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© Petite

Inizi disegnando il tronco marrone bene al centro del foglio, poi le foglie verdi aperte ed una macchia di cielo azzurro sopra, infine il verde del prato.

Un sole potente con tanti raggi a fianco, a scaldare quei rami protesi come una mano con troppe dita ed arti di legno che si alternano e si confondono nel verde brillante della chioma.

Sembra finito,  ma poco a poco iniziano ad apparire, tutt’attorno, un’infinità di minuscoli segni, quasi una stradina tutta curve, tracciata tra cielo e terra.

Ti guardo e te ne accorgi, allora metti i confini, con le manine sopra il foglio, oscurando per un attimo quello che volevi raccontare.

Ti chiedo se quei segni siano una siepe piuttosto che i fiori, o la pioggia, o uccelli, o forse una staccionata che (non) abbia un suo perché.

No, quelle sono le parole, mi spieghi.

E allora le guardo, le fisso quelle parole uncinate che affidi a quell’albero (o al cielo?) e a chi le vuol vedere o sentire, in quella sorta di viaggio traballante che compiono, ondeggiando tra colori vivaci e mescolati in un allegro naufragio, chiedendomi perché non hai lasciato il disegno senza quei segni, così come quando a me, sembrava finito.

E invece no, quelle sono le parole… contorte, noiose, arrabbiate, serafiche, ambiziose, che solo un albero di sorrisi e di speranze come il tuo poteva riuscire a rappresentare.

Siamo nate nello stesso giorno io e te, anche se in mesi diversi, tu col sole dell’estate negli occhi, io col vento dell’autunno nei miei.

E quando mi dicono “dove trovi la forza” io rispondo sempre che la trovo lì, nei tuoi occhi grandi e furbi.

E’ stato sempre così, sin dal primo momento in cui, appena nata, li hai fissati nei miei e ci siamo guardate per la prima volta, in quell’attimo eterno.

Oggi è la tua festa e di regali ce ne saranno. Il mio lo lascio qui, anche se non sai neppure che c’è, anche se lo scarterai chissà quando, forse mai, e leggerai di questa mamma che scrivendo di una lei, a volte parla anche un po’ di sè e di te.

Questa mamma non del tutto cresciuta, che vorrebbe regalarti un mondo su misura, fatto di giostre e d’amore, di pizza e gelato, di favole vere che scrive e poi racconta.

Buon compleanno bambina mia…

Con Petite (mia figlia n.d.r.) la “vestizione” è uno dei rituali più difficili da concludere. Più passano gli anni (e siamo solo a 4 non ancora compiuti) più la scelta e gli abbinamenti non dipendono dalla sottoscritta, ma da lei.
E ci vuole tempo eh? l’operazione, come tutti i rituali che si rispettino, necessita di tempi rigorosamente elastici. Ad onor del vero c’è da dire che ultimamente va meglio, agevolata dalla bella stagione, so che per vestire la creatura non ho più bisogno di tirarmi giù dal letto quel tanto prima per non ritrovarmi, già alle prime ore del mattino, a debito d’ossigeno.

Nell’armadio tra i vestiti che sono ormai passati di misura (e a quest’età passano moooolto velocemente) e quelli che invece vanno bene, regna un po’ l’anarchia e allora ho pensato di semplificarmi la vita facendo una bella selezione dei vestiti che si mette davvero, eliminare il resto e così, circoscrivendo la scelta, la mattina i tempi di attesa dovrebbero diminuire, (forse)…

Un pomeriggio l’avevo lasciata sull’arrabbiato andante a casa della nonna con un discorsetto in sospeso del tipo “Tesoro, mamma non vuole buttare tutte le tue cose, ma un po’ dobbiamo per forza toglierle, tu intanto pensaci su, poi vediamo…”
Torniamo sull’argomento qualche giorno dopo, una sera che era tutta dolce e piena di sorrisi per me. La prendo in braccio, le faccio il cavalluccio e poi le treccine (altro rituale) e le annuncio che ho una cosa da dirle: “Ti ricordi che mamma ti aveva detto di pensarci su a quella cosa dei vestiti?”
Con la faccina imbronciata di quando vuol dimostrare disappunto, comincia a dire che lei ci ha pensato, ma…
Con scatto felino, la interrompo prima che possa anche solo tentare di iniziare il contraddittorio e le dico che ci ho pensato su anch’io ed ho avuto un’idea grandiosa: andiamo a scegliere insieme i vestiti che ancora si mette, quelli che non si mette più li regaliamo, così la mattina siamo più veloci ad arrivare all’asilo. “Che poi, se proprio ci manca qualcosa, lo andiamo a comprare nuovo in quel negozio che ci piace tanto…ça và?!?”
La creaturina sorride raggiante, poi ci abbracciamo e lei mi fa: “mamma, grazie che ci hai pensato tu al posto mio” e a seguire bacini, abbracci e coccolette. Maman che per poco non si scioglie come un gelato al sole, pensa: “eccerto che ci ho pensato io…”

