folli viaggi ne hai sempre avuti parecchi, nella tua vita selvatica e randagia, viaggi di lucida follia che son stati il tuo maggior pregio ed anche il tuo peggior sfregio, un segno profondo, un marchio che resta fuori e dentro le righe di liriche convulse e frementi, ma anche scarne, intense, immediate.
Tu, che anche nell’età che va oltre la tranquilla maturità, parlavi e scrivevi dell’amore con una bramosia ed un’ebbrezza che nessuna gioventù saprebbe riprodurre, con quella febbre che lucida gli occhi e scalda la voce.
Tu, che riuscivi ad esser felice di nulla, avevi poco e quel poco lo donavi, ché “l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria”. (Alda Merini 1931 – 2009).

© Petite

Inizi disegnando il tronco marrone bene al centro del foglio, poi le foglie verdi aperte ed una macchia di cielo azzurro sopra, infine il verde del prato.

Un sole potente con tanti raggi a fianco, a scaldare quei rami protesi come una mano con troppe dita ed arti di legno che si alternano e si confondono nel verde brillante della chioma.

Sembra finito,  ma poco a poco iniziano ad apparire, tutt’attorno, un’infinità di minuscoli segni, quasi una stradina tutta curve, tracciata tra cielo e terra.

Ti guardo e te ne accorgi, allora metti i confini, con le manine sopra il foglio, oscurando per un attimo quello che volevi raccontare.

Ti chiedo se quei segni siano una siepe piuttosto che i fiori, o la pioggia, o uccelli, o forse una staccionata che (non) abbia un suo perché.

No, quelle sono le parole, mi spieghi.

E allora le guardo, le fisso quelle parole uncinate che affidi a quell’albero (o al cielo?) e a chi le vuol vedere o sentire, in quella sorta di viaggio traballante che compiono, ondeggiando tra colori vivaci e mescolati in un allegro naufragio, chiedendomi perché non hai lasciato il disegno senza quei segni, così come quando a me, sembrava finito.

E invece no, quelle sono le parole… contorte, noiose, arrabbiate, serafiche, ambiziose, che solo un albero di sorrisi e di speranze come il tuo poteva riuscire a rappresentare.

Mi cammini accanto, riconosco il tuo passo, mi saziano i tuoi suoni ed è inutile bluffare, ché le tue carte le ho già viste.

Non hai niente in mano, però rilanci spudorato e se poi anche le mie carte non girano, non è certo colpa tua.

Alzi la posta e vedi, dov’è più difficile modulare l’ironia leggera e la capacità di raccontarsi, spingi, dove sonnecchia la precaria quiete di un momento freddo, abbracciata all’umore placido di pensieri che scivolano e riscaldano.

La bizzarra piega delle tue risa insistenti… una rotta in diagonale che mi taglia in due e mi stordisce, fino a sentirmi le gambe piegarsi e gli occhi chiudersi sull’emozione troppo forte, mentre la notte giunge con le sue dita nere, a scorticarmi i sogni.

Foto © Elle

Quando incalza il maestrale, l’animo si desta.
Impossibile non sentirlo, restarne indifferenti, ti soffia dentro e rimescola, scrolla. Insistente, prepotente, umido.
E un po’ fa paura anche, ma è come se nella confusione apparente che crea, generasse calma, lucidità.

E’ un vento particolare che arriva incanalato nelle valli e che ha il profumo del mare, che da qui non si vede, ma si sente.
E’ uno scorcio delle mie colline.
E’ uno scampolo di terra, nella quale c’era l’erba alta.
Era il mio gioco preferito di bambina correre in mezzo all’erba alta, poi mi accovacciavo serena ad ascoltare il vento incanalarsi in queste valli sfumate nell’orizzonte.
Potevo rimanerci interi pomeriggi e quando mancavo da troppo tempo, la voce di mia mamma che mi richiamava, spaventata.
Sentivo l’eco che si diffondeva nell’aria a ricordarmi chi ero e dov’ero, a cosa e a chi appartenevo.

Ora ci sono cresciute un po’ di case ed un ulivo che dà frutti abbondanti.
Poco più avanti c’è l’oleandro rosa del mio giardino, su cui oggi, soffia il vento.

Herta Mueller

Fino ad un paio di giorni fa nessuno avrebbe mai pensato di scriverci su e invece adesso è già passata alla storia.

Oggi è una famosa (s)conosciuta Herta Mueller, passata dal buio delle retrovie letterarie dell’est Europa, con tanto di repressioni ciauseschiane, alla più vicina ed occidentale Germania, sino ad approdare sotto gli svedesi riflettori del Nobel.

Di lei non conosco niente, mai sentita nominare, mai letto una riga, ma prima di dedicarmi ai vari articoli di stampa osannante che mi racconteranno chi è e perché, io l’ho guardata, in questa ed in altre decine di foto.

