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Eravamo una bella squadra, sempre i soliti cui ogni tanto si aggregava temporaneamente qualche randagio di passaggio, quelli che erano convinti di conoscere a fondo l’animo umano e si vantavano di dare un senso alle serate decifrando le oscenità disegnate e scritte sui muri delle latrine pubbliche mai pulite, dalle quali colava sempre un rivolo di urina che scendeva strisciando fino al marciapiede del locale di fronte.
Poteva anche accadere che la porta del pub dall’altro capo della strada si aprisse e che ai fiumi ed alle nebbie di varia natura, alle bestemmie e a tutta la scia di odori pungenti, si mescolassero anche improvvise folate di vento. Era così che in un balzo, dimentichi di tutto, ce ne andavamo sopra ai tetti dei palazzi a guardare com’era quel mondo di formiche laggiù, al quale fino a qualche minuto prima, appartenevamo anche noi.
Mi è sempre piaciuto passeggiare sui tetti, forse perché mi ricordava Duchessa e Romeo degli Artistogatti, o forse perché mi dava un senso di onnipotenza, di controllo, un diverso equilibrio che a terra non sentivo di poter avere.
Io e Rox c’eravamo sempre quando si trattava di andare sui tetti.
Aveva gli occhi scuri di un uomo-ragazzo dai capelli neri il mio compagno di avventure notturne.
Io l’avevo sempre considerato soltanto come tale, lui invece mi ha amato, tanto, al punto di aspettarmi sempre, a volte anche per lunghi periodi, appagato dei rari momenti in cui stavamo insieme.
Aveva sempre accettato tranquillamente tutte le mie stranezze umorali e le mie fugaci apparizioni serali, e tutti quei momenti in cui avevo soltanto bisogno di compagnia, di abbracci e pop-corn, consapevole che per me lui era la mia spalla, forse non rendendosi nemmeno conto della mia totale incapacità di provare un qualsiasi tipo di sentimento e sperando che, chissà, un giorno forse… ma il suo giorno non arrivò mai.
Poi io non mi feci più vedere né sentire per un periodo molto più lungo, all’improvviso sparii dalla sua vita e di lui non seppi più nulla, neanche m’importò più di sapere nulla.
Fino a stanotte, quando si è ripresentato davanti a me nel sonno, dolce come sempre, mi prende il volto tra le mani e guidandomi teneramente, mi invita ad appoggiarmi sul suo torace ampio e generoso. Con fare delicato, mi culla tra le sue braccia accarezzandomi piano i capelli, come era sua consuetudine fare una volta, tanto tempo prima.
E’ la notte in cui, a sorpresa, è venuto a farmi visita il rimorso ed oggi, come allora, ha questo suono qui.

C’è bellezza e inferno negli occhi e nelle parole di Roberto Saviano mentre racconta le storie di Neda e Taranhe, di Ken Saro-Wiwa, di Miriam Makeba, di Shalamov, di Anna Politkovskaja.
Perché bellezza è verità e verità è bellezza e nella sua comunicazione ce n’è in misura e quantità perfetta, precisa, una miscela esplosiva, potente più del tritolo.
Un defilato Fabio Fazio lo introduce e poi torna ad ascoltare, in ombra, dietro le righe. Saviano parla disinvolto, concedendosi giusto qualche passo lungo il perimetro della scrivania piena di libri. Di tanto in tanto si ferma, poi si appoggia sul bordo di quell’unico elemento di scenografia nello studio televisivo, reso per l’occasione, sala di lettura.
Ed essenziale, pulito, lineare, senza sbavature è anche lui nel raccontare in due ore di televisione altamente ispirate, storie di verità e testimonianza.
E’ un treno ad alta velocità Saviano che sostiene da solo il palco, non guarda quasi mai fisso in camera e vaga con gli occhi, racconta e si muove come un attore fuori dalla parte, con tempi e ritmi che non si addicono affatto ai canoni televisivi, ma che inchiodano l’attenzione della platea facendo vibrare perfettamente le corde della sensibilità collettiva.
Con Saviano va in onda l’emozione vera, profondamente diversa da quella che può trasmettere uno scrittore o un attore, la sua è l’emozione che proviene dalla vita negata, dalle privazioni, dai desideri confinati. Di chi vive l’inferno di certe scomode verità, trasformandole ed elevandole, a diventare bellezza.