E così mi avvio verso la camera, a scegliere i vestiti che le vanno bene e quelli che avremmo regalato.
Lei invece no, dall’altra stanza mi arriva un perentorio: “mamma devo disegnare” e non sia mai che io tarpo le ali al guizzo di creatività infantile. Le passo un foglio sul quale lei mi disegna alta, con una selva di capelli riccioluti, occhi enormi, bocca larga, gambe e braccia smisuratamente lunghe e poi: “Mamma”
“Sììì cherie?”
“Come si disegnano i jeans”?
Insomma praticamente in jeans io ci vivo e credo che lei li veda ormai come una parte di me. Chissà, magari da grande farà la stilista, o anche no, ma con gli occhi dell’amore.


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Gustav Klimt - Hope I (1903)

Vado indietro nel tempo e ripenso al mio parto…uno dei momenti più importanti e significativi della vita di una donna, la chiusura di un cerchio, punto di arrivo e di partenza insieme.
Si conclude il “tempo di grazia” della gravidanza e ne inizia un altro, nuovo, sconosciuto, ricco di emozioni travolgenti, ma anche di notti insonni, di stravolgimenti ormonali, di incognite, insicurezze e sacrifici. E pur essendo un evento eccezionalmente totalizzante, sia dal punto di vista fisico che emotivo, non sempre il parto è un’esperienza lieta e serena.
E ricordo il mio, fatto di grandi aspettative…
Era piena estate, un sabato di inizio agosto, ricordo il caldo che quell’anno fu anche abbastanza clemente, qualche pioggia quella settimana aveva pulito l’aria e almeno la sofferenza per il caldo mi era stata risparmiata. Ero preparata ad un parto naturale che più naturale non si può, il mio ginecologo, un pioniere del parto in acqua e grandissimo sostenitore delle tecniche di “parto in libertà”, ovvero del partorire non necessariamente sdraiate sul lettino ma anche accovacciate a terra, immerse nella vasca apposita, insomma in qualsiasi posizione e modo la donna possa sentirsi più a suo agio.
Piena ed incondizionata fiducia in lui ed ho provato davvero di tutto, vasca compresa, eppure dopo quasi dodici ore di travaglio indotto, non avevo ancora raggiunto una dilatazione sufficiente malgrado i dolori e le spinte fossero forti e regolari.
Ce l’ho messa tutta ed ho affrontato quelle ore con uno spirito che non sospettavo nemmeno lontanamente di avere, che non capivo nemmeno da dove provenisse, io che ho sempre avuto una soglia del dolore per così dire bassa…chi era quella donna che si era impossessata del mio corpo e che stoicamente affrontava le contrazioni senza emettere quelle urla feroci che dalla sala parto arrivavano, sino a riempire le corsie?
Era la forza di chi ci crede ed io ci credevo, ci ho creduto fino in fondo di poter riuscire a portare a termine il mio parto naturale.
Al corso di preparazione al parto ci avevano descritto quel momento con una tale poesia e magia che davvero avevo creduto che il mio utero si sarebbe aperto miracolosamente come un fiore e invece solo in quel momento realizzavo quanto poco realisticamente ci avessero istruito.
La respirazione, il training autogeno, tutto dissolto in parole che non si amalgamavano con la mia realtà…come l’acqua e l’olio restavano ben separate.
Ed infine l’imponderabile: emorragia alla placenta e sofferenza fetale. Nell’arco di appena dieci minuti mi sono ritrovata a passare dalla poesia all’incubo, sino al cesareo d’urgenza in anestesia totale.
Ricordo intorno a me le ostetriche che correvano a destra e a sinistra, volti di medici mai visti prima e la voce del mio ginecologo che seraficamente mi dice: “Elle, non mi sento di rischiare oltre, dobbiamo procedere col cesareo”. Rischiare…? improvvisamente tutto stava andando come non avrebbe dovuto.
Devo aver fatto davvero una faccia terribilmente stralunata perchè ricordo la sua mano accarezzarmi la testa e poi cambiare all’istante espressione e quasi gridare “andiamo, andiamo, andiamo!”
Poi una penna tra le mie dita, “una firma signora, il consenso informato all’anestesia” come se in quel momento avessi potuto rifiutare…e poi freddo, tanto freddo ed il buio assoluto.
Ricordo però esattamente il dopo, le mie mani che istintivamente controllavano con una carezza la pancia sgonfia ed i miei occhi che frugavano impazienti dentro la stanza alla ricerca di mia figlia. Me la mettono tra le braccia ed io faccio finalmente uscire un respiro di liberazione, prima di incrociare i miei occhi con i suoi ed attaccarla al seno. Un senso di esaltazione, quasi un delirio di onnipotenza nel sentire quel calore che da me si trasferiva a lei, o forse viceversa, so solo che pur non riuscendo a muovermi tra flebo attaccate ed il taglio che mi faceva male, non mi sentivo immobile, anzi, in quel momento era come se stessi correndo ed avessi vinto la maratona di New York.
Semi bloccata a letto poi ci dovetti restare per un po’, non per il parto, ma per altre complicazioni successive che per tutto il primo mese mi hanno vista trascinarmi per le stanze di casa con le stampelle, anch’esse non previste, fuori dal copione del quadretto idilliaco in cui la famigliola ritorna a casa con in braccio il tanto desiderato fagottino.
Per fortuna quello che è capitato a me sarà soltanto una piccola ed insignificante statistica di minoranza, tuttavia il mio pensiero va a tutte quelle donne che ci hanno creduto così tanto e che in qualche modo hanno provato con tutte le loro forze ad esorcizzare quel “tu partorirai con dolore”, ignare e fiduciose, sognatrici ed ingenue, dilaniate dall’infido sospetto (per fortuna dileguatosi velocemente) di non essere state all’altezza, di non aver saputo fare il loro dovere fino in fondo.
Per fortuna quel subdolo senso di fallimento svanisce ben presto, perchè capisci che i bambini nati col cesareo non sono bambini di serie B nati da mamme di serie B, che una madre non si misura dal grado di sofferenza con cui mette al mondo, che la nascita è solo il punto di partenza e che, da lì in poi, tutto proseguirà in un continuo alternarsi di gioie e dolori.
E per fortuna non è unicamente ed esclusivamente su quel momento che si baserà lo sviluppo e la crescita di una madre e di suo figlio.