Non so ancora cosa o come scriva Herta Mueller, eppure con me ha già comunicato, così. Con l’immediatezza di due occhi di ghiaccio abilmente contornati di kajal, incorniciati da un audace caschetto nero a regalare la leggerezza di un’età che fu ed un rossetto scarlatto dal tratto deciso a disegnare una smorfia obliqua sul viso.

Ed ho voglia di conoscerla meglio questa Crudelia Demon uscita dal fumetto, bellissima! Lei ed il suo Paese delle prugne verdi. Ché se chiudo gli occhi già me lo sento in bocca il gusto acidulo e acerbo della letteratura sconosciuta.

Li seguivo da un po’, li osservavo con lo sguardo leggero ma attento, parlare tra loro in un precario equilibrio di suoni alternati a sguardi e movimenti e luce fioca.
Si allontanano e si avvicinano ma mai più di qualche passo, si sfiorano, poi si toccano, inclinano il busto in avanti e la testa all’indietro o di lato ad armonizzare il pensiero.

Li osservavo aggrottando la fronte e stringendo gli occhi per mettere a fuoco non tanto le parole, no! …di quelle me ne arrivava appena una ogni dieci.
Guardavo le loro pause, quelle che furtive appaiono dal nulla, quando si dà libero corso a ciò che senti, vedi, dici.
Quei momenti di interruzione di gesti e suoni, apnee da cui emergono immagini presenti, miste a frammenti di ricordi.
E come dietro un vetro opaco, distinguevo nitide, in quell’insieme, sagome di voglia e contorni di desiderio e tutt’attorno un alone, un bisogno fisico, tanto forte quanto sfumato.
I due ora bisbigliano, forse si fanno promesse che non manterranno.
E lo sanno.

Ho l’abitudine di osservare in alto, il cielo e le facciate dei palazzi, i balconi e le finestre illuminate.
E’ un’abitudine che non perdo mai, nemmeno quando sarebbe più logico fissare la punta delle scarpe.
Alzo gli occhi: due uccelli, neri, posati su un cavo elettrico, due becchi, due zampe lunghe, magre, rigide.
Sono vicini, uniti quasi, da quella voglia e dalla certezza di non conoscersi mai abbastanza.

Non ho voglia di capire cosa accade.

E’ qualcosa che richiede più forza di quanta ne abbia ora.

Però bisogna tentare, provare e riprovare, è giusto, non si può mollare dopo una volta sola e nemmeno dopo due, altrimenti non si dovrebbe neppure pensare al tentativo.

Però a me piace ascoltare quel suono, che è musica, o forse solo un debole fruscìo.

Oppure sei tu.

Agosto non sarebbe mai dovuto arrivare. Come tutti gli anni, in prossimità del rito collettivo delle vacanze estive, il condominio che normalmente risuonava di voci, rumori, delle solite luci, restava pressochè vuoto: finestre chiuse, tende tirate. Il caldo svuotava l’intera città e certi giorni la riempiva di scirocco, cui seguiva puntuale qualche pioggerella sottile, salvo poi riproporre un cielo pezzato di nuvole ed un’aria ancor più densa ed irrespirabile. Nelle ore del primo pomeriggio poi, quelle immediatamente successive al pranzo, si raggiungeva il picco massimo della catarsi, il sole picchiava feroce e intontiva più del solito. Dalla finestra della cucina che teneva spalancata assieme a quella del bagno per far circolare meglio l’aria, ogni tanto Linda si affacciava, accendeva una sigaretta che poi lasciava regolarmente a metà, per andare a cercare ristoro altrove, sulla poltroncina di midollino intrecciato davati alla tv, oppure in camera, seduta sul bordo del letto.

Se fosse già stato settembre, l’avrebbe seguita in tutte le stanze la voce della Lina, la vicina del primo piano, universalmente conosciuta come “la portinaia”, anche se non lo era, ma ci teneva a tenersi aggiornata, era lei la portavoce ufficiale di ogni evento che riguardasse i residenti in loco. Poi c’era Carmen, l’inquilina del secondo piano, che cambiava spesso lavoro, per cui aveva orari sempre diversi, sfuggendo così al controllo serrato della Lina, che seppur a fatica, riusciva comunque a sapere quando era possibile trovarla in casa. Ma adesso anche lei era in ferie, era partita da due giorni, dopo aver riunito nel suo salone, da brava informatrice e venditrice per corrispondenza di cosmetici quale era, le sue ultime clienti, illustrando loro i prodigi di creme solari sciogli-pancia ed oli a schermo totale per chiome sensibili. Accanto a Carmen, viveva Bric, un senegalese che d’inverno lavorava in fabbrica e d’estate emigrava verso il litorale adriatico, carico di occhiali da sole e borse griffate, rigorosamente contraffatte, da vendere sulle spiagge affollate come piazze d’armi. Nell’appartamento di fronte viveva la famigliola, lui impiegato in banca, lei maestra ed i loro due figli, un maschio e una femmina, ma adesso non c’erano neanche loro, partiti per il mare, avevano lasciato le chiavi ad una squadra di muratori ed imbianchini che dovevano curarne la ristrutturazione.

