You are currently browsing the category archive for the 'racconti' category.

Agosto non sarebbe mai dovuto arrivare. Come tutti gli anni, in prossimità del rito collettivo delle vacanze estive, il condominio che normalmente risuonava di voci, rumori, delle solite luci, restava pressochè vuoto: finestre chiuse, tende tirate. Il caldo svuotava l’intera città e certi giorni la riempiva di scirocco, cui seguiva puntuale qualche pioggerella sottile, salvo poi riproporre un cielo pezzato di nuvole ed un’aria ancor più densa ed irrespirabile. Nelle ore del primo pomeriggio poi, quelle immediatamente successive al pranzo, si raggiungeva il picco massimo della catarsi, il sole picchiava feroce e intontiva più del solito. Dalla finestra della cucina che teneva spalancata assieme a quella del bagno per far circolare meglio l’aria, ogni tanto Linda si affacciava, accendeva una sigaretta che poi lasciava regolarmente a metà, per andare a cercare ristoro altrove, sulla poltroncina di midollino intrecciato davati alla tv, oppure in camera, seduta sul bordo del letto.

Se fosse già stato settembre, l’avrebbe seguita in tutte le stanze la voce della Lina, la vicina del primo piano, universalmente conosciuta come “la portinaia”, anche se non lo era, ma ci teneva a tenersi aggiornata, era lei la portavoce ufficiale di ogni evento che riguardasse i residenti in loco. Poi c’era Carmen, l’inquilina del secondo piano, che cambiava spesso lavoro, per cui aveva orari sempre diversi, sfuggendo così al controllo serrato della Lina, che seppur a fatica, riusciva comunque a sapere quando era possibile trovarla in casa. Ma adesso anche lei era in ferie, era partita da due giorni, dopo aver riunito nel suo salone, da brava informatrice e venditrice per corrispondenza di cosmetici quale era, le sue ultime clienti, illustrando loro i prodigi di creme solari sciogli-pancia ed oli a schermo totale per chiome sensibili. Accanto a Carmen, viveva Bric, un senegalese che d’inverno lavorava in fabbrica e d’estate emigrava verso il litorale adriatico, carico di occhiali da sole e borse griffate, rigorosamente contraffatte, da vendere sulle spiagge affollate come piazze d’armi. Nell’appartamento di fronte viveva la famigliola, lui impiegato in banca, lei maestra ed i loro due figli, un maschio e una femmina, ma adesso non c’erano neanche loro, partiti per il mare, avevano lasciato le chiavi ad una squadra di muratori ed imbianchini che dovevano curarne la ristrutturazione.

Era in quei pomeriggi in cui incombeva più forte la noia, pur se mitigata da qualche doccia e dal ventilatore acceso alla massima velocità, che Linda accendeva la radio, di cui in verità non ascoltava nè la musica nè il parlato, ma solo per animare diversamente le sue stanze.
Era iniziato così il gioco con quella finestra di fronte: ad ogni spot pubblicitario seguiva lo stesso gingle in versione fischiata. Uno dei ragazzi della squadra, era in grado di fischiare di tutto per ore, un’eco piacevolmente umana che faceva da contraltare alla voce un po’ gracchiante e meccanica della radiolina a batterie.
Lei allora si metteva vicino alla finestra, non affacciata, ma a favore di visuale e per qualche strana ragione, il suo animo si rallegrava.
Restava lì per ore a guardare il cantiere all’opera, l’unica cosa viva in quel cortile deserto, l’unica cosa che risvegliava in lei il desiderio di guardare. Ed essere guardata.
Il vestito di Linda era lo stesso del giorno prima, un abitino di cotone leggero con le spalline sottili.
Le piaceva farsele scivolare a metà braccia, prima una, poi l’altra, la scollatura che si afflosciava su se stessa, appena trattenuta solo dalla rotondità dei seni attorno ai quali si avvolgeva morbido.
Bianca e spoglia la stanza, bianca e nuda lei. Si spogliava con gesti semplici, come quando lo faceva da sola, la sera prima di andare a dormire, gesti automatici, senza metterci alcuna malizia, la schiena dritta, le gambe accostate.
Se fosse stato già settembre, la finestra sarebbe restata chiusa, ora invece i suoi occhi erano fissi a quella finestra di fronte, a quella figura che in linea d’aria avrebbe persino potuto stringere, talmente sembrava vicina.

