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Foto © Elle
Quando incalza il maestrale, l’animo si desta.
Impossibile non sentirlo, restarne indifferenti, ti soffia dentro e rimescola, scrolla. Insistente, prepotente, umido.
E un po’ fa paura anche, ma è come se nella confusione apparente che crea, generasse calma, lucidità.
E’ un vento particolare che arriva incanalato nelle valli e che ha il profumo del mare, che da qui non si vede, ma si sente.
E’ uno scorcio delle mie colline.
E’ uno scampolo di terra, nella quale c’era l’erba alta.
Era il mio gioco preferito di bambina correre in mezzo all’erba alta, poi mi accovacciavo serena ad ascoltare il vento incanalarsi in queste valli sfumate nell’orizzonte.
Potevo rimanerci interi pomeriggi e quando mancavo da troppo tempo, la voce di mia mamma che mi richiamava, spaventata.
Sentivo l’eco che si diffondeva nell’aria a ricordarmi chi ero e dov’ero, a cosa e a chi appartenevo.
Ora ci sono cresciute un po’ di case ed un ulivo che dà frutti abbondanti.
Poco più avanti c’è l’oleandro rosa del mio giardino, su cui oggi, soffia il vento.

Quando ero più piccola non mi piaceva il carnevale, non lo aspettavo come la festa più bella dell’anno dopo il Natale, come quasi tutti i bambini, perchè?
Semplicemente non amavo tutto quel chiasso e quei travestimenti che mi facevano anche un po’ paura, insieme agli scherzi, alle risate fragorose e sguaiate e a quei visi di cera imperscrutabili da cui si scorgeva solo la mobilità luminosa degli occhi.
Poi crescendo, mi ci sono via via avvicinata sempre più, ma da spettatrice, più che da maschera protagonista.
Ricordo un anno in cui ho affittato un costume di carnevale, da damina del ‘700, sorrido ancora se ci ripenso…ero davvero in maschera in tutto e per tutto in quell’occasione.
Avvolta in pizzi e crinoline, un meraviglioso abito viola e oro, del resto della festa non ho chiara memoria poichè, malgrado sia davvero poco dignitoso prendersi una sbronza per una dama del ‘700, che posso dire a mia discolpa…son cose che capitano!
Strana creatura il carnevale, che ti presta il suo corpo e la sua anima, che ti seduce anche senza grandi travestimenti o mise particolarmente appariscenti. A carnevale puoi essere chi vuoi, un gioco tutto sommato divertente che dura per giorni e giorni, salvo poi, smesse le vesti create per l’occasione, tornare com’eri.
E l’indomani, quando tutto il clamore festaiolo sarà finito e gli animi si saranno quietati, sarà il giorno della penitenza, il mercoledì delle ceneri, il giorno in cui, nei rituali religiosi di un tempo, ci si cospargeva il capo di cenere, a ricordarci da dove siamo venuti e dove ritorneremo.
Il “ricordati che devi morire…” di un fantastico Troisi, ma anche di Marco Aurelio che diceva, (se è vero che l’ha detto, non so se provenga da fonte certa), che “la morte è una signora che sorride a tutti e un uomo non può far altro che sorriderle di rimando”.
Un tempo ho anche scritto un racconto su questo giorno, un racconto d’amore un po’ triste, ambientato nel carnevale della laguna veneziana. Racconto che poi ho regalato, in un momento in cui pensavo valesse tanto (non il racconto in sè, bensì il gesto di donarlo) e che oggi mi piacerebbe almeno poter rileggere e forse anche riscrivere.
Quella cenere ci ricorda ineluttabilmente che “del doman non v’è certezza” e che nessuno di noi possiede le istruzioni per vivere bene, benchè a volte si tenda a credere il contrario, siamo noi che ce le creiamo giorno per giorno.
Quindi, cerchiamo di vivere meglio possibile, perché non importa il costume che indossiamo, l’esser savi o l’esser pazzi, santi o peccatori, streghe o principesse…requisito fondamentale per vivere, forse è restare e mantenersi vivi dentro.
Ho un po’ di segni sparsi qua e là su di me.
Uno proprio sotto il sopracciglio,
uno al basso ventre,
due sopra il ginocchio.
Non mi serve andarli a guardare per sapere quando li ho fatti, specie quello sulla pancia.
Per i segni del cuore, lieti o tristi che siano, è lo stesso: per ricordarli non servono segni esteriori.