www.mondomarefestival.it

Foto tratta da: www.mondomarefestival.it


Andiamo a dormire e dopo che ti sarai addormentata, anch’io dormirò, anche se lo sai…avrei ancora tante cose da fare…
E va bene, se hai sonno, andiamo…ma almeno prima leggiamo insieme questa favola.
Solo poche righe, e poi, ah sì…vuoi cantare “Il cielo in una stanza”?
E va bene…anche per me la stanza non ha più pareti, ma alberi, alberi infiniti…anche per me…
Ma adesso voltati, mamma non ha niente, solo un po’ di polvere addosso, un po’ di stanchezza…domani andrà meglio, vedrai.
Adesso ti racconto una di quelle storie divertenti che ci fanno tanto ridere.
Siamo al buio e tu non ridi, allora provo a farla ancora più esagerata.
Niente.
Però mi abbracci più forte.
“Mamma, un bacio?”
“Ma certo, buonanotte”.
E adesso che anch’io potrei finalmente chiudere gli occhi, invece vado a prenderti il mare, in quel punto dove è più blu così che anche tu possa nel sonno vederne i colori, sentirne i profumi, gli spruzzi sulla faccia, la sabbia sotto i piedi.
E’ così che un’altra volta capisco che si può imparare giocando.

“Guarda, mamma!”

Mia figlia corre verso di me consegnandomi tra le mani un sassolino nero trovato sulla battigia dove stava giocando con palette e secchielli. Non sembra un sasso qualsiasi, è nero e sagomato, assomiglia tanto ad una tessera di mosaico. Poi mi dice che di sassi come quello se ne trovano tanti lungo la riva e a quest’ora in cui il sole si abbassa all’orizzonte e le ombre iniziano ad allungarsi, pensiamo di fare una passeggiata alla ricerca di altri sassolini…

Costeggiamo la scogliera e proseguiamo lungo un tratto più agevole, in piano, camminando ora sull’acqua ora tra i ciotoli e la sabbia, chinandoci di tanto in tanto per raccogliere qualche sassolino. Verifichiamo insieme la misura e la forma e li confrontiamo con la nostra “tessera di mosaico” trattenendo nel secchiello solo quelli che effettivamente sembrano più simili…e ce ne sono! Prese dall’entusiasmo, decidiamo di considerarli a tutti gli effetti tessere di mosaico.