Era in quei pomeriggi in cui incombeva più forte la noia, seppur mitigata da frequenti docce e dal ventilatore acceso alla massima velocità, che Linda accendeva la radio, di cui in verità non ascoltava nè la musica nè il parlato, era solo per animare diversamente le sue stanze. Era iniziato così il gioco con quella finestra di fronte: ad ogni spot pubblicitario seguiva lo stesso gingle in versione fischiata. Uno dei ragazzi della squadra, era in grado di fischiare di tutto per ore, un’eco piacevolmente umana che faceva da contraltare alla voce un po’ gracchiante e meccanica della radiolina a batterie. Lei allora si metteva vicino alla finestra, non affacciata, ma a favore di visuale e per qualche strana ragione, il suo animo si rallegrava. Restava lì per ore a guardare il cantiere all’opera, l’unica cosa viva in quel cortile deserto e inanimato, l’unica cosa che risvegliava in lei il desiderio di guardare. Ed essere guardata. Il vestito di Linda era lo stesso del giorno prima, un abitino di cotone leggero con le spalline sottili. Le piaceva farsele scivolare sino a metà delle braccia, prima una, poi l’altra, guardare la scollatura che si afflosciava su se stessa, appena trattenuta solo dalla rotondità dei seni attorno ai quali arrestava la sua discesa morbido. Bianca e spoglia la stanza, bianca e nuda lei. Si spogliava con gesti semplici, come quando lo faceva da sola, la sera, prima di andare a dormire, gesti automatici, senza alcuna malizia, la schiena dritta, le gambe appena divaricate…certe ossessioni, non concedono preliminari.

Se fosse già stato settembre, la finestra sarebbe restata chiusa, ora invece i suoi occhi erano fissi a quella finestra di fronte, a quella figura che in linea d’aria avrebbe persino potuto toccare, talmente sembrava vicina, alla lampo dei pantaloni, ai bottoni della camicia, alle scarpe di tela impolverate e punteggiate di schizzi d’intonaco bianco. Come se fossero gesti noti ad entrambi, le mani si muovevano sul corpo senza alcuna fretta, pigri e rallentati anch’essi dal caldo che emanavano le pareti assolate. Poi Linda camminava un po’ su e giù per la casa, passando davanti a tutti gli specchi, senza mai mettersi di fronte a guardare la sua immagine, ma sicura di poter essere ben visibile e vista. Le capitavano giorni e notti così, quelle in cui voleva qualcosa, ma non avrebbe saputo dire esattamente cosa. Quelle in cui aspettava qualcosa che non poteva aspettarsi, perchè non arriva, prima del tempo. Come settembre.