Non ancora sazi malgrado l’ora tarda ci dirigiamo svogliatamente fuori dal locale…le temperature sono ancora alte durante il giorno quanto gradevoli la sera, solo il vento è cambiato…un leggero alito di maestrale ha sostituito le calde folate di scirocco dei giorni appena trascorsi. Dapprima solo le voci delle persone e gli schiamazzi di qualche ragazzino, poi le note di un gruppo che sta suonando nella piazzetta ci raggiungono attirando la nostra attenzione e, malgrado il frastuono ed il gran vociare, riesco ad individuare quel ritmo che ho ascoltato dal vivo solo un’altra volta in vita mia, in Salento. Al diavolo l’orologio…ci facciamo trascinare tutti da quella musica e dalla curiosità, andiamo a vedere.
Lento e monotono dapprima è il ritmo. Gli strumenti sembra stiano dormendo, mentre uno o due si destano…poi divengono tre o quattro e si odono sensibilmente. Ma la musica langue ancora, lenta ma penetrante…Io tengo il ritmo: leggero, delicato, fragile. Faccio un cenno alla mia amica come per invitarla a ballare ma lei sorride e scuote la testa, cerco con gli occhi Ema, posso scorgerlo solo con la coda dell’occhio, è fuori dalla portata della mia visuale…potrei andare a tirarlo per un braccio e trascinarlo insieme a me nelle danze, ma non vado, confido, aspetto…arriverà.
Ballo da sola in mezzo ad altra gente, mi muovo in uno schema ben delineato, sinuoso all’inizio, lievemente ritmato poi.
Il ritmo incalza ed agli strumenti si sono aggiunti altri strumenti, il suono adesso è pìù forte. Il mio ritmo adesso è come quello delle gitane intorno ai falò, come le danzatrici del ventre che con le loro movenze sembrano serpenti. Adesso tutto il ritmo è incalzante. I suoni degli orchestrali ben delineano il tema musicale, le mie mani scivolano come a voler imprimere ogni suono su di me, morbidamente adesso, furente subito dopo.
E la mia energia si accumula, diviene elettricità. Cerco ancora Ema con lo sguardo, ritrovarlo mi dà familiarità ma arresta il cuore e resto per un lunghissimo istante a fissarlo come chi aspetta qualcuno che presto tornerà, senza farglielo pesare, lottando per la conquista di un suo sorriso, almeno una volta al giorno, per star bene io…
La musica diviene ossessiva e tali i miei movimenti. Scalza, le mie braccia vibrano nell’aria, i miei capelli volano e la testa accompagna il loro volo. Schiaffeggiano il mio viso con veemenza, sottili fruste che accecano la vista. Anche il mio corpo, le mie braccia e le mie mani partecipano sfiorando l’aria, sfiorando chissà chi.
Schioccano le dita seguendo un ritmo più frenetico, accompagnandolo. Schioccano le dita ed ogni schiocco è un colpo d’anca e sale il calore dell’energia. Giro su me stessa come a volerla contenere, per non lasciarla fuggire via: sono 10 minuti di pizzica, ma li danzo sino allo stremo delle forze, sin quando l’ultima nota mi vede accasciata a terra, ripiegata su me stessa come al completamento di un amplesso.
Ora Ema è accanto a me, i nostri sguardi si incrociano, brace che scruta altra brace che arde…nulla di fisico se non le mie e le sue mani incapaci di sciogliere la stretta che le tormenta nervosamente, febbrilmente… Ed in quegli occhi vedo finalmente l’alba del nuovo giorno esplodere…una luce fulminea che è riparo, abbraccio, promessa, rifugio, isola sperduta, lembo di terra su cui mi è dolce approdare.
Sulla scia del post precedente, continuo a parlare di ricordi, ma stavolta non voglio farlo attingendo alla fonte della memoria, bensì con alcune riflessioni…
Cosa rappresentano i ricordi e quanto, pur appartenendo al passato, fanno sempre e comunque parte del nostro presente?
Nei giorni scorsi sfogliando una rivista ho appreso con estremo stupore dell’esistenza di un curioso (quanto cinico) sito. Creato da Megahn Perry, un’intraprendente trentenne americana, Exboyfriendjewelry.com è un sito per sbarazzarsi dei ricordi, un mercatino on line dove i ricordi si mettono in vendita, per fortuna si tratta solo di gioielli ricevuti in regalo da un ex, altrimenti destinati a restare in un cassetto. E’ risaputo…in rete ormai esiste di tutto, ma devo ammettere che un mercatino dell’usato dei ricordi, quelli che magari fino a ieri erano considerati doni d’amore, e che oggi, invece, possono rappresentare solo ingombranti zavorre…non avrei mai pensato potesse esistere (e a quanto pare prosperare).
