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Note torturate di zucchero e cannella, una girandola di sapori sinceri e dolci, di consistenze tenere e croccanti, mele, uvetta e pinoli.
Piove zucchero insieme a gocce di limone a corrodere la ruggine dei dubbi, disgregare convinzioni e lucidare quell’attimo di oblìo che risuona armonia.
Taglio, scrivo, invento e trasformo con le mani, forme e contorni di pasta sfoglia, la solitudine vischiosa al sapore di mela, cannella e tastiera che si appiccica alle dita e che poi sciolgo sulla lingua, in un lento incedere.
Un’intima soddisfazione che raramente provo in cucina e che mi coglie, per un attimo, immobile e imbarazzata, come se mi avessero sorpresa a spiare.
Chiudo gli occhi e annuso quell’aria battere forte nel cuore scapestrato dell’adolescente che non ho perso, quello incosciente, quello spaesato dalla vita scritta in una ricetta sconclusionata.

Alessandro Matta - Sala d'aspetto (2008) olio su cartone telato 50x35
Io sono quella che di solito attende paziente e fiduciosa nelle sale d’aspetto, senza frenesie latenti da parlantina esasperata, senza isterismi da cane al guinzaglio troppo corto. Cerco di mantenermi in equilibrio, magari con sofferenza, però con correttezza. E spesso ci rimetto. Ci rimetto se si considera il rimetterci come il rinunciare a qualcosa di normale, come sarebbe il concedersi ogni tanto, un legittimo sbuffo o gesto scomposto di sana insofferenza. Durante l’attesa posso restare davvero tranquilla sulla sedia solo se ne trovo una sufficientemente scomoda. Sembra strano ma in una eventuale posizione troppo comoda, rischio di perdere davvero la cognizione del tempo guardandomi in giro, dilatando così oltremodo lo sguardo e i tempi d’attesa, pure se non dipendono da me.
Con gli spazi bianchi e indefiniti delle attese, ho imparato a conviverci e alla fine stiamo bene insieme, ne esco sempre piena, di qualcosa che inconsapevolmente, sto vivendo e già scrivendo con gli occhi.
In certe occasioni mi capita di incrociare il filo dei pensieri e dello sguardo con le altre persone e per diluire le reciproche attese, scambio assaggi di parole sui soliti argomenti: gli orari, la qualità dei servizi negli uffici, il traffico di mattina lungo le strade e l’aumentare del costo della vita. Piccoli contatti, qualcosa di piccolo, qualcosa che possa essere consumato subito e in breve tempo. Qualcosa dai margini ridotti e limitati, ma che soddisfi il bisogno immediato e ricambiato di contatto anche superficiale, di una singola persona, in un singolo momento, di singoli argomenti.
E mi ricordo di una ragazzina dalle unghie corte e mangiucchiate, che entrava in contatto col mondo con un moto di stizza, aggiustandosi i capelli, passandoci dentro velocemente le dita lunghe e nervose. Sua madre, si affrettava a giustificarla, spiegando che se li era tagliati da poco, prima li aveva lunghi.
Ricresceranno in fretta, dicono tutti. Ma la ragazzina, indifferente a quella riflessione, infila ancora le dita tra i capelli, anche se non sono più quelli di un tempo. Sorrido, guardando fuori dal finestrino un cielo livido e straniero che si accoppia con una insidiosa interruzione per lavori in corso lungo la strada principale. Le mie dita lunghe ed ostinate, salde e compiacenti, che si tendono ancora a rastrello tra i capelli cresciuti. E addosso quella sensazione. Quella delle attese, quella di quando tagli i capelli lunghi e non pensi al dopo, quando, anche solo per un momento, anche solo in un gesto, mancheranno.
Rossetto rosso e sigaretta accesi, due eccessi sulla bocca e tra le mani di una fanciulla di settantotto anni, negli occhi l’intricato gomitolo di una vita tutta da srotolare e tessere, di nuovo, ogni giorno, ogni notte.
Vivevi sui Navigli, in un piccolo e caotico appartamento ripieno di foto, dischi, libri, fiori secchi. E sigarette e rossetti. Ti servivano anche per scrivere sullo specchio i rossetti, appunti di viaggio, quello che si compie senza il peso del corpo ma con l’anima naufragata.
E tu di quei folli viaggi ne hai sempre avuti parecchi, nella tua vita selvatica e randagia, viaggi di lucida follia che son stati il tuo maggior pregio ed anche il tuo peggior sfregio, un segno profondo, un marchio che resta fuori e dentro le righe di liriche convulse e frementi, ma anche scarne, intense, immediate.
Tu, che anche nell’età che va oltre la tranquilla maturità, parlavi e scrivevi dell’amore con una bramosia ed un’ebbrezza che nessuna gioventù saprebbe riprodurre, con quella febbre che lucida gli occhi e scalda la voce.
Tu, che riuscivi ad esser felice di nulla, avevi poco e quel poco lo donavi, ché “l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria”. (Alda Merini 1931 – 2009).