rimmell2

Piccoli gesti quotidiani, appuntamenti fissi, lenti rituali, ripetizioni cadenzate di pensieri, luoghi e movimenti, consuetudini scandite da incontri sempre diversi eppure sempre uguali.
Da quanto tempo ormai stava lì davanti allo specchio a viaggiarsi dentro…?
Un passo indietro allontanando un po’ il viso da quella superficie lucida che la riflette, mentre entra ed esce dai suoi occhi a piacimento, sfocando l’immagine in una nuvoletta di vapore, quella che fa uscire dalla bocca e si va a condensare in un alone opaco sullo specchio. Allunga una mano e ci disegna sopra col dito, poi con la manica cancella e ricomincia il gioco.
Una passata di rimmel sulle ciglia, poi un tratto deciso di matita nera sul bordo esterno della palpebra superiore ed un altro a disegnare quello inferiore, sfumando il tutto verso la tempia, ancora rimmel sul suo sguardo, infine un pesante strato di rossetto rosso ciliegia sulle labbra.
Ora si osserva senza troppe domande ed i suoi occhi bistrati di nero la guardano di rimando, suoni ovattati la raggiungono nella toilette: è la vita attorno che sembra quasi accelerare in una centrifuga impazzita, o forse è solo il rumore della lavatrice dell’inquilina del piano di sopra in sottofondo…
Avvicina di nuovo il viso allo specchio, spostando la testa da un lato, due colpi secchi di spazzola a domare la chioma impertinente, poi li raccoglie e li tira indietro con le mani, inutile insistere, con spazzola e pettine non è mai andata troppo d’accordo.
Un ultimo sguardo obliquo a tutto quel trucco nero attorno agli occhi e quella bocca dal colore troppo acceso, vistoso, inopportuno, pesante, quasi volgare, ma tutto sommato nell’insieme le piaceva o comunque era quella l’immagine che si imponeva.
E quell’immagine era lì, a ricordarle che lei era di una di quelle che saltano da un letto all’altro, quelle che intrattengono “gli ospiti”, quelle grandi troie di cui si sfamano certi uomini. Ma a ben guardare, spesso quel tipo di etichetta tocca anche a tutte quelle che vivono la propria sessualità senza porsi alcun freno con un partner fisso e che invece, “in nome dell’amore”, si ritrovano ad incarnare un’altra immagine, ruoli imposti da qualche sconosciuta morale.
Continua a guardarsi e pensa che, malgrado tutto, non rinuncerebbe mai ad essere donna e femmina, ma che per alcuni brevi istanti le piacerebbe anche poter essere un uomo, per potersi osservare, per leggersi ed interpretarsi con gli occhi di un uomo, il sogno erotico e proibito incarnato nella donna discinta e disinibita che era per loro.
Uomini che quando poi se la ritrovano davvero tra le mani “la grande troia”, la annusano appena, restando paralizzati dal timore di non saperla gestire, o comunque si perdono, in quell’oblio di sensi abilmente venduto come panacea a tutti i mali.
Violare le regole l’aveva sempre resa fiera e perchè no, persino un filino vanitosa, ma a volte, le piacerebbe anche poter rileggere in quegli occhi una trasparente freschezza, vorrebbe poter mostrare ancora lo slancio del fiume in piena, la loro densità come di resina vischiosa, il colore vivo della terra smossa e umida del sottobosco, che qualcuno era riuscito persino a toccare.
Scuri, profondi, mobili e lucidi, i meandri dell’iride, le loro ombre ed i loro perchè, il peso delle loro buie e sconfinate profondità.
Un’altra passata di rimmel…ripensando a quella volta in cui, uscendo dal supermercato, aveva pagato una zingara perchè non le leggesse il futuro…

Azulejos di Maria Luisa Grimani (Sarimagiha) www.marialuisagrimani.it

Azulejos di Maria Luisa Grimani (Sarimagiha) www.marialuisagrimani.it

“Il vero viaggio di scoperta non è vedere nuovi mondi, ma cambiare occhi.” (M. Proust)