“Ma cosa sono i mosaici, mamma?”

Le racconto allora di quelli pavimentati nel salone d’ingresso del Museo Borghese di Roma o di quelli mestosi di S. Apollinare in Classe a Ravenna, entrambi scoperti grazie alle gite organizzate dalla scuola.

E le descrivo quegli ambienti fastosi, ricchi di marmi e statue e dipinti che è difficile non rimanerne colpiti e disorientati. E di come durante la visita guidata mi guradavo intorno spaesata e sorpresa da tanta magnificenza e che, per non cedere alla vertigine, mi sedevo a terra per guardare meglio quei quadri immensi, composti da tanti minuscoli pezzettini colorati. Li guardavo e li volevo toccare sapendo di non poterlo fare e allora mi concentravo sulle tessere, tutte di diversa misura e colore, quelle piccole utilizzate per disegnare i particolari, il volto, le mani, per ottenere sfumature…e quelle più grandi per lo sfondo.

Petite rimane accovacciata ad ascoltare le mie descrizioni e ad osservare per diverso tempo i suoi sassolini…da come è assorta capisco che non si alzerebbe più e realizzo, solo in quel momento, che pur avendo passeggiato tantissime volte in su e in giù per quel tratto di spiaggia, non avevo mai veramente considerato i sassolini come possibili tessere di un mosaico.

Poi un giorno te ne ritrovi in mano uno, lo osservi e ti chiedi se anche gli altri lo vedono come lo vedi tu…e ti accorgi di sì! Quel tassello ha trovato il suo posto ed ora non lo lascia più. Da oggi anche lei ha cominciato la sua personale osservazione. Conserva in una scatola tutti quei sassolini levigati…e cerca tracce di mosaico dappertutto.

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(Foto: ©Fratelli Alinari-Firenze-Trombetta,Bambina con bambola, 1920 ca. Archivi Alinari-donazione Trombetta, Firenze)

E’ un po’ che tengo questo post nel cassetto, senza decidermi mai veramente a pubblicarlo. Sono giorni che lo giro e lo rigiro tra le dita come una sigaretta, lo apro e lo chiudo, lo modifico, lo taglio, lo allungo come un elastico, lo tormento in attesa della versione definitiva. Ed il fatto che sia pubblicato qui ora non significa mica che sia finito, che sia compiuto, in verità ero solo stanca di ritrovarmelo tra le bozze, a ricordarmi che c’è…come quei vestiti che non metto più ma che non mi decido a buttar via…se ne stanno lì, riposti in un angolo dell’armadio ed ogni tanto li sfioro e li stiro con le dita, a sistemare qualche piega che si è formata nel tempo. Ecco anche di questo mio gesto banale mia mamma direbbe, (anzi no, lo dice proprio!), che sono naif…Me lo sento ripetere da lei da sempre, nelle più svariate occasioni, nelle situazioni più diverse…eppure la frase che esce è sempre la stessa… “sei così naif”. E mi costringe e chiedermi che cosa voglia mai significare per lei questo benedetto naif: all’occorrenza può voler dire disordinata, incasinata, sbadata, incosciente…ma anche eccentrica, simpatica, tenera…e chissà cos’altro. Quando torno dal supermercato con le buste della spesa e mia figlia appena varcata la soglia di casa mi si arrampica addosso ed io incurante delle cose fragili butto tutto a terra per prendere lei…ecco che sono naif. Se mi vede che giro per casa con il mio solito maglione pesante e le gambe nude quando fuori c’è il gelo…sono naif, se faccio tre o quattro cose contemporaneamente, come poi spesso capita, sono altrettanto naif. Non gliel’ho mai chiesto direttamente cosa significasse per lei questo aggettivo, ma ho sempre cercato di interpretarlo dentro di me, perchè a volte suona come un complimento, altre volte come il peggiore degli insulti, basta associarlo ad un sopracciglio che le si alza di quel millimetro in più o ad una inflessione della voce un po’ più acuta ed ecco che diventa tutt’altro. Un tempo c’era una bambina, con il nasino in aria che preferiva stare sola piuttosto che dire quello che non pensava. C’era una bambina che non voleva piacere a nessuno. Autonoma come un monaco e arrabbiata come un ex galeotto. Si faceva la sua vita a modo suo. Giocava da sola e se qualcuno la trovava bella mentre giocava poteva avvicinarsi e giocarle accanto ma non sia mai che lei cambiasse gioco per piacere a qualcuno. La cerco da sempre dentro quell’aggettivo che mi segue da una vita e non ne vedo traccia se non nelle foto imbronciate che mi guardano dall’interno di vecchi album di famiglia. Mi chiedo se da bambini non siamo la parte più vera di noi stessi, che poi si corrompe quando la vita ti gioca pessimi tiri. 
O forse è solo il mio bisogno d’approvazione, il mio non voler dispiacere a nessuno, il non dar fastidio, il non suscitare biasimo che sto cercando di guardare in faccia e che invece, mi rimbalza contro.

