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C’è bellezza e inferno negli occhi e nelle parole di Roberto Saviano mentre racconta le storie di Neda e Taranhe, di Ken Saro-Wiwa, di Miriam Makeba, di Shalamov, di Anna Politkovskaja.
Perché bellezza è verità e verità è bellezza e nella sua comunicazione ce n’è in misura e quantità perfetta, precisa, una miscela esplosiva, potente più del tritolo.
Un defilato Fabio Fazio lo introduce e poi torna ad ascoltare, in ombra, dietro le righe. Saviano parla disinvolto, concedendosi giusto qualche passo lungo il perimetro della scrivania piena di libri. Di tanto in tanto si ferma, poi si appoggia sul bordo di quell’unico elemento di scenografia nello studio televisivo, reso per l’occasione, sala di lettura.
Ed essenziale, pulito, lineare, senza sbavature è anche lui nel raccontare in due ore di televisione altamente ispirate, storie di verità e testimonianza.
E’ un treno ad alta velocità Saviano che sostiene da solo il palco, non guarda quasi mai fisso in camera e vaga con gli occhi, racconta e si muove come un attore fuori dalla parte, con tempi e ritmi che non si addicono affatto ai canoni televisivi, ma che inchiodano l’attenzione della platea facendo vibrare perfettamente le corde della sensibilità collettiva.
Con Saviano va in onda l’emozione vera, profondamente diversa da quella che può trasmettere uno scrittore o un attore, la sua è l’emozione che proviene dalla vita negata, dalle privazioni, dai desideri confinati. Di chi vive l’inferno di certe scomode verità, trasformandole ed elevandole, a diventare bellezza.
Rossetto rosso e sigaretta accesi, due eccessi sulla bocca e tra le mani di una fanciulla di settantotto anni, negli occhi l’intricato gomitolo di una vita tutta da srotolare e tessere, di nuovo, ogni giorno, ogni notte.
Vivevi sui Navigli, in un piccolo e caotico appartamento ripieno di foto, dischi, libri, fiori secchi. E sigarette e rossetti. Ti servivano anche per scrivere sullo specchio i rossetti, appunti di viaggio, quello che si compie senza il peso del corpo ma con l’anima naufragata.
E tu di quei folli viaggi ne hai sempre avuti parecchi, nella tua vita selvatica e randagia, viaggi di lucida follia che son stati il tuo maggior pregio ed anche il tuo peggior sfregio, un segno profondo, un marchio che resta fuori e dentro le righe di liriche convulse e frementi, ma anche scarne, intense, immediate.
Tu, che anche nell’età che va oltre la tranquilla maturità, parlavi e scrivevi dell’amore con una bramosia ed un’ebbrezza che nessuna gioventù saprebbe riprodurre, con quella febbre che lucida gli occhi e scalda la voce.
Tu, che riuscivi ad esser felice di nulla, avevi poco e quel poco lo donavi, ché “l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria”. (Alda Merini 1931 – 2009).

Herta Mueller
Fino ad un paio di giorni fa nessuno avrebbe mai pensato di scriverci su e invece adesso è già passata alla storia.
Oggi è una famosa (s)conosciuta Herta Mueller, passata dal buio delle retrovie letterarie dell’est Europa, con tanto di repressioni ciauseschiane, alla più vicina ed occidentale Germania, sino ad approdare sotto gli svedesi riflettori del Nobel.
Di lei non conosco niente, mai sentita nominare, mai letto una riga, ma prima di dedicarmi ai vari articoli di stampa osannante che mi racconteranno chi è e perché, io l’ho guardata, in questa ed in altre decine di foto.
Non so ancora cosa o come scriva Herta Mueller, eppure con me ha già comunicato, così. Con l’immediatezza di due occhi di ghiaccio abilmente contornati di kajal, incorniciati da un audace caschetto nero a regalare la leggerezza di un’età che fu ed un rossetto scarlatto dal tratto deciso a disegnare una smorfia obliqua sul viso.
Ed ho voglia di conoscerla meglio questa Crudelia Demon uscita dal fumetto, bellissima! Lei ed il suo Paese delle prugne verdi. Ché se chiudo gli occhi già me lo sento in bocca il gusto acidulo e acerbo della letteratura sconosciuta.


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