You are currently browsing the category archive for the 'riflessioni' category.

Foto © Elle
Quando incalza il maestrale, l’animo si desta.
Impossibile non sentirlo, restarne indifferenti, ti soffia dentro e rimescola, scrolla. Insistente, prepotente, umido.
E un po’ fa paura anche, ma è come se nella confusione apparente che crea, generasse calma, lucidità.
E’ un vento particolare che arriva incanalato nelle valli e che ha il profumo del mare, che da qui non si vede, ma si sente.
E’ uno scorcio delle mie colline.
E’ uno scampolo di terra, nella quale c’era l’erba alta.
Era il mio gioco preferito di bambina correre in mezzo all’erba alta, poi mi accovacciavo serena ad ascoltare il vento incanalarsi in queste valli sfumate nell’orizzonte.
Potevo rimanerci interi pomeriggi e quando mancavo da troppo tempo, la voce di mia mamma che mi richiamava, spaventata.
Sentivo l’eco che si diffondeva nell’aria a ricordarmi chi ero e dov’ero, a cosa e a chi appartenevo.
Ora ci sono cresciute un po’ di case ed un ulivo che dà frutti abbondanti.
Poco più avanti c’è l’oleandro rosa del mio giardino, su cui oggi, soffia il vento.

Nella variopinta confusione dei panni da lavare c’è sempre qualcosa che riaffiora, come al mattino dopo un sonno inquieto, qualcosa che m’insegue attraverso il caos del quotidiano e mi raggiunge, persino quando la luce del giorno si riaccende e mi trova lì, davanti alla cesta del bucato.
La notte raccolgo sogni dalla tessitura mista: viscosa, acetato, ma anche seta, lana e poliestere. O forse sono solo verità in fibre naturali. Sporche, talvolta stinte, sfilacciate, sdrucite.
Macchie che salgono a galla, come l’olio sull’acqua, bolle di colore giallo, liquide e dense, sparse ed aggregate, fluttuanti tra acqua e detersivo.
Aloni e chiazze dure da strofinare, voci ed immagini che provengono da chissà dove, da quella parte che normalmente tace, da quella me che non segue un filo logico, empirica come solo un ragionamento illogico può essere.
Ed io metto tutto in centrifuga: mare in tempesta, occhi senza fine, animo in ebollizione, magma che scende copioso ed incandescente.
Poi, il mattino dopo, stento persino a riconoscere che quel travaglio sia stato il mio, passo davanti allo specchio e mi incontro casualmente, con quell’aria sobriamente sbattuta e quel nero brillante negli occhi che trucco leggermente col pennello di un improbabile sorriso.
E dentro, non c’è traccia di stanchezza, anzi, mi risveglio stranamente ristorata, mentre cerco di canalizzare quell’energia interiore, cui però non corrispondono gesti altrettanto energici.
Ondeggio ancora imprecisa tra il bagno e l’armadio, alla ricerca di un vestito con cui affrontare la giornata. Ancora un po’ sbiadita fuori, sgargiante dentro.

© Elle's tournesol
Portami il girasole ch’io lo trapianti nel mio terreno bruciato dal salino… scriveva Montale.
Un verso che ho stampato nella memoria dai tempi della scuola e che, per qualche strana ragione, oggi mi gira in testa e non se ne va.
E allora ti racconto di questo fiore che trema al vento, con i petali aperti e lo stelo fiero, dritto.
Lo guardo e mi osservo, mi sorprendo.
Oggi, così lontana da come volevi o credevi io fossi, eppure così vicina ad essere, così come sono.

Dicono che quando ci si addormenta tra le braccia di qualcuno, quello poi diventi la tua famiglia e ti appartenga per sempre.
Non ricordo di essermi mai addormentata così, se non tra le braccia di mia madre da piccola, ma poi non è più ricapitato.
Ed è bello quel senso di appartenenza che da un lato ti rassicura e dall’altro ti disperde…perchè quel chiudere gli occhi ed abbandonarsi completamente è un po’ come offrirsi senza pudore alcuno.
E per sentire di appartenere forse devi prima perdere tutto, per poi capire ciò che avevi, se mai lo si capisca veramente…
Io tra queste pagine mi sono anche addormentata, sì, la maggior parte delle cose scritte qui dentro nascono di notte, quando scrivo mentalmente cercando di fissare nella memoria i pensieri perchè non sfuggano, dando loro appuntamento alla mattina successiva per renderli parola scritta.