© Petite
Inizi disegnando il tronco marrone bene al centro del foglio, poi le foglie verdi aperte ed una macchia di cielo azzurro sopra, infine il verde del prato.
Un sole potente con tanti raggi a fianco, a scaldare quei rami protesi come una mano con troppe dita ed arti di legno che si alternano e si confondono nel verde brillante della chioma.
Sembra finito, ma poco a poco iniziano ad apparire, tutt’attorno, un’infinità di minuscoli segni, quasi una stradina tutta curve, tracciata tra cielo e terra.
Ti guardo e te ne accorgi, allora metti i confini, con le manine sopra il foglio, oscurando per un attimo quello che volevi raccontare.
Ti chiedo se quei segni siano una siepe piuttosto che i fiori, o la pioggia, o uccelli, o forse una staccionata che (non) abbia un suo perché.
No, quelle sono le parole, mi spieghi.
E allora le guardo, le fisso quelle parole uncinate che affidi a quell’albero (o al cielo?) e a chi le vuol vedere o sentire, in quella sorta di viaggio traballante che compiono, ondeggiando tra colori vivaci e mescolati in un allegro naufragio, chiedendomi perché non hai lasciato il disegno senza quei segni, così come quando a me, sembrava finito.
E invece no, quelle sono le parole… contorte, noiose, arrabbiate, serafiche, ambiziose, che solo un albero di sorrisi e di speranze come il tuo poteva riuscire a rappresentare.

Mi cammini accanto, riconosco il tuo passo, mi saziano i tuoi suoni ed è inutile bluffare, ché le tue carte le ho già viste.
Non hai niente in mano, però rilanci spudorato e se poi anche le mie carte non girano, non è certo colpa tua.
Alzi la posta e vedi, dov’è più difficile modulare l’ironia leggera e la capacità di raccontarsi, spingi, dove sonnecchia la precaria quiete di un momento freddo, abbracciata all’umore placido di pensieri che scivolano e riscaldano.
La bizzarra piega delle tue risa insistenti… una rotta in diagonale che mi taglia in due e mi stordisce, fino a sentirmi le gambe piegarsi e gli occhi chiudersi sull’emozione troppo forte, mentre la notte giunge con le sue dita nere, a scorticarmi i sogni.

Foto © Elle
Quando incalza il maestrale, l’animo si desta.
Impossibile non sentirlo, restarne indifferenti, ti soffia dentro e rimescola, scrolla. Insistente, prepotente, umido.
E un po’ fa paura anche, ma è come se nella confusione apparente che crea, generasse calma, lucidità.
E’ un vento particolare che arriva incanalato nelle valli e che ha il profumo del mare, che da qui non si vede, ma si sente.
E’ uno scorcio delle mie colline.
E’ uno scampolo di terra, nella quale c’era l’erba alta.
Era il mio gioco preferito di bambina correre in mezzo all’erba alta, poi mi accovacciavo serena ad ascoltare il vento incanalarsi in queste valli sfumate nell’orizzonte.
Potevo rimanerci interi pomeriggi e quando mancavo da troppo tempo, la voce di mia mamma che mi richiamava, spaventata.
Sentivo l’eco che si diffondeva nell’aria a ricordarmi chi ero e dov’ero, a cosa e a chi appartenevo.
Ora ci sono cresciute un po’ di case ed un ulivo che dà frutti abbondanti.
Poco più avanti c’è l’oleandro rosa del mio giardino, su cui oggi, soffia il vento.

Li seguivo da un po’, li osservavo con lo sguardo leggero ma attento, parlare tra loro in un precario equilibrio di suoni alternati a sguardi e movimenti e luce fioca.
Si allontanano e si avvicinano ma mai più di qualche passo, si sfiorano, poi si toccano, inclinano il busto in avanti e la testa all’indietro o di lato ad armonizzare il pensiero.
Li osservavo aggrottando la fronte e stringendo gli occhi per mettere a fuoco non tanto le parole, no! …di quelle me ne arrivava appena una ogni dieci.
Guardavo le loro pause, quelle che furtive appaiono dal nulla, quando si dà libero corso a ciò che senti, vedi, dici.
Quei momenti di interruzione di gesti e suoni, apnee da cui emergono immagini presenti, miste a frammenti di ricordi.
E come dietro un vetro opaco, distinguevo nitide, in quell’insieme, sagome di voglia e contorni di desiderio e tutt’attorno un alone, un bisogno fisico, tanto forte quanto sfumato.
I due ora bisbigliano, forse si fanno promesse che non manterranno.
E lo sanno.
Ho l’abitudine di osservare in alto, il cielo e le facciate dei palazzi, i balconi e le finestre illuminate.
E’ un’abitudine che non perdo mai, nemmeno quando sarebbe più logico fissare la punta delle scarpe.
Alzo gli occhi: due uccelli, neri, posati su un cavo elettrico, due becchi, due zampe lunghe, magre, rigide.
Sono vicini, uniti quasi, da quella voglia e dalla certezza di non conoscersi mai abbastanza.