Era ora di muoversi e con passo deciso si dirige verso la porta, inutile rifare mentalmente ancora una volta l’inventario di tutte le cose da portar via, c’è tutto, ha già preso tutto e tutto è stato riposto con cura nelle valigie. Continuava a ripetersi che la sensazione di aver dimenticato qualcosa c’è sempre quando si parte, ma è solo suggestione, lei non ha dimenticato nulla, nulla per cui valga la pena continuare ad indugiare ancora, ferma sulla soglia.
Le dita impercettibilmente irrequiete impugnano la chiave pronta per essere girata a doppia mandata e nel tirare verso di sè la maniglia, ecco che d’improvviso lo sguardo viene catturato da un piccolo bagliore in un angolo buio del corridoio. Non saprebbe dire esattamente cosa sia stato ad attirare il suo sguardo in quella direzione, ma le era sembrato quasi di vedere un lampo, fioca luce di un faro che, in lontananza, buca la nebbia.
Sospinta da una forza sconosciuta, in un balzo raggiunge l’oggetto a terra, si china e solleva quella piastrella con entrambe le mani che ora sembrano mosse da un’energia sottile che proviene dagli occhi e scorre elettrica sino alle mani, palesandosi nel gesto di una presa tremolante ma stretta.
Lo sguardo fisso sul bianco e l’azzurro di quell’azulejo come se lo stesse vedendo e stringendo tra le mani per la prima volta. Come era finito lì? eppure era convinta di averlo imballato e messo al sicuro, invece aveva rischiato di andarsene senza e se non fosse stato per quel gioco di luci ed ombre, per quel bagliore che si era andato ad incuneare tra lo stipite della porta ed il muro, l’avrebbe perso. Continuava a guardare l’azulejo come ipnotizzata, anche se conosceva quelle linee a menadito, le aveva accarezzate e riguardate così tante volte…eppure ora sembravano diverse.
C’era dentro lei, impressa in quella ceramica e nello smalto dei colori, c’era l’azzurro dei suoi occhi ed il bianco esausto delle mani, la sfumatura corvina dei capelli semiraccolti.
Ed in mezzo a quei decori floreali e geometrici, intarsi ed incastri di un altro viaggio, uno di quelli che ti restano dentro per sempre, uno di quelli che comincia ancor prima del viaggio stesso. Uno di quei viaggi che iniziano con il sogno, già mentre si studiano i posti da visitare, le soste e le tappe ed ogni tanto si cambia percorso, si affinano le mète…
E d’improvviso sentire rinascere dentro sensazioni sopite che nascono e rinascono da nuovi punti. Accanto alle cicatrici, le sentiva riemergere e sovrapporsi, sottili lembi di pelle nuova, sensibile, rigenerata. Da fini annunciate a volte riemergono nuovi e fragili inizi da proteggere.
Sorride, sulle sue labbra c’è sempre un sorriso, sebbene dai gesti e dalle parole non riesca sempre a farlo intravedere o immaginare, poi, tutto il resto, non sempre aveva voglia o forse non riusciva neanche a mostrarlo.
Ma ora che si era inaspettatamente rivista raffigurata lì, incisa nei colori vividi di quella ceramica, sapeva che non tutto era pronto, che aveva ancora tempo e motivo per restare.

valigie1

Le valigie erano pronte accatastate fuori dalla porta, le finestre con le imposte chiuse, la chiave inserita nella serratura, pronta per essere girata. 
Chiudendo per un attimo gli occhi, sentiva ora per la prima volta che la fatica dei preparativi stava lasciando il posto ad uno strano senso di spossatezza più mentale che fisica, che la faceva sentire come svuotata, quasi scollata da tutte quelle cose che nei giorni scorsi, aveva pazientemente incartato ed imballato.
Una sensazione che le aderiva addosso come un guanto e che le faceva realizzare quanto fossero veramente importanti per lei quelle cose e quel luogo che stava per lasciare.
Ora che aveva riposto via tutto, c’erano rimasti solo i suoi pensieri a vagare sparsi, a volteggiare come uccelli invisibili nell’aria. 
Ferma in mezzo alla stanza vuota, seduta sul grande tappeto che avrebbe lasciato lì, quello che tante volte era stato calpestato, sul quale si era persino addormentata, sul quale aveva consumato i pasti guardando la televisione, felice perchè per la prima volta, da grande, conquistava il trofeo che le era sempre stato vietato da piccola… – “non si mangia davanti alla tv!”, dura sentenza contro cui non aveva mai provato ad opporsi.
Tutto era pronto eppure era ancora lì a temporeggiare, a cercare di nascondere sotto quel tappeto la polvere dei suoi silenzi, dei suoi interrogativi, a guardare quelle pareti bianche, spoglie dei quadri, delle foto, dei colori, del chiasso di cui le aveva vestite. Si stabilisce un legame forte tra noi e gli oggetti con cui viviamo, diventano parti di noi, appendici, prolunghe del nostro essere, del nostro gusto, delle nostre abitudini…parlano di noi, a volte persino per noi. 
Forse era per questo che ora sentiva quasi un’eco in lontananza pronunciare il suo nome, perchè ora che anche gli oggetti si erano ammutoliti, non c’era rimasto più nulla che potesse parlare di lei, per lei. Un ultimo sguardo circolare gettato nel vuoto ad abbracciare quelle stanze e poi avrebbe potuto chiudersi la porta alle spalle, poteva andare. 
“Prima di partire per un lungo viaggio devi portare con te la voglia di non tornare più…”