E’ per questo forse che sento di appartenere loro e loro a me, è per questo che starne lontana mi allontana da me…e di sè stessi normalmente ci si prende cura, non ci si allontana.
Torno qui e trovo ciò che sono, il mio nome inciso su una vecchia trave di legno, il calore ancora vivo del fuoco tenuto acceso, un vecchio disco che gira ancora nel piatto…
Mai aver paura della propria fragilità, mai lasciar decidere agli altri del proprio tempo, perchè non torna e se pensi di aver diritto ad un risarcimento per le delusioni subite, mai aspettarsi che qualcuno si faccia carico di tutto.
E poi però l’anima chiede e la carne risponde e finisci per abbracciare ideali pur di sentirti parte di una carezza o di un respiro, perchè sono i respiri e le carezze che ci fanno esistere e nessuno mai dovrebbe poter restare senza.
E’ per questo che torno qui, perchè forse non c’è e non ci sarà mai un altro posto al mondo in cui io possa sentirmi più a casa, un posto in cui ti amano o ti odiano per quello che sei, non per ciò che dovresti essere.
E non si può restare a lungo lontani da ciò che si è, nemmeno quando vorresti solo addormentarti per sentire di appartenere ancora, sempre, solo a te stessa.
Vivo male i distacchi…lo so, lo sapete… Chi mi conosce almeno un po’ o ha imparato a farlo dandosi un’idea, seppur approssimativa e riduttiva, attraverso queste pagine, sa cosa esse rappresentino per me e con quanta cura e dedizione ho sempre cercato di portarle avanti.
Anais Nin diceva del suo diario: « Questo diario è il mio kief, il mio hashish, la mia pipa d’oppio. È la mia droga e il mio vizio. Invece di scrivere un romanzo, mi sdraio con questo libro e una penna e indulgo in rifrazioni e diffrazioni. »
E oggi, per la prima volta dopo 1 anno 9 mesi e 12 giorni arriva la battuta d’arresto…
Non so ancora se sarà definitiva, so solo che mi piace pensare non finisca qui, così, anche se così sembra.
La mia voce si interrompe, ma non la vostra.
Vi chiedo solo questo come favore personale: continuate a far respirare queste mie pagine, continuate a sognare e a tener vivi i vostri sogni…fatelo con la musica nella Music Room, ma anche con lo scritto, se vorrete, nella pagina dedicata a “Scrivilo tu…”, oltre che in tutti gli altri vecchi post, la porta resta sempre aperta.
Anche se resterò in silenzio, vi leggerò e quando potrò, farò in modo che si senta la mia presenza.
Perchè questo non è un distacco, è solo che per un po’, non so ancora quanto, ci sarà bisogno di me altrove ed io ho deciso di esserci.
Perchè un sogno non è mai soltanto, semplicemente un sogno.
E’ un contenitore pieno di ore spese nell’attesa, trascorse a guardare oltre la finestra, a scrivere parole sulla carta, ad arrabbiarsi, ridere, cantare…pensieri soltanto in transito, che non trovano compiutezza in sé, ma necessari ad altro.
Istanti inutili se non ne consegue un insegnamento, una crescita, un arrivo, una partenza…
I sogni non sono ore spese a far castelli in aria, bensì quelle trascorse nel cammino, a salire e scendere. Un sogno perciò è fatto di tempi alternati, di errori, paure, correzioni, debolezze, fragilità tante…
Sono i passi e le parole che lentamente ho messo una sull’altra per toccare l’altra metà del cielo…quello mio.
Quello che mi sono ritrovata addosso, tagliato e cucito su misura, quello che i giorni, le sere e le notti hanno tessuto per tutto questo tempo.
E le mie parole sempre di questo hanno parlato, di vita, vita che scorre…ed ora vado a riprendermi la mia.
Nessun addio quindi, ma nemmeno un arrivederci…non sono brava a congedarmi, nè a salutare…
Ringrazio ed abbraccio tutti, tutti voi che in questi mesi mi avete accarezzata con le parole, con la musica, con i sogni e con le vostre mani, perchè quelle, più di ogni altra cosa, ho sentito.