Non potrei mai cancellare i ricordi…o almeno non potrei mai cancellare le sensazioni ad essi legate, quelle che che restano attaccate al ricordo stesso, rendendolo sempre vivo.
Tutto è noi. Il male e il bene vissuti.
Fanno di noi ciò che siamo oggi. Domani io, voi, chiunque passi di qui sarà già diverso, avrà percorso altra strada, avrà messo il piede su un altro gradino e si sarà comunque arricchito, di un giorno in più.
Spesso, quando scrivo ho il vizio di strappare il foglio se il risultato non mi soddisfa.
Ma coi ricordi non si può fare ed è un bene.
Di qualunque natura essi siano.
Suoni e rumori spesso aprono in me cofanetti che tengo sigillati. Il passato più remoto che si affaccia e vecchie stanze buie sembrano riaprirsi. E mi chiedo come sarei stata oggi senza…o al contrario con…
Sarei un’altra. Un’altra Elle. Non so…forse non mi sarei piaciuta, forse non sarei piaciuta agli amici di oggi, o a quelli di ieri, alle persone che, in un modo o in un altro, mi hanno amata.
Dei ricordi, di qualsiasi natura, voglio conservare il bello.
Certo, alcuni sono brutti. E sono quelli che chiudo nei cofanetti blindati, mentre quelli belli restano scritti con inchiostro indelebile nel libro della vita.
Poi ce ne sono altri, struggenti e disillusi, perchè niente è come appare… Ma anche di questi voglio conservare solo il buono, il bello del momento in cui si sono formati. Quando il dopo non c’era.
Provo a scattare, o meglio, a ripescare nell’album della vita un’istantanea di un momento clou, di un attimo perfetto.
Sfocata o nitida…cosa ritrae quell’immagine? quale istante voglio fermare perchè non fugga via?
Era fine agosto…saranno state le due del mattino. Decidiamo di andare a farci una spaghettata. Il locale, come tutti quelli lungo mare, di solito restano aperti sempre fino a tarda notte. Siamo forse tre macchine…io sono con un’amica. La strada è leggermente in salita. La collina davanti a noi nasconde una luna enorme, gialla ed incredibilmente rotonda…
Arriviamo, la luce dell’insegna in fondo alla strada preannuncia che il locale è aperto. Entriamo, l’aria è calda e goliardica…
Max si siede a capo tavola e dopo qualche minuto mette in scena il suo miglior Robert de Niro in Taxi Driver… è uguale, mi fa morire con quello sguardo e quel tono di voce impostato…
Ema è silenzioso come al solito. Ride con un sorriso obliquo…adesso si mangia, arrivano gli spaghetti…
Alla parete alle nostre spalle c’è un vecchio pianoforte a coda. Ema ci si siede davanti.
Comincia a suonare…d’un tratto il rumore tace, le voci nel locale si affievoliscono…
I suoi capelli neri si muovono seguendo il ritmo delle sue mani sui tasti…comincia a cantare…
Mi sono sempre chiesta come facesse a cantare con la sigaretta in bocca…
L’aria è maliconica, come lui…non riesco a non guardarlo…non riesco a non farmelo entrare sotto la pelle.
Resto seduta ad ascoltare, mentre la notte muore…
All’orizzonte il sole cresce, un’alba…

“Guarda, mamma!”
Mia figlia corre verso di me consegnandomi tra le mani un sassolino nero trovato sulla battigia dove stava giocando con palette e secchielli. Non sembra un sasso qualsiasi, è nero e sagomato, assomiglia tanto ad una tessera di mosaico. Poi mi dice che di sassi come quello se ne trovano tanti lungo la riva e a quest’ora in cui il sole si abbassa all’orizzonte e le ombre iniziano ad allungarsi, pensiamo di fare una passeggiata alla ricerca di altri sassolini…
Costeggiamo la scogliera e proseguiamo lungo un tratto più agevole, in piano, camminando ora sull’acqua ora tra i ciotoli e la sabbia, chinandoci di tanto in tanto per raccogliere qualche sassolino. Verifichiamo insieme la misura e la forma e li confrontiamo con la nostra “tessera di mosaico” trattenendo nel secchiello solo quelli che effettivamente sembrano più simili…e ce ne sono! Prese dall’entusiasmo, decidiamo di considerarli a tutti gli effetti tessere di mosaico.
“Ma cosa sono i mosaici, mamma?”
Le racconto allora di quelli pavimentati nel salone d’ingresso del Museo Borghese di Roma o di quelli mestosi di S. Apollinare in Classe a Ravenna, entrambi scoperti grazie alle gite organizzate dalla scuola.