mansarda_1 A distanza di qualche mese dal trasloco, c’è ancora qualche scatolone da disfare sparso in giro, ma tutto sommato questa nuova sistemazione, le piace.
Ci sono due cose che destabilizzano come nient’altro nella vita: gli uomini ed i traslochi.
O almeno questo è il pensiero di Michela, frutto di anni ed anni di valigie e scatoloni e di qualche “amicizia particolare” incontrata e vissuta nel tempo.
Quando era ancora piccola Michela si era trasferita dalla città in campagna. Lei, i due fratelli, i genitori, i nonni ed una zia – quella sfortunata, come diceva sua madre – con rispettiva figlia, sua cugina Marta, tutti sotto lo stesso tetto.
Michela aveva una parola sola per definire quel periodo della sua vita, “il pollaio”.
Odiava la campagna, quelle strade sterrate tutte piatte ed uguali, che se dovevi tornare a casa di notte e con la nebbia, era meglio fermarsi al primo albergo sulla strada statale, piuttosto che continuare a girare a vuoto due ore intorno alla stessa quercia.
Una famiglia allargata la sua, stipata in poco più di centro metriquadri, dove intimità era una parola grossa e l’unico modo per sentirsi da soli era andare a leggersi un libro fuori, tra i filari di grano. Quante corse e quante ginocchia sbucciate e graffi sulle braccia poteva ancora sentire, se solo chiudeva un attimo gli occhi e si immaginava ancora in mezzo a quei campi arati.
Michela capisce ben presto che la chiave che le avrebbe aperto la porta di quella casa per allontanarsene definitivamente, sarebbe stata la scuola. Studia con profitto ed ottimi risultati, si iscrive all’università, facendo la cameriera per riuscire a pagare l’affitto di un appartamento in condivisione con le sue compagne e finalmente dormire fuori dal pollaio.
Dopo la laurea riesce a permettersi un monolocale e siccome ormai le era entrata in testa la cantilena di suo padre “più studi, più vali”, lei ci aveva affiancato anche un “più guadagni” e si era iscritta ad un’altra facoltà per la seconda laurea.
Ed oggi approda alla sua deliziosa mansarda con terrazzino, che tiene come un gioiellino e non mostra a nessuno.
Persino “le storie” si vivono fuori, solo all’idea di dover dividere anche solo per un fine settimana, il divano o il bagno con qualcuno le sale il mal di mare.
Solo quando incontra Tommaso, più gentile ed affettuoso degli altri, lo invita a cena. Ma non lo fa rimanere e glielo spiega mentre, con gesti veloci e quasi convulsi, sparecchia la tavola: “Ora è meglio se vai, questo è il mio spazio ristretto e non c’è posto per due”.
L’amore lo fanno a casa di lui, ma poi lei ritorna nella sua mansarda, a qualsiasi ora del giorno o della notte.
“Si può stare con un uomo senza condividere lo stesso spazio, non sono le stanze di una casa a tenere unite le persone ed i loro cuori. Perchè poi magari ti ritrovi che uno ti affolla le stanze, ma ti distrugge i sentimenti”, così spiegava al telefono alla madre, alla cugina, a chiunque provasse a farle aprire le porte della mansarda.

madame

Ritratto di donna anziana di Giuseppe Cipriano - olio su tela 50x40 http://disegnicipriano.blogspot.com/

La signora ha indubbiamente i suoi anni, ma il volto, sul quale si diramano rughe sottili e profonde, conserva ancora una straordinaria finezza. E’ indubbio che, un tempo, dovesse essere d’una bellezza incantevole. Ha modi gentili e garbati che me la rendono subito simpatica. La conversazione è piacevole: all’inizio parliamo del lavoro che ha ormai lasciato, del marito di cui è rimasta vedova anni orsono e, con occhi incantati, racconta di ciò che è la sua vita oggi. Purtroppo ho poco tempo per stare con lei, è la vigilia di Natale e la consueta visita alla casa di riposo, sta per terminare. Devo ancora finire di sistemare qualche addobbo nella stanza, poi devo proprio andare e davvero me ne dispiace perchè questa donna ha un fascino non comune.

