In questa pagina, potrete scrivere tutto ciò che vorrete…potrà farlo chi non ha un blog e non intende aprirne uno ma sente di avere lo stesso qualcosa da dire, ma anche chi, invece ce l’ha ed intende condividere un pensiero altrove, o chi passa di qui per caso e vorrà dire la sua…
Perchè certe storie sono come le persone…non possono stare da sole. E allora scrivila, raccontala, vivila…la tua storia la scrivi tu.



145 comments
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23 Maggio 2008 a 11:26 am
mario
Africa, tempo di siccità. La savana era pietosamente riarsa sotto un sole duro, spietato, gli Gnu si stavano raccogliendo in quella densa atmosfera polverosa che sapeva di sudore, l’ultimo, appicicaticcio, di lamenti dei piccoli. Un rumore sordo di zoccoli impazienti di calpestare nuova erba. Gole riarse sollevate al cielo imploranti acqua, occhi roteanti che facevano balenare solo il bianco delle cornee in quella immensa calura. Ad un tratto milioni di capi ebbero un fremito, laggiù, davanti a quella marea di corpi dolenti uno di loro si stava allontanando lento sferzando l’aria con coda. Come un sol corpo la mandria si mosse seguendolo, dipanandosi, sgranandosi. I più forti prima e lentamente a seguire gli altri. Su questa massa stordita il sole lentamente calava all’orizzonte, rosso fuoco accompagnato da una bruma soffocante, caliginosa. La marcia si snodava ampia, quasi immensa, poi ad un certo punto il capo colpito da qualcosa che solo il destino poteva sapere compie un arco che a poco a poco diventa un cerchio al contrario del senso di marcia e fende la mandria che si ferma improvvisamente accalcandosi, corpi su corpi che si calpestano, inarcano le schiene piagate, frastuono di muggiti al cielo inconsapevole spettatore di tanta sofferenza. Le froge al vento ad annusare l’aria fetida alla ricerca di un segno, un’odore, una vibrazione d’acqua. Il sole si spegne all’orizzonte, ma nulla si ferma in quella maledetta savana, il capo riprende a camminare, frustando l’aria con la coda, dimenando il capo quasi avesse capito, sentito la meta, intorno occhi attenti fauci spalancate attendevano nel buio il loro pasto fatto di creature obnubilate che continuavano a marciare indifferenti verso la loro meta.
23 Maggio 2008 a 11:59 am
Elle
Uno scorcio di Africa nel tuo scritto Mario…l’Africa ha in sè così tanto fascino e tanto mistero che non è certo facile renderlo a parole, ti sei cimentato in un’impresa tutt’altro che semplice…
Non so se tu sia mai stato nei luoghi che descrivi…la scena che racconti è ritratta in modo molto realistico, è una scena viva, in movimento, odori e suoni sono mescolati bene tra loro e l’anima degli gnu qua e là sei riuscito a farla sentire, soprattutto negli utlimi capoversi.
23 Maggio 2008 a 12:41 pm
mario
grazie. questo mio libro,sempre che riesca a portarlo a termine,è molto di nicchia. E’ scritto per chi prima sente con la mente che non il resto,non ha pretese letterarie e non è scritto con la volontà “di sbocconcellare il pane”. In tal caso infatti avrei potuto dilungarmi nella descrizione più dettagliata delle sensazioni che volutamente non ho fatto e non farò.
23 Maggio 2008 a 12:54 pm
arthur
Scusa, Mario, che vuol dire che è molto di nicchia?
23 Maggio 2008 a 1:21 pm
mario
non penso che vi possano essere molte persone che possano prendersi la pena di leggere o confrontarsi con le sensazioni che questi racconti riportano. Nella letteratura attuale non vedo molti libri che riportando sensazioni come le mie abbiano avuto molti proseliti nella loro lettura. Ecco cosa intendo per “nicchia”. Questo mio racconto ho desiderato inserirlo solo per cercare di farvi capire come mi esprimo e come sento quelle vibrazioni che leggo negli scritti altrui. Tutto quà,nulla più.