E le descrivo quegli ambienti fastosi, ricchi di marmi e statue e dipinti che è difficile non rimanerne colpiti e disorientati. E di come durante la visita guidata mi guradavo intorno spaesata e sorpresa da tanta magnificenza e che, per non cedere alla vertigine, mi sedevo a terra per guardare meglio quei quadri immensi, composti da tanti minuscoli pezzettini colorati. Li guardavo e li volevo toccare sapendo di non poterlo fare e allora mi concentravo sulle tessere, tutte di diversa misura e colore, quelle piccole utilizzate per disegnare i particolari, il volto, le mani, per ottenere sfumature…e quelle più grandi per lo sfondo.
Petite rimane accovacciata ad ascoltare le mie descrizioni e ad osservare per diverso tempo i suoi sassolini…da come è assorta capisco che non si alzerebbe più e realizzo, solo in quel momento, che pur avendo passeggiato tantissime volte in su e in giù per quel tratto di spiaggia, non avevo mai veramente considerato i sassolini come possibili tessere di un mosaico.
Poi un giorno te ne ritrovi in mano uno, lo osservi e ti chiedi se anche gli altri lo vedono come lo vedi tu…e ti accorgi di sì! Quel tassello ha trovato il suo posto ed ora non lo lascia più. Da oggi anche lei ha cominciato la sua personale osservazione. Conserva in una scatola tutti quei sassolini levigati…e cerca tracce di mosaico dappertutto.
Nel lungo scambio di fitti pensieri, cure e parole intime, siamo così giunti al solstizio d’estate…ed è proprio nelle notti d’estate, quando il cielo è terso e stellato, quando ti sembra di poter toccare la luna con le dita tanto è nitida e perfetta la sua forma, che implacabile e indifferente a ogni cosa, persino a sé stesso, il ricordo torna…
Non è quel genere di ricordo che si alimenta delle sue stesse immagini e degli sforzi caparbi per fargli scavalcare le onde…il suo è un corso silenzioso e perenne, cieco.
Perchè non e’ con gli occhi che succede veramente.
Con gli occhi metti a fuoco, contorni nitidi, forme, colori, dimensioni, dettagli.
Le pupille si dilatano ma è una conseguenza, eppure, sembra siano gli occhi la causa.
E invece non è con gli occhi che succede.
E’ la pelle che si increspa in tanti brividi a ondate.
E’ il respiro che si mozza e si spezza, e poi monta in affanno e per nasconderlo lo trattieni…
E’ la salivazione azzerata che deglutire è già uno sforzo e lo stomaco si chiude.
Ed è come una corrente, un guizzo di elettricità che serpeggia, sale e scende fin dove sai, fin dove senti ma senza dirlo…
Non è con gli occhi che freme il desiderio, sono solo le finestre da cui si affacciano le fiamme quando l’incendio è ormai divampato.

“Assolutamente necessario conservare la capacità di provare emozioni, per continuare a stupirsi e ad essere impressionati dalle cose. Essenziale restare immuni dalla più terribile delle malattie, l’indifferenza”.
Non sono mie queste parole, ma di Ryszard Kapuscinski. “Lapidarium” è un saggio da tenere sul comodino e sfogliare sempre…
Quel che amo di Kapuscinski è l’apertura mentale (oltre che la profonda cultura). Riesce sempre a guardare il mondo con il grandangolo.
L’indifferenza, la peggior malattia del secolo. Non posso che sottoscrivere. A tutti capita di restare indifferenti davanti a qualcosa che non scuote il nostro essere, qualcosa che rimane così distante da noi, da non provocare nemmeno un battito di ciglia.
Ricordo quella compagnia del mare, quel ragazzo molto più grande di me che si divertiva a dire l’esatto contrario di quel che pensavo, giusto per contraddirmi, per farmi arrabbiare.
Lui era corteggiatissimo, le ragazze del gruppo (me compresa? boh non so…) avrebbero fatto di tutto per infilarsi nella sua vita o nel suo letto (me compresa?…forse).
Il guaio è che era sempre circondato da femmine, belle, brutte, oche o intelligenti.
Le attirava tutte come mosche il miele.
Aveva sempre un sorriso ammaliante per ognuna di noi.
Ci ho persino provato una volta, no, non in quel senso, l’ho invitato io!
Sguardo ammiccante, jeans e maglia aderente…quella più sexy che avevo, incrociata sul davanti e scollata dietro.
Puntavo sui miei pezzi forti, gli occhioni con un sacco di rimmel e la schiena nuda.
Ok ero ridicola!