Vi adoro e vi porto nel cuore, ovunque.
Elle
Per quanto ci si possa ritenere nomadi o zingari o minimalisti nei rapporti con gli altri o nei sentimenti, sarà capitato più o meno a tutti, in determinati momenti della vita, di ritrovarsi accanto una di quelle persone con cui si sente di avere in comune più di qualcosa. Una di quelle persone che quando ti accade qualcosa ti viene subito in mente lei o lui, non altri, e non potrebbe essere altrimenti, mentre pensi “questa gliela devo proprio raccontare, prima che poi me ne dimentico…”. Quelle persone che magari conoscono più di altre i nostri gusti ed i nostri guai, che sanno esattamente i libri ed i centimetri di polvere che hai accumulato sul comodino, che sanno che ti commuovi quando guardi vecchie foto nell’album di famiglia o rileggi vecchie lettere, che conoscono sempre a memoria la playlist del tuo i-pod anche se la aggiorni talmente di frequente che nemmeno tu ricordi cosa hai ascoltato di recente. Qualcuno che frequenta tutti i giorni la tua testa, che conosce qualche tuo piccolo segreto, qualche follia, qualche desiderio nel cassetto e persino qualche peccatuccio veniale, confessato qua e là, tra un sospiro ed una risata. Qualcuno che conosci da sempre ma anche da mai, con cui passeggi a braccetto, con cui sali e scendi le scale con lo stesso fiatone“…e chi arriva ultimo paga pegno!”, qualcuno che non si stupisce se ancora alla tua età ti diverti a fare aeroplanini di carta da lanciare nel vuoto per poi seguirli volteggiare con lo sguardo assorto per interminabili minuti. Qualcuno che ama l’odore dell’erba appena tagliata o del tabacco dolciastro da pipa, qualcuno che sa leggere il naso rosso e gli occhi lucidi senza scambiarlo per raffreddore, qualcuno che risolve i tuoi rebus prima ancora di aver pensato tu stesso ad una soluzione, qualcuno che digerisce tranquillamente i tuoi “angolini di introspezione” (meglio conosciuti come silenzi prolungati), senza puntarti addosso quello sguardo di stucchevole indulgenza di chi pensa che sei in “quei giorni” e quindi inevitabilmente in balìa di una ingestibile tempesta ormonale.
Si può star bene più o meno con tutti, certo, più o meno!…sentire di provare un bell’affiatamento, con molti. Ma c’è un plusvalore solo con qualcuno in particolare, che rende quel legame singolare. Non c’è un solo termine per definirlo, credo sia un insieme di componenti e di incastri che si fanno sentire e ti fanno vivere una sorta di “comunione di sensi” e che ti trasmette quella piacevole sensazione di comprensione, di voglia di attingere alla fonte dell’altro, di scoprirsi per scoprire, tra lo stupito e il commosso, di avere le stesse identiche ossa.
Perché quando io dormo… tu dormi quando io parlo… tu parli quando io rido… tu ridi quando io piango… tu piangi quando io dormo… tu dormi quando io parlo… tu parli quando io rido… tu ridi quando io piango… tu ridi.

Gustav Klimt - Hope I (1903)
Vado indietro nel tempo e ripenso al mio parto…uno dei momenti più importanti e significativi della vita di una donna, la chiusura di un cerchio, punto di arrivo e di partenza insieme.
Si conclude il “tempo di grazia” della gravidanza e ne inizia un altro, nuovo, sconosciuto, ricco di emozioni travolgenti, ma anche di notti insonni, di stravolgimenti ormonali, di incognite, insicurezze e sacrifici. E pur essendo un evento eccezionalmente totalizzante, sia dal punto di vista fisico che emotivo, non sempre il parto è un’esperienza lieta e serena.
E ricordo il mio, fatto di grandi aspettative…
Era piena estate, un sabato di inizio agosto, ricordo il caldo che quell’anno fu anche abbastanza clemente, qualche pioggia quella settimana aveva pulito l’aria e almeno la sofferenza per il caldo mi era stata risparmiata. Ero preparata ad un parto naturale che più naturale non si può, il mio ginecologo, un pioniere del parto in acqua e grandissimo sostenitore delle tecniche di “parto in libertà”, ovvero del partorire non necessariamente sdraiate sul lettino ma anche accovacciate a terra, immerse nella vasca apposita, insomma in qualsiasi posizione e modo la donna possa sentirsi più a suo agio.