23 Maggio 2008 a 2:00 pm
donnaemadre
@Mario: a me piace quello che hai scritto. Certo, come dici tu è “di nicchia”, bisogna fermarsi, chiudere gli occhi, e figurarsi ognuna delle immagini che descrivi: chi cerca qualcosa di “veloce” e coinvolgente, da leggere dalla prima all’ultima pagina col fiato sospeso, in effetti non riuscirà ad avvicinarsi a questo scritto.
Ma chi vuole sognare di trovarsi in Africa, in mezzo a quegli animali selvaggi, chi vuole soffermarsi a dipingere nella propria mente l’Africa che tu descrivi, si sentirà di essere là. Complimenti.
23 Maggio 2008 a 3:07 pm
mario
Grazie anche a te. Hai centrato in pieno cosa intendo dire. Per antitesi vorrei proporvi un altro racconto (non temete non desidero farveli sorbire tutti). Anche in questo caso chi avrà avuto la stessa esperienza o simile potrà percepirne il peso,altrimenti spero che riuscirà a immaginare. In caso affermativo datemi un cenno di assenso,non vorrei pesare oltre il desiderato.
23 Maggio 2008 a 3:29 pm
Elle
Beh Mario io tanto “di nicchia” non lo definirei…
Lo scenario dei romanzi di Emilio Salgari, ad esempio, è fatto di mari, nature lontane e selvagge. Il cuore della sua narrazione è l’avventura e le ambientazioni sono molto suggestive.
Più che nicchia il tuo è un genere che può appassionare o meno, così come possono piacere o non piacere i romanzi rosa piuttosto che i gialli, dipende dal gusto personale.
Quel “dilungarti di più sulle sensazioni” che volutamente non hai fatto e non farai, invece sarebbe stata la mia scelta, io mi ci sarei volutamente soffermata di più invece…ma come dicevo, è solo un gusto personale, nulla di più.
23 Maggio 2008 a 4:32 pm
mario
leggendo le tue proposizioni si percepisce nettamente questo tuo desiderio”che possa non finire mai”,questo penso sia il “succo”, Al contrario per me è come se scattassi delle fotografie che ripensate aggiungono sensazioni,particolari prima non notati,non percepiti. “La mente” appunto. Due modi diversi diversi,ma per estrazione,se la Natura fosse sempre uguale sai che monotonia sarebbe!
24 Maggio 2008 a 12:13 am
nunzy conti
“TOC-TOC..posso entrare?”
Volevo parlare di amicizia..quella vera
quella che ti nutre il cuore e ti veste l’anima..
Tempo fa avevo un amica..arrivò in un giorno di pioggia..
quando non te lo aspetti,
quando pensi che mai più ti spetterà una cosa così bella..
Quando per caso giri l’angolo del cuore e
una sconosciuta ti offre la sua lacrima per alleviare la tua..
Era un giorno così,come tanti..di quelli noiosi e distratti
era autunno nel mio cuore,e non batteva il sole.
Poi qualcuno aprì la porta del caso.. due occhi neri, due perle rare.
Ma io ancora non lo sapevo.
Era solo un angolo della vita,
e non aspettavo di certo quel dono così speciale.
Proprio quando non avevo niente da perdere.
Proprio quando avevo tutto da ricominciare,
sei arrivata tu,amica mia
selvaggia come le rose,
a restituire ai miei giorni, i colori della primavera..
Si,ora lo so:era il tuo sorriso.
E ora l’ho perso.
Era un mattino d’inverno,
quando decidesti di andartene e lasciarci tutti orfani.
Anche il mare era calmo quel giorno
e c’era tanta luce..
qualcuno lassù di certo festeggiava..
Ma io ero solo un angolo, e guardai da lontano
chi con più diritto di me doveva piangerti,amica mia.
Questa sera torni alla mente
è prepotente il ricordo..
lo sai..non ti ho mai detto”ti voglio bene”.
lo faccio adesso,qui,
nuda davanti a Te.
Mi manchi.
(elogio ad ELENA,tua nunzy)
“Spero che chiunque passi qui si fermi distrattamente,anche per un attimo a leggere..