Era in quei pomeriggi in cui incombeva più forte la noia, pur se mitigata da qualche doccia e dal ventilatore acceso alla massima velocità, che Linda accendeva la radio, di cui in verità non ascoltava nè la musica nè il parlato, ma solo per animare diversamente le sue stanze.
Era iniziato così il gioco con quella finestra di fronte: ad ogni spot pubblicitario seguiva lo stesso gingle in versione fischiata. Uno dei ragazzi della squadra, era in grado di fischiare di tutto per ore, un’eco piacevolmente umana che faceva da contraltare alla voce un po’ gracchiante e meccanica della radiolina a batterie.
Lei allora si metteva vicino alla finestra, non affacciata, ma a favore di visuale e per qualche strana ragione, il suo animo si rallegrava.
Restava lì per ore a guardare il cantiere all’opera, l’unica cosa viva in quel cortile deserto, l’unica cosa che risvegliava in lei il desiderio di guardare. Ed essere guardata.
Il vestito di Linda era lo stesso del giorno prima, un abitino di cotone leggero con le spalline sottili.
Le piaceva farsele scivolare a metà braccia, prima una, poi l’altra, la scollatura che si afflosciava su se stessa, appena trattenuta solo dalla rotondità dei seni attorno ai quali si avvolgeva morbido.
Bianca e spoglia la stanza, bianca e nuda lei. Si spogliava con gesti semplici, come quando lo faceva da sola, la sera prima di andare a dormire, gesti automatici, senza metterci alcuna malizia, la schiena dritta, le gambe accostate.
Se fosse stato già settembre, la finestra sarebbe restata chiusa, ora invece i suoi occhi erano fissi a quella finestra di fronte, a quella figura che in linea d’aria avrebbe persino potuto stringere, talmente sembrava vicina.

Era in quei pomeriggi in cui incombeva più forte la noia, seppur mitigata da frequenti docce e dal ventilatore acceso alla massima velocità, che Linda accendeva la radio, di cui in verità non ascoltava nè la musica nè il parlato, era solo per animare diversamente le sue stanze. Era iniziato così il gioco con quella finestra di fronte: ad ogni spot pubblicitario seguiva lo stesso gingle in versione fischiata. Uno dei ragazzi della squadra, era in grado di fischiare di tutto per ore, un’eco piacevolmente umana che faceva da contraltare alla voce un po’ gracchiante e meccanica della radiolina a batterie. Lei allora si metteva vicino alla finestra, non affacciata, ma a favore di visuale e per qualche strana ragione, il suo animo si rallegrava. Restava lì per ore a guardare il cantiere all’opera, l’unica cosa viva in quel cortile deserto e inanimato, l’unica cosa che risvegliava in lei il desiderio di guardare. Ed essere guardata. Il vestito di Linda era lo stesso del giorno prima, un abitino di cotone leggero con le spalline sottili. Le piaceva farsele scivolare sino a metà delle braccia, prima una, poi l’altra, guardare la scollatura che si afflosciava su se stessa, appena trattenuta solo dalla rotondità dei seni attorno ai quali arrestava la sua discesa morbido. Bianca e spoglia la stanza, bianca e nuda lei. Si spogliava con gesti semplici, come quando lo faceva da sola, la sera, prima di andare a dormire, gesti automatici, senza alcuna malizia, la schiena dritta, le gambe appena divaricate…certe ossessioni, non concedono preliminari.

Se fosse già stato settembre, la finestra sarebbe restata chiusa, ora invece i suoi occhi erano fissi a quella finestra di fronte, a quella figura che in linea d’aria avrebbe persino potuto toccare, talmente sembrava vicina, alla lampo dei pantaloni, ai bottoni della camicia, alle scarpe di tela impolverate e punteggiate di schizzi d’intonaco bianco. Come se fossero gesti noti ad entrambi, le mani si muovevano sul corpo senza alcuna fretta, pigri e rallentati anch’essi dal caldo che emanavano le pareti assolate. Poi Linda camminava un po’ su e giù per la casa, passando davanti a tutti gli specchi, senza mai mettersi di fronte a guardare la sua immagine, ma sicura di poter essere ben visibile e vista. Le capitavano giorni e notti così, quelle in cui voleva qualcosa, ma non avrebbe saputo dire esattamente cosa. Quelle in cui aspettava qualcosa che non poteva aspettarsi, perchè non arriva, prima del tempo. Come settembre.