Piena ed incondizionata fiducia in lui ed ho provato davvero di tutto, vasca compresa, eppure dopo quasi dodici ore di travaglio indotto, non avevo ancora raggiunto una dilatazione sufficiente malgrado i dolori e le spinte fossero forti e regolari.
Ce l’ho messa tutta ed ho affrontato quelle ore con uno spirito che non sospettavo nemmeno lontanamente di avere, che non capivo nemmeno da dove provenisse, io che ho sempre avuto una soglia del dolore per così dire bassa…chi era quella donna che si era impossessata del mio corpo e che stoicamente affrontava le contrazioni senza emettere quelle urla feroci che dalla sala parto arrivavano, sino a riempire le corsie?
Era la forza di chi ci crede ed io ci credevo, ci ho creduto fino in fondo di poter riuscire a portare a termine il mio parto naturale.
Al corso di preparazione al parto ci avevano descritto quel momento con una tale poesia e magia che davvero avevo creduto che il mio utero si sarebbe aperto miracolosamente come un fiore e invece solo in quel momento realizzavo quanto poco realisticamente ci avessero istruito.
La respirazione, il training autogeno, tutto dissolto in parole che non si amalgamavano con la mia realtà…come l’acqua e l’olio restavano ben separate.
Ed infine l’imponderabile: emorragia alla placenta e sofferenza fetale. Nell’arco di appena dieci minuti mi sono ritrovata a passare dalla poesia all’incubo, sino al cesareo d’urgenza in anestesia totale.
Ricordo intorno a me le ostetriche che correvano a destra e a sinistra, volti di medici mai visti prima e la voce del mio ginecologo che seraficamente mi dice: “Elle, non mi sento di rischiare oltre, dobbiamo procedere col cesareo”. Rischiare…? improvvisamente tutto stava andando come non avrebbe dovuto.
Devo aver fatto davvero una faccia terribilmente stralunata perchè ricordo la sua mano accarezzarmi la testa e poi cambiare all’istante espressione e quasi gridare “andiamo, andiamo, andiamo!”
Poi una penna tra le mie dita, “una firma signora, il consenso informato all’anestesia” come se in quel momento avessi potuto rifiutare…e poi freddo, tanto freddo ed il buio assoluto.
Ricordo però esattamente il dopo, le mie mani che istintivamente controllavano con una carezza la pancia sgonfia ed i miei occhi che frugavano impazienti dentro la stanza alla ricerca di mia figlia. Me la mettono tra le braccia ed io faccio finalmente uscire un respiro di liberazione, prima di incrociare i miei occhi con i suoi ed attaccarla al seno. Un senso di esaltazione, quasi un delirio di onnipotenza nel sentire quel calore che da me si trasferiva a lei, o forse viceversa, so solo che pur non riuscendo a muovermi tra flebo attaccate ed il taglio che mi faceva male, non mi sentivo immobile, anzi, in quel momento era come se stessi correndo ed avessi vinto la maratona di New York.
Semi bloccata a letto poi ci dovetti restare per un po’, non per il parto, ma per altre complicazioni successive che per tutto il primo mese mi hanno vista trascinarmi per le stanze di casa con le stampelle, anch’esse non previste, fuori dal copione del quadretto idilliaco in cui la famigliola ritorna a casa con in braccio il tanto desiderato fagottino.
Per fortuna quello che è capitato a me sarà soltanto una piccola ed insignificante statistica di minoranza, tuttavia il mio pensiero va a tutte quelle donne che ci hanno creduto così tanto e che in qualche modo hanno provato con tutte le loro forze ad esorcizzare quel “tu partorirai con dolore”, ignare e fiduciose, sognatrici ed ingenue, dilaniate dall’infido sospetto (per fortuna dileguatosi velocemente) di non essere state all’altezza, di non aver saputo fare il loro dovere fino in fondo.
Per fortuna quel subdolo senso di fallimento svanisce ben presto, perchè capisci che i bambini nati col cesareo non sono bambini di serie B nati da mamme di serie B, che una madre non si misura dal grado di sofferenza con cui mette al mondo, che la nascita è solo il punto di partenza e che, da lì in poi, tutto proseguirà in un continuo alternarsi di gioie e dolori.