Note torturate di zucchero e cannella, una girandola di sapori sinceri e dolci, di consistenze tenere e croccanti, mele, uvetta e pinoli.
Piove zucchero insieme a gocce di limone a corrodere la ruggine dei dubbi, disgregare convinzioni e lucidare quell’attimo di oblìo che risuona armonia.
Taglio, scrivo, invento e trasformo con le mani, forme e contorni di pasta sfoglia, la solitudine vischiosa al sapore di mela, cannella e tastiera che si appiccica alle dita e che poi sciolgo sulla lingua, in un lento incedere.
Un’intima soddisfazione che raramente provo in cucina e che mi coglie, per un attimo, immobile e imbarazzata, come se mi avessero sorpresa a spiare.
Chiudo gli occhi e annuso quell’aria battere forte nel cuore scapestrato dell’adolescente che non ho perso, quello incosciente, quello spaesato dalla vita scritta in una ricetta sconclusionata.

Alessandro Matta - Sala d'aspetto (2008) olio su cartone telato 50x35

Io sono quella che di solito attende paziente e fiduciosa nelle sale d’aspetto, senza frenesie latenti da parlantina esasperata, senza isterismi da cane al guinzaglio troppo corto. Cerco di mantenermi in equilibrio, magari con sofferenza, però con correttezza. E spesso ci rimetto. Ci rimetto se si considera il rimetterci come il rinunciare a qualcosa di normale, come sarebbe il concedersi ogni tanto, un legittimo sbuffo o gesto scomposto di sana insofferenza. Durante l’attesa posso restare davvero tranquilla sulla sedia solo se ne trovo una sufficientemente scomoda. Sembra strano ma in una eventuale posizione troppo comoda, rischio di perdere davvero la cognizione del tempo guardandomi in giro, dilatando così oltremodo lo sguardo e i tempi d’attesa, pure se non dipendono da me.
Con gli spazi bianchi e indefiniti delle attese, ho imparato a conviverci e alla fine stiamo bene insieme, ne esco sempre piena, di qualcosa che inconsapevolmente, sto vivendo e già scrivendo con gli occhi.

In certe occasioni mi capita di incrociare il filo dei pensieri e dello sguardo con le altre persone e per diluire le reciproche attese, scambio assaggi di parole sui soliti argomenti: gli orari, la qualità dei servizi negli uffici, il traffico di mattina lungo le strade e l’aumentare del costo della vita. Piccoli contatti, qualcosa di piccolo, qualcosa che possa essere consumato subito e in breve tempo. Qualcosa dai margini ridotti e limitati, ma che soddisfi il bisogno immediato e ricambiato di contatto anche superficiale, di una singola persona, in un singolo momento, di singoli argomenti.

E mi ricordo di una ragazzina dalle unghie corte e mangiucchiate, che entrava in contatto col mondo con un moto di stizza, aggiustandosi i capelli, passandoci dentro velocemente le dita lunghe e nervose. Sua madre, si affrettava a giustificarla, spiegando che se li era tagliati da poco, prima li aveva lunghi.
Ricresceranno in fretta, dicono tutti. Ma la ragazzina, indifferente a quella riflessione, infila ancora le dita tra i capelli, anche se non sono più quelli di un tempo. Sorrido, guardando fuori dal finestrino un cielo livido e straniero che si accoppia con una insidiosa interruzione per lavori in corso lungo la strada principale. Le mie dita lunghe ed ostinate, salde e compiacenti, che si tendono ancora a rastrello tra i capelli cresciuti. E addosso quella sensazione. Quella delle attese, quella di quando tagli i capelli lunghi e non pensi al dopo, quando, anche solo per un momento, anche solo in un gesto, mancheranno.