“Dubito possa esserci un reale equilibrio” – mi dice seria e continua: “Dapprima è stato quasi come perdermi nell’affannosa ricerca di me. Poi rinsavita, disposta e capace a prestarmi all’analisi del raziocinio, ho realizzato che nulla rende me inscindibile dal mio sentire. E’ ciò che vedo e come lo vedo che riabilita il mio istinto, la mia ragion d’amare, la più sconveniente che ci sia, la più inopportuna mai sperimentata.”

La guardo di nuovo insistentemente, con aria interrogativa ma in silenzio, prolungando il mio sguardo ora sul reticolo di rughe attorno alle palpebre, ora sulla candida chioma che le incornicia il viso. Non oso interrompere i suoi pensieri, li assorbo, li respiro, li ingoio, come fossero miei.

“Ed ho bisogno di tutto questo per ogni lacrima sul latte versato, ultimo rimedio al minore dei mali. Ho bisogno dell’elettricità che mi scorre nel sangue, nelle arterie, nei polmoni, nel cervello e nel cuore. Ho bisogno di sentire tutto quel rosso vermiglio annidato e palpitante tra la vita raccontata e quella che, come peso lieve sul cuore, la mia mano guida. Dubito d’inseguire l’equilibrio e la ragione, come è certezza in me quella necessità urgente che mi rende tutt’uno con ogni respiro, un battito dentro ai miei stessi battiti, imprescindibile dall’esistenza di ogni mio giorno. E se diversa fossi, tradirei l’immagine che lascerò e che di me vorrei si conservasse. Come tradirei me stessa, con il fardello di dolori e speranze, gioie e amori condivisi e nella vita riposti.”

Scoprirò soltanto qualche giorno dopo che la signora ha settantanove anni ed una malattia in fase terminale. Non posso che restare sconcertata di fronte a tanto coraggio. Scegliere di amare senza farsi sopraffare da mille paure è già un’impresa ad altre età, ma, alla sua, è davvero un atto eroico.

Si è appena conclusa la seconda sfida letteraria della Viadellebelledonne alla quale anch’io ho partecipato con entusiasmo.

E’ stata una novità ed una bella sorpresa per me, non mi ero mai cimentata in un “concorso”, ho sempre scritto solo per il piacere di farlo, tuttavia, stavolta, stimolata dall’incipit di Antonella Pizzo e dall’immagine evocativa di Paola Lovisolo, ho accettato di mettermi alla prova.

Erano 24 le signorine a colori, tanti sono stati i racconti partecipanti alla selezione, ognuna con un colore diverso: dal rosa antico, passando per l’azzurro cielo, alcune hanno indossato un misterioso viola, altre un energico arancione, altre si sono avvolte di un alone di luce gialla, altre hanno semplicemente vestito il nero dell’inchiostro con cui sono state scritte.

Ma ognuna di loro è molto più di un singolo colore, come la vita, la signorina a colori è fatta di tante sfumature, più o meno accese, a volte appena accennate, ed oggi, hanno l’onore di risplendere tutte insieme nell’e-book realizzato appositamente da Morena Fanti, che ne ha curato una splendida presentazione. Grazie alla redazione delle BD che ha curato l’organizzazione, la pubblicazione sino alla votazione finale, grazie agli autori che hanno partecipato, grazie a chi ha commentato, a chi ha votato ed anche a chi ha semplicemente letto in silenzio.

La mia signorina l’ho scritta così…

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori è così come la vedete, dice quel che pensa e pensa quel che dice…una parola è poca e due sono troppe, un temperamento non facile, simile a quello di certi puledri che scalpitano continuamente ed una fierezza nello sguardo difficile da interpretare. Mi sentivo sempre un po’ giudicata da quegli occhi che scorgevo muoversi vivaci da sotto l’immancabile veletta…quel gusto un po’ retrò di cui amava circondarsi e che la accompagnava da sempre, un vezzo di femminilità che forse si concedeva nel tentativo di ammorbidire lo sguardo e certi suoi tratti del viso un po’ spigolosi.