(Titoli di coda: Cranberries - Ode To My Family)

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Oggi ho rivisto compiersi davanti ai miei occhi il miracolo della vita.

E viverlo da zia è diverso. Diverso da quando ero io sdraiata in quel letto di ospedale con la mia piccolina tra le braccia. Eppure l’esplosione di emozioni è la stessa nel guardare quell’esserino che scruta con occhi curiosi il mondo circostante.

Essere zia mi fa sentire ancor di più mamma, anche se so che non potrò gioire di un’altra maternità. E’ un po’ come se sapessi che questa è la mia ultima occasione per vivere questo tipo di emozioni e allora cerco di prenderne più che posso, di respirare a pieni polmoni quest’aria che sa di gioia, di festa, di novità. Questa piccola vita mi ha per un attimo riconciliato con il mondo intero.

Benvenuta in questo mondo piccina…

Tua zia (a cui è bastato incrociare i suoi occhi con i tuoi per amarti già infinitamente).

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Gustave Klimt - Le tre età della donna
 

Agosto quest’anno è iniziato in modo un po’ anomalo, con un leggero vento fresco di tramontana anzichè di scirocco e malgrado il sole, certi giorni si avverte già il presagio di un’estate che volge al termine.
Quando sono sola e respiro questo vento i pensieri si ammassano, si dilatano sino a riempire le stanze, i silenzi…si allungano e si stirano come elastici, fino allo schiocco finale, di quando li hai tirati al massino e poi di colpo li lasci andare.
Fa male quel contraccolpo sulle dita, così come fanno male certi pensieri e certe solitudini, non cercate ma vissute.
E guardo lei, seduta accanto a me o mentre saltella e gironzola per casa.
Mi piace seguirla così solo con gli occhi, in silenzio, senza interferire con i suoi gesti ed i suoi giochi.
Mi piace cercare di indovinare i suoi pensieri mentre rivedo in lei una parte di me bambina, una bambina sempre troppo seria e troppo poco spensierata, che anche nel gioco non sembra divertirsi mai veramente.
E mi ritrovo già con un nodo in gola, questo bisogno di piangere da soffocare, non voglio che veda la sua mamma piangere.
Anche se con lei potrei, con lei non ho bisogno di giustificarmi, potrei anche lasciarle andare giù queste lacrime amare.
Ma non voglio che interferiscano con la sua serenità, la sua innocenza, i suoi occhi puliti e attenti, con quel sorriso aperto e spontaneo che mi riscalda il cuore.
Non voglio che scopra troppo presto le mie tristezze, le mie inquietudini e quella patina di gelo che nascondo infondo aagli occhi, laggiù dove non è facile arrivare con un semplice sguardo.
Chi è arrivato a scorgere quella parte di me può dire di avermi conosciuta, di avermi raggiunta intimamente, di aver condiviso…
A volte penso che solo mia madre ne conosce l’esistenza, solo lei può perchè solo una madre ti conosce così nel profondo.
Eppure anche davanti a lei cerco di nascondermi, per proteggerla, non voglio che si preoccupi per me, dovrei essere grande abbastanza ormai…ma quand’è che un genitore smette veramente di preoccuparsi per il proprio figlio?
Mai, sarebbe contro natura!
Quando siamo tutte e tre insieme sulle mie labbra spunta un sorriso.
Sorrido perchè vedo sfilare davanti agli occhi tre generazioni: l’una la prosecuzione esatta dell’altra, un prolungamento di vite una dentro l’altra, in cui anche gli anelli deboli sono forti perchè stretti in quell’abbraccio indissolubile di un legame antico come il mondo.
Elle.