Rossetto rosso e sigaretta accesi, due eccessi sulla bocca e tra le mani di una fanciulla di settantotto anni, negli occhi l’intricato gomitolo di una vita tutta da srotolare e tessere, di nuovo, ogni giorno, ogni notte.
Vivevi sui Navigli, in un piccolo e caotico appartamento ripieno di foto, dischi, libri, fiori secchi. E sigarette e rossetti. Ti servivano anche per scrivere sullo specchio i rossetti, appunti di viaggio, quello che si compie senza il peso del corpo ma con l’anima naufragata.
E tu di quei folli viaggi ne hai sempre avuti parecchi, nella tua vita selvatica e randagia, viaggi di lucida follia che son stati il tuo maggior pregio ed anche il tuo peggior sfregio, un segno profondo, un marchio che resta fuori e dentro le righe di liriche convulse e frementi, ma anche scarne, intense, immediate.
Tu, che anche nell’età che va oltre la tranquilla maturità, parlavi e scrivevi dell’amore con una bramosia ed un’ebbrezza che nessuna gioventù saprebbe riprodurre, con quella febbre che lucida gli occhi e scalda la voce.
Tu, che riuscivi ad esser felice di nulla, avevi poco e quel poco lo donavi, ché “l’amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria”. (Alda Merini 1931 – 2009).

© Petite

Inizi disegnando il tronco marrone bene al centro del foglio, poi le foglie verdi aperte ed una macchia di cielo azzurro sopra, infine il verde del prato.

Un sole potente con tanti raggi a fianco, a scaldare quei rami protesi come una mano con troppe dita ed arti di legno che si alternano e si confondono nel verde brillante della chioma.

Sembra finito,  ma poco a poco iniziano ad apparire, tutt’attorno, un’infinità di minuscoli segni, quasi una stradina tutta curve, tracciata tra cielo e terra.

Ti guardo e te ne accorgi, allora metti i confini, con le manine sopra il foglio, oscurando per un attimo quello che volevi raccontare.

Ti chiedo se quei segni siano una siepe piuttosto che i fiori, o la pioggia, o uccelli, o forse una staccionata che (non) abbia un suo perché.

No, quelle sono le parole, mi spieghi.

E allora le guardo, le fisso quelle parole uncinate che affidi a quell’albero (o al cielo?) e a chi le vuol vedere o sentire, in quella sorta di viaggio traballante che compiono, ondeggiando tra colori vivaci e mescolati in un allegro naufragio, chiedendomi perché non hai lasciato il disegno senza quei segni, così come quando a me, sembrava finito.

E invece no, quelle sono le parole… contorte, noiose, arrabbiate, serafiche, ambiziose, che solo un albero di sorrisi e di speranze come il tuo poteva riuscire a rappresentare.

Mi cammini accanto, riconosco il tuo passo, mi saziano i tuoi suoni ed è inutile bluffare, ché le tue carte le ho già viste.

Non hai niente in mano, però rilanci spudorato e se poi anche le mie carte non girano, non è certo colpa tua.

Alzi la posta e vedi, dov’è più difficile modulare l’ironia leggera e la capacità di raccontarsi, spingi, dove sonnecchia la precaria quiete di un momento freddo, abbracciata all’umore placido di pensieri che scivolano e riscaldano.

La bizzarra piega delle tue risa insistenti… una rotta in diagonale che mi taglia in due e mi stordisce, fino a sentirmi le gambe piegarsi e gli occhi chiudersi sull’emozione troppo forte, mentre la notte giunge con le sue dita nere, a scorticarmi i sogni.

Foto © Elle

Quando incalza il maestrale, l’animo si desta.
Impossibile non sentirlo, restarne indifferenti, ti soffia dentro e rimescola, scrolla. Insistente, prepotente, umido.
E un po’ fa paura anche, ma è come se nella confusione apparente che crea, generasse calma, lucidità.