Entravo nel salone di casa sua alle quattro in punto ogni mercoledì pomeriggio, per uscirne un’ora esatta dopo: i preziosi minuti delle nostre lezioni di francese venivano scanditi dall’immancabile clessidra che, con un gesto rapido della mano, girava non appena varcavo la soglia. Persino il telefono di bachelite nera posto in un angolo della stessa scrivania restava assolutamente muto in quell’ora, la lampada stile liberty nell’angolo opposto sempre accesa e quel profumo di fiori recisi ed essiccati che nelle giorante più calde, penetrava sotto la pelle. Solo la presenza di un ventaglio, scelto tra i numerosi della sua collezione, tenuto stretto tra le mani, distingueva quelle giornate calde dalle altre, per il resto tutto si svolgeva sempre con precisa ed intoccabile regolarità.

Mademoseille Irìs, pronunciato alla francese con l’accento sulla seconda i, così si chiamava e così voleva fosse pronunciato il suo nome, ma io l’avevo ribattezzata semplicemente la signorina a colori…non perchè fosse poi così colorata a vedersi, ma perchè quando parlava francese – francese madrelingua, come amava ricordare a tutti – era come se un mondo colorato si aprisse ai miei occhi di ragazzina alle perse con una R che mi sforzavo in tutti i modi di far diventare roulant come voleva lei… “Rotonda cherie, devi essere più rotonda” cinguettava…

Ascoltarla leggere mentre tra le mani scorreva pagine di letteratura, dalle “chanson de geste” sino agli autori più recenti, era come assistere ad una prima teatrale. La voce perfettamente impostata, la postura dritta e fiera dall’alto del suo scranno dal quale guardava quelle righe scritte quasi fossero formiche all’opera, le seguiva, le rincorreva con gli occhi… Di tanto in tanto faceva delle brevi pause ed era in quel brevissimo tratto di tempo che cercavo di infilarmi silenziosamente nello stretto cunicolo dei suoi pensieri.

Improvvisamente lo sguardo si addolciva, le pupille si dilatavano e gli occhi si fissavano nel vuoto, in un punto imprecisato davanti a lei e ben oltre le mie spalle, uno sguardo inconsistente, impalpabile come il suo stesso pensiero. Era in quelle occasioni che, con la testa piegata da un lato sulla spalla, mi sembrava di scorgere non Mademoseille Irìs ma la signorina a colori. In quel breve lasso di tempo era come se lasciasse cadere la sua armatura, potevo sentirla persino ridere, eppure non rideva.

Incerta le chiesi: “Mademoseille Irìs…tous vas bien?”

E quel giorno rispose: “Oui cherie, la vie est fragile, on consume tous trop rapidément, mais l’instant…l’instant c’est pour l’éternité”.

 

John William Waterhouse, Pandora, 1896

John William Waterhouse, Pandora, 1896

Zeus, infuriato dal furto del fuoco divino e deciso a punire gli uomini, ordinò ad Efesto di creare una bellissima fanciulla, Pandora, a cui donò un vaso che conteneva tutti i mali del mondo, raccomandandole di tenerlo sempre chiuso.

Spinta dalla curiosità, che aveva ricevuto in dono dal dio Ermes, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono tutti i mali che si riversarono sull’umanità. Sul fondo del vaso rimase solo la speranza…l’ultima a morire, appunto!

Secondo un’altra versione però, fu Epimeteo (“colui che riflette in ritardo” n.d.r.), sposo di Pandora, ad aprire il vaso da cui uscirono tutti i beni che tornarono agli dèi.

Nell’una o nell’altra versione, l’insegnamento è il medesimo: mai scoperchiare il vaso di Pandora! Ciò detto e a monito di tutti quegli uomini che, vantandosi di essere gli artefici dei cambiamenti di una donna, si lamentano poi, tra il serio e il faceto, di non poterla più controllare…

segue (o inizia) da qui

 

E’ mentalmente altrove, lontanissima, quando si accorge di essere arrivata in fondo alla via e d’improvviso si sente perquisire dal suo sguardo, due occhi che indugiano silenti, fissi ed immobili come il respiro che le sembra essersi arrestato in gola.