E per fortuna non è unicamente ed esclusivamente su quel momento che si baserà lo sviluppo e la crescita di una madre e di suo figlio.

Piccoli gesti quotidiani, appuntamenti fissi, lenti rituali, ripetizioni cadenzate di pensieri, luoghi e movimenti, consuetudini scandite da incontri sempre diversi eppure sempre uguali.
Da quanto tempo ormai stava lì davanti allo specchio a viaggiarsi dentro…?
Un passo indietro allontanando un po’ il viso da quella superficie lucida che la riflette, mentre entra ed esce dai suoi occhi a piacimento, sfocando l’immagine in una nuvoletta di vapore, quella che fa uscire dalla bocca e si va a condensare in un alone opaco sullo specchio. Allunga una mano e ci disegna sopra col dito, poi con la manica cancella e ricomincia il gioco.
Una passata di rimmel sulle ciglia, poi un tratto deciso di matita nera sul bordo esterno della palpebra superiore ed un altro a disegnare quello inferiore, sfumando il tutto verso la tempia, ancora rimmel sul suo sguardo, infine un pesante strato di rossetto rosso ciliegia sulle labbra.
Ora si osserva senza troppe domande ed i suoi occhi bistrati di nero la guardano di rimando, suoni ovattati la raggiungono nella toilette: è la vita attorno che sembra quasi accelerare in una centrifuga impazzita, o forse è solo il rumore della lavatrice dell’inquilina del piano di sopra in sottofondo…
Avvicina di nuovo il viso allo specchio, spostando la testa da un lato, due colpi secchi di spazzola a domare la chioma impertinente, poi li raccoglie e li tira indietro con le mani, inutile insistere, con spazzola e pettine non è mai andata troppo d’accordo.
Un ultimo sguardo obliquo a tutto quel trucco nero attorno agli occhi e quella bocca dal colore troppo acceso, vistoso, inopportuno, pesante, quasi volgare, ma tutto sommato nell’insieme le piaceva o comunque era quella l’immagine che si imponeva.
E quell’immagine era lì, a ricordarle che lei era di una di quelle che saltano da un letto all’altro, quelle che intrattengono “gli ospiti”, quelle grandi troie di cui si sfamano certi uomini. Ma a ben guardare, spesso quel tipo di etichetta tocca anche a tutte quelle che vivono la propria sessualità senza porsi alcun freno con un partner fisso e che invece, “in nome dell’amore”, si ritrovano ad incarnare un’altra immagine, ruoli imposti da qualche sconosciuta morale.
Continua a guardarsi e pensa che, malgrado tutto, non rinuncerebbe mai ad essere donna e femmina, ma che per alcuni brevi istanti le piacerebbe anche poter essere un uomo, per potersi osservare, per leggersi ed interpretarsi con gli occhi di un uomo, il sogno erotico e proibito incarnato nella donna discinta e disinibita che era per loro.
Uomini che quando poi se la ritrovano davvero tra le mani “la grande troia”, la annusano appena, restando paralizzati dal timore di non saperla gestire, o comunque si perdono, in quell’oblio di sensi abilmente venduto come panacea a tutti i mali.
Violare le regole l’aveva sempre resa fiera e perchè no, persino un filino vanitosa, ma a volte, le piacerebbe anche poter rileggere in quegli occhi una trasparente freschezza, vorrebbe poter mostrare ancora lo slancio del fiume in piena, la loro densità come di resina vischiosa, il colore vivo della terra smossa e umida del sottobosco, che qualcuno era riuscito persino a toccare.
Scuri, profondi, mobili e lucidi, i meandri dell’iride, le loro ombre ed i loro perchè, il peso delle loro buie e sconfinate profondità.
Un’altra passata di rimmel…ripensando a quella volta in cui, uscendo dal supermercato, aveva pagato una zingara perchè non le leggesse il futuro…

Quando ero più piccola non mi piaceva il carnevale, non lo aspettavo come la festa più bella dell’anno dopo il Natale, come quasi tutti i bambini, perchè?
Semplicemente non amavo tutto quel chiasso e quei travestimenti che mi facevano anche un po’ paura, insieme agli scherzi, alle risate fragorose e sguaiate e a quei visi di cera imperscrutabili da cui si scorgeva solo la mobilità luminosa degli occhi.