Nella variopinta confusione dei panni da lavare c’è sempre qualcosa che riaffiora, come al mattino dopo un sonno inquieto, qualcosa che m’insegue attraverso il caos del quotidiano e mi raggiunge, persino quando la luce del giorno si riaccende e mi trova lì, davanti alla cesta del bucato.
La notte raccolgo sogni dalla tessitura mista: viscosa, acetato, ma anche seta, lana e poliestere. O forse sono solo verità in fibre naturali. Sporche, talvolta stinte, sfilacciate, sdrucite.
Macchie che salgono a galla, come l’olio sull’acqua, bolle di colore giallo, liquide e dense, sparse ed aggregate, fluttuanti tra acqua e detersivo.
Aloni e chiazze dure da strofinare, voci ed immagini che provengono da chissà dove, da quella parte che normalmente tace, da quella me che non segue un filo logico, empirica come solo un ragionamento illogico può essere.
Ed io metto tutto in centrifuga: mare in tempesta, occhi senza fine, animo in ebollizione, magma che scende copioso ed incandescente.
Poi, il mattino dopo, stento persino a riconoscere che quel travaglio sia stato il mio, passo davanti allo specchio e mi incontro casualmente, con quell’aria sobriamente sbattuta e quel nero brillante negli occhi che trucco leggermente col pennello di un improbabile sorriso.
E dentro, non c’è traccia di stanchezza, anzi, mi risveglio stranamente ristorata, mentre cerco di canalizzare quell’energia interiore, cui però non corrispondono gesti altrettanto energici.
Ondeggio ancora imprecisa tra il bagno e l’armadio, alla ricerca di un vestito con cui affrontare la giornata. Ancora un po’ sbiadita fuori, sgargiante dentro.

Quando la terra trema non c’è niente da fare, ti costringe a tremare insieme ad essa. Un sussulto improvviso, uno scossone fulmineo ed istantaneo, uno schiaffo in piena faccia che ti riporta bruscamente, a qualsiasi ora del giorno o della notte, in qualunque luogo, a fare i conti con te stesso e con quella forza superiore che non puoi governare.
Io ci sono nata col terremoto. Ne ho sempre sentito parlare da mia mamma, è una vita che il racconto di quelle notti passate a dormire in macchina, mi accompagna, minaccioso.
Gennaio 1972: una scossa del settimo grado della scala Mercalli colpì Ancona. Ebbe così inizio una violenta crisi tellurica che si sarebbe protratta pesantemente per un lunghissimo anno. A giugno dello stesso anno, una seconda violenta scossa, che raggiunse il decimo grado scala Mercalli.
Non vi furono danni materiali rilevanti per la città ma la paura fu grande. Il sisma causò lo spopolamento quasi completo della città, i rioni storici rimasero per anni deserti. Seguì il restauro degli edifici e un impegnativo risanamento del centro con criteri antisismici.
“Non ci sono eventi nei cataloghi storici assimilabili a quello odierno”. E’ l’analisi dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia del terremoto di magnitudo 4,6 registrato stamattina alle 5:50 in una zona molto vicina a dove vivo, la scossa più forte nelle Marche da 10 anni a questa parte.
E poi sono ancora troppo vive le immagini della vicina L’Aquila ridotta, cinque mesi fa, ad un deserto di macerie e di quella gente che vive ancora nelle tende, cercando di tenere insieme momenti di giornate che non passano mai, senza più un lavoro, senza più un senso. In esilio dalla vita stessa.
Quando la terra trema hai paura.
Una paura fottuta di non avere più tempo, di aver sprecato e sperperato quello che avevi e la sensazione di non aver finito ciò che stavi facendo, ciò che stavi per fare, la mente che cerca disperatamente di cogliere e riafferrare gli ultimi momenti di normalità.
Quella normalità che vacillava e che ora trema.

Non ho voglia di capire cosa accade.
E’ qualcosa che richiede più forza di quanta ne abbia ora.
Però bisogna tentare, provare e riprovare, è giusto, non si può mollare dopo una volta sola e nemmeno dopo due, altrimenti non si dovrebbe neppure pensare al tentativo.
Però a me piace ascoltare quel suono, che è musica, o forse solo un debole fruscìo.
Oppure sei tu.


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