Facendo sfoggio di una sicurezza che non aveva mai avuto, sorregge quello sguardo, con la segreta e malcelata speranza che lui ci legga un invito ad attraversare la strada e a raggiungerla subito, dall’altra parte del marciapiede, incurante della gente attorno.

“Come mai cammina tutta sola, mia bella signora?” lui si avvicina con incedere sicuro, quasi avesse potuto intercettare nell’aria quei pensieri silenziosi, stampandole un bacio sulla bocca. Lei glielo concede semplicemente perchè la coglie di sopresa, gli dà silenziosamente del pazzo, ma si lascia sfuggire ugualmente un sorriso compiaciuto e compiacente. E solo poi seguono i convenevoli del “come stai?, è tanto che sei arrivato? scusa il ritardo…” che nessuno ha chiesto, ma che tacitamente hanno cercato.

Anni. Tanti ne erano passati dal loro primo incontro, tanti quanti ne erano trascorsi sulla scia di quell’adrenalina che scorreva ancora a fiumi, come mischiata all’alcool, simile ad esso nello stordire, frastornare, inebetire…
Quando camminava per la strada a lui stava pensando.
E poi a lei. A loro due e alla definizione di quel “noi” che non aveva ancora trovato. E che con tutta probabilità, non troverà mai.
Lui che toglie il sonno e taglia il respiro…e continuava a domandarsi, negli ormai rari momenti di lucidità che le arrivavano come un dono, cosa le avesse fatto mai. E cosa lei fosse stata mai prima di lui… 

Se non l’avesse mai incrociato, chissà se oggi sarebbe stata una donna diversa, magari non avrebbe mai incontrato lungo la sua strada quella signora chiamata passione…non avrebbero vissuto tutte le cose che avevano reso possibili insieme, di certo non avrebbe concepito un altro lui, così imperioso, accentratore e dispotico, ma a lui, chissà perchè…era concesso.
Quel lasciarsi e prendersi ormai da anni era una consuetudine, una danza, un passo a due che continuava all’infinito malgrado l’arrestarsi della musica, a dispetto del tempo e delle reciproche volontà.
Lei che a Lui non si abituerà mai, lui che è il più ingestibile degli uomini…ma l’essere così complementari, vicini, simili, fino ad incastrare anima e corpo, fa sì che si riesca a sorvolare, a perdonare, a ritornare a percorrere gli stessi passi, a rimettersi in cammino.

Photo © Nessuno - http://no-luogo.it/

Lei cammina nel buio caldo della sera che scende.
Anche se sono appena le cinque…ma uscire un’ora prima dall’ufficio è un po’ come uscire un’ora prima da scuola…una sensazione d’imprevisto che crea leggera euforia.
Senso di libertà portata con fierezza, come gli uccelli quando, senza esitare sulla traiettoria, solcano il cielo puntando sicuri la direzione. Sanno dove andare.
Poche ultime gocce di pioggia si impigliano tra le onde brune dei capelli trattenuti dal basco calato sulla fronte.
La tracolla della borsa stretta tra le mani in una presa sicura e poi in cammino…scivola rapida per la via con incedere ritmato, conosce la strada ed ogni respiro è un piccolo sospiro soffocato sul nascere.

Solo qualche luce tremolante di semafori, fari, insegne, vetrine, ogni tanto spezza l’oscurità.
Ma in certi tratti c’è solo buio e di lei si possono scorgere solo gli occhi, due fiammelle che danzano. Ad ogni passo la strada le dice di andare avanti, che certi giorni val la pena viverli tutti, per stupirsi poi di come vanno a finire…
Lei guarda avanti, la strada sfuma nel buio, non si vede niente. Sarà per questo che d’improvviso, sa di volerla percorrere tutta fino in fondo. Indietro non ci guarda più e se solo si concedesse il tempo per rifletterci, si accorgerebbe di non pensarci nemmeno…

Soundtrack: When Tomorrow Comes - Eurythmics