Avevo all’incirca sedici anni, praticamente priva di gusto, a pensarci adesso.
Lui declinò con tutta la grazia e la compostezza che poteva avere un ragazzo di quell’età, dicendo che aveva già un impegno.
Colpo micidiale per il mio orgoglio, era uscito con tutte tranne che con me.
Poi un giorno il caffè l’abbiamo preso di fronte casa mia, ridendo e ricordando tutte le scenette comiche di allora, poi ad un tratto mi ha confessato che un tempo aveva una brutta cotta per me.
Come, quando, dove?
Io incredula…dice che quando una ragazza gli interessa davvero non riesce a farsi avanti, per questo fingeva indifferenza.
Apperò…bella tattica complimenti, ci ho pianto quasi 3 mesi, amareggiandomi su quanto fossi stupida, racchia, deficiente, tanto da non suscitare l’interesse di uno a cui sembravano piacere tutte. Uomini…fingono indifferenza sperando che sia lei a dichiararsi per prima oppure…già oppure.
Ero orgogliosa allora e lo sono adesso, non sarei mai corsa dietro ad un uomo.
Promessa mantenuta…poi col tempo, ho mentito a me stessa
. Ed è stato l‘inizio della lotta profonda all’indifferenza.

(Foto: ©Fratelli Alinari-Firenze-Trombetta,Bambina con bambola, 1920 ca. Archivi Alinari-donazione Trombetta, Firenze)
E’ un po’ che tengo questo post nel cassetto, senza decidermi mai veramente a pubblicarlo. Sono giorni che lo giro e lo rigiro tra le dita come una sigaretta, lo apro e lo chiudo, lo modifico, lo taglio, lo allungo come un elastico, lo tormento in attesa della versione definitiva. Ed il fatto che sia pubblicato qui ora non significa mica che sia finito, che sia compiuto, in verità ero solo stanca di ritrovarmelo tra le bozze, a ricordarmi che c’è…come quei vestiti che non metto più ma che non mi decido a buttar via…se ne stanno lì, riposti in un angolo dell’armadio ed ogni tanto li sfioro e li stiro con le dita, a sistemare qualche piega che si è formata nel tempo. Ecco anche di questo mio gesto banale mia mamma direbbe, (anzi no, lo dice proprio!), che sono naif…Me lo sento ripetere da lei da sempre, nelle più svariate occasioni, nelle situazioni più diverse…eppure la frase che esce è sempre la stessa… “sei così naif”. E mi costringe e chiedermi che cosa voglia mai significare per lei questo benedetto naif: all’occorrenza può voler dire disordinata, incasinata, sbadata, incosciente…ma anche eccentrica, simpatica, tenera…e chissà cos’altro. Quando torno dal supermercato con le buste della spesa e mia figlia appena varcata la soglia di casa mi si arrampica addosso ed io incurante delle cose fragili butto tutto a terra per prendere lei…ecco che sono naif. Se mi vede che giro per casa con il mio solito maglione pesante e le gambe nude quando fuori c’è il gelo…sono naif, se faccio tre o quattro cose contemporaneamente, come poi spesso capita, sono altrettanto naif. Non gliel’ho mai chiesto direttamente cosa significasse per lei questo aggettivo, ma ho sempre cercato di interpretarlo dentro di me, perchè a volte suona come un complimento, altre volte come il peggiore degli insulti, basta associarlo ad un sopracciglio che le si alza di quel millimetro in più o ad una inflessione della voce un po’ più acuta ed ecco che diventa tutt’altro. Un tempo c’era una bambina, con il nasino in aria che preferiva stare sola piuttosto che dire quello che non pensava. C’era una bambina che non voleva piacere a nessuno. Autonoma come un monaco e arrabbiata come un ex galeotto. Si faceva la sua vita a modo suo. Giocava da sola e se qualcuno la trovava bella mentre giocava poteva avvicinarsi e giocarle accanto ma non sia mai che lei cambiasse gioco per piacere a qualcuno. La cerco da sempre dentro quell’aggettivo che mi segue da una vita e non ne vedo traccia se non nelle foto imbronciate che mi guardano dall’interno di vecchi album di famiglia. Mi chiedo se da bambini non siamo la parte più vera di noi stessi, che poi si corrompe quando la vita ti gioca pessimi tiri.
O forse è solo il mio bisogno d’approvazione, il mio non voler dispiacere a nessuno, il non dar fastidio, il non suscitare biasimo che sto cercando di guardare in faccia e che invece, mi rimbalza contro.
(Titoli di coda: Cranberries - Ode To My Family)







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