E’ un vento particolare che arriva incanalato nelle valli e che ha il profumo del mare, che da qui non si vede, ma si sente.
E’ uno scorcio delle mie colline.
E’ uno scampolo di terra, nella quale c’era l’erba alta.
Era il mio gioco preferito di bambina correre in mezzo all’erba alta, poi mi accovacciavo serena ad ascoltare il vento incanalarsi in queste valli sfumate nell’orizzonte.
Potevo rimanerci interi pomeriggi e quando mancavo da troppo tempo, la voce di mia mamma che mi richiamava, spaventata.
Sentivo l’eco che si diffondeva nell’aria a ricordarmi chi ero e dov’ero, a cosa e a chi appartenevo.

Ora ci sono cresciute un po’ di case ed un ulivo che dà frutti abbondanti.
Poco più avanti c’è l’oleandro rosa del mio giardino, su cui oggi, soffia il vento.

Li seguivo da un po’, li osservavo con lo sguardo leggero ma attento, parlare tra loro in un precario equilibrio di suoni alternati a sguardi e movimenti e luce fioca.
Si allontanano e si avvicinano ma mai più di qualche passo, si sfiorano, poi si toccano, inclinano il busto in avanti e la testa all’indietro o di lato ad armonizzare il pensiero.

Li osservavo aggrottando la fronte e stringendo gli occhi per mettere a fuoco non tanto le parole, no! …di quelle me ne arrivava appena una ogni dieci.
Guardavo le loro pause, quelle che furtive appaiono dal nulla, quando si dà libero corso a ciò che senti, vedi, dici.
Quei momenti di interruzione di gesti e suoni, apnee da cui emergono immagini presenti, miste a frammenti di ricordi.
E come dietro un vetro opaco, distinguevo nitide, in quell’insieme, sagome di voglia e contorni di desiderio e tutt’attorno un alone, un bisogno fisico, tanto forte quanto sfumato.
I due ora bisbigliano, forse si fanno promesse che non manterranno.
E lo sanno.

Ho l’abitudine di osservare in alto, il cielo e le facciate dei palazzi, i balconi e le finestre illuminate.
E’ un’abitudine che non perdo mai, nemmeno quando sarebbe più logico fissare la punta delle scarpe.
Alzo gli occhi: due uccelli, neri, posati su un cavo elettrico, due becchi, due zampe lunghe, magre, rigide.
Sono vicini, uniti quasi, da quella voglia e dalla certezza di non conoscersi mai abbastanza.

Nella variopinta confusione dei panni da lavare c’è sempre qualcosa che riaffiora, come al mattino dopo un sonno inquieto, qualcosa che m’insegue attraverso il caos del quotidiano e mi raggiunge, persino quando la luce del giorno si riaccende e mi trova lì, davanti alla cesta del bucato.

La notte raccolgo sogni dalla tessitura mista: viscosa, acetato, ma anche seta, lana e poliestere. O forse sono solo verità in fibre naturali. Sporche, talvolta stinte, sfilacciate, sdrucite.
Macchie che salgono a galla, come l’olio sull’acqua, bolle di colore giallo, liquide e dense, sparse ed aggregate, fluttuanti tra acqua e detersivo.
Aloni e chiazze dure da strofinare, voci ed immagini che provengono da chissà dove, da quella parte che normalmente tace, da quella me che non segue un filo logico, empirica come solo un ragionamento illogico può essere.
Ed io metto tutto in centrifuga: mare in tempesta, occhi senza fine, animo in ebollizione, magma che scende copioso ed incandescente.

Poi, il mattino dopo, stento persino a riconoscere che quel travaglio sia stato il mio, passo davanti allo specchio e mi incontro casualmente, con quell’aria sobriamente sbattuta e quel nero brillante negli occhi che trucco leggermente col pennello di un improbabile sorriso.
E dentro, non c’è traccia di stanchezza, anzi, mi risveglio stranamente ristorata, mentre cerco di canalizzare quell’energia interiore, cui però non corrispondono gesti altrettanto energici.
Ondeggio ancora imprecisa tra il bagno e l’armadio, alla ricerca di un vestito con cui affrontare la giornata. Ancora un po’ sbiadita fuori, sgargiante dentro.