Poi crescendo, mi ci sono via via avvicinata sempre più, ma da spettatrice, più che da maschera protagonista.
Ricordo un anno in cui ho affittato un costume di carnevale, da damina del ‘700, sorrido ancora se ci ripenso…ero davvero in maschera in tutto e per tutto in quell’occasione.
Avvolta in pizzi e crinoline, un meraviglioso abito viola e oro, del resto della festa non ho chiara memoria poichè, malgrado sia davvero poco dignitoso prendersi una sbronza per una dama del ‘700, che posso dire a mia discolpa…son cose che capitano!
Strana creatura il carnevale, che ti presta il suo corpo e la sua anima, che ti seduce anche senza grandi travestimenti o mise particolarmente appariscenti. A carnevale puoi essere chi vuoi, un gioco tutto sommato divertente che dura per giorni e giorni, salvo poi, smesse le vesti create per l’occasione, tornare com’eri.
E l’indomani, quando tutto il clamore festaiolo sarà finito e gli animi si saranno quietati, sarà il giorno della penitenza, il mercoledì delle ceneri, il giorno in cui, nei rituali religiosi di un tempo, ci si cospargeva il capo di cenere, a ricordarci da dove siamo venuti e dove ritorneremo.
Il “ricordati che devi morire…” di un fantastico Troisi, ma anche di Marco Aurelio che diceva, (se è vero che l’ha detto, non so se provenga da fonte certa), che “la morte è una signora che sorride a tutti e un uomo non può far altro che sorriderle di rimando”.
Un tempo ho anche scritto un racconto su questo giorno, un racconto d’amore un po’ triste, ambientato nel carnevale della laguna veneziana. Racconto che poi ho regalato, in un momento in cui pensavo valesse tanto (non il racconto in sè, bensì il gesto di donarlo) e che oggi mi piacerebbe almeno poter rileggere e forse anche riscrivere.
Quella cenere ci ricorda ineluttabilmente che “del doman non v’è certezza” e che nessuno di noi possiede le istruzioni per vivere bene, benchè a volte si tenda a credere il contrario, siamo noi che ce le creiamo giorno per giorno.
Quindi, cerchiamo di vivere meglio possibile, perché non importa il costume che indossiamo, l’esser savi o l’esser pazzi, santi o peccatori, streghe o principesse…requisito fondamentale per vivere, forse è restare e mantenersi vivi dentro.

La lama di luce del mattino che dalla finestra esplode attraversando la stanza, arriva dritta sul viso e mi ferisce gli occhi.
Mi riporta quasi con violenza nella terra di mezzo, dove l’inverno dura più di una stagione ed il vento sibila nelle orecchie, nel silenzio di ritorno.
Che ore sono non lo so, ricordo solo di aver contato e ricontato all’infinito quei forellini luminosi che si formano sulla tapparella abbassata, quel tanto che basta per fare buio, quel tanto che basta per far entrare un po’ di luce.
Fotogrammi e parole di ieri raggiungono il mio oggi, appesi ad un cordino di seta, li attorciglio tra le dita e li accompagno tenendoli per mano, lungo il sentiero sconnesso dei miei pensieri, muovendomi sulla terra nuda, battuta dai passi del tempo, una leggera cortina di sonno ancora tra le ciglia.
Ritagli sfocati di una notte in cui per l’ennesima volta mi sono svuotata di tutto e ti sono venuta a cercare, come un tempo, quando ancora ci credevo.
Ora ci credo poco, quasi per niente ormai, ma poi mi raggiungi nei sogni ed io mi faccio raggiungere, forse per ricordarmi come ci si sente poi a descriverla quella sensazione di vuoto nel palmo delle mani, che fa a pugni con l’affollamento di parole da scegliere e sciogliere sulla punta della lingua, insieme a qualche lieve malinconia.
Parola che non riesce a farsi carne, ma rimane celata nel fondo del cassetto della memoria, conficcata nell’ultimo tratto del respiro, consumandolo lentamente come un’abile schiera di tarli all’opera.
Sino a che non restano più nemmeno le parole ma solo zucchero amaro raccolto in cucchiaini d’argento.


Tracce del vostro passaggio, un pensiero, un commento, un'opinione...