“L’amicizia,quella vera esiste davvero”
E se qualcuno di voi l’ha vissuta anche per una sola ora…
Sa
E se qualcuno ancora non l’ha incontrata..
speri
E se qualcuno non ci crede più
sogni
E per chi come me l’ha persa
ricordi
Basta chiudere gli occhi,
vi giuro,ritorna.
NUNZY CONTI,
24 Maggio 2008 a 1:12 am
mario
uau,non so cosa dire,stupenda,batto pure i piedi.
24 Maggio 2008 a 11:55 am
Elle
Cara Nunzy, non credo che chi passerà di qui, anche distrattamente, possa fare a meno di cogliere questo fiore che hai lasciato qui per la tua amica.
Ma non solo per lei, è per tutti, per chi crede che l’amicizia quella vera esista e sopravviva…e se può farlo è anche grazie a persone come te. Grazie.
24 Maggio 2008 a 1:19 pm
nunzy conti
…grazie MARIO
Ungaretti diceva:”LA POESIA è POESIA QUANDO PORTA CON SE UN SEGRETO”
Ho cercato per anni di carpire quel segreto..
poi quando ho smesso di cercare..un illuminazione mi ha sorpreso…
…forse sono sulla strada giusta..
purtroppo non c’è poeta se non c’è dolore..
24 Maggio 2008 a 1:31 pm
nunzy conti
….ELLE…
E-ssere
L-uce
L-impida
E-leva
..grazie a te
24 Maggio 2008 a 4:23 pm
mario
La morte
Ero in vacanza. Mi trovavo all’ultimo piano di un grattacielo che sovrastava la valle.
Stavo osservando le sue forme sinuose,le sue dirupanti pareti rose dal vento,il torrente impetuoso che bisticciava le sue acque con i massi posati nel suo letto,le nuvole che impennacchiavano le cime dei monti circostanti,gli alti alpeggi puntinati dal bestiame al pascolo. Era trascorso molto tempo da quando avevo risalito le valli della mia giovinezza e questo momento giungeva a me particolarmente caro. I ricordi spaziavano dalle pareti salite in solitaria alle passeggiate nei boschi ,alla sete tacitata nelle sue alte sorgenti. Ai sentieri battuti con il sacco buttato di traverso sulle spalle,ai momenti di cattura delle immagini con la fedele Rolley regalatami da mio padre in un passato Natale. Attese incredibili aspettando la rotazione della luce,il fermarsi della brezza,l’inseguimento di un ramarro che improvvisamente pensava di non aver più bisogno del caldo sole.
Improvvisamente volgendo lo sguardo in basso sul piazzale,scorgo una persona che con il naso all’in su sembrava cercare qualcosa,qualcuno. Osservo più attentamente,era mio fratello,perché mi cercasse era per il momento un mistero. Un saluto,un invito a salire,apro la porta dell’alloggio e lui è li con la faccia contrita. Ciao,come stai,cosa hai,ti vedo strano. Sai…papà non sta bene…è ricoverato in ospedale…forse…sarebbe meglio che venissi giù. Porca troia,mai una che va dritta. Acchiappo alcune cose,la mia Dolce a ruota,scendo con un’ascensore che non arriva mai,mi infilo nella “mini” e giù come un pazzo. Curve,controcurve,rettilinei “al palo”,gallerie non viste,finalmente la pianura,per fortuna in tanta “sfiga” c’è poco traffico,giù di pedale e finalmente la città. Pensiero azzerato,tutto diventa una gimcana,accorta ma stile circuito da gran premio. Arriviamo all’ospedale,”mamma che brutto”. Corsie lunghe,larghe,alte,giro a sinistra entro in un camerone affollato di letti a destra e sinistra,lindo,pulito,ma puzzava pericolosamente di “falce”. Letto N° 26 sussurra mio fratello,uno due tre cinque dieci venti,ma quanti sono,ventisei………….botta allo stomaco. Un corpo esile,non mio padre,coperto da un lenzuolo candido che scopriva ciò che era stato mio padre e che non era piu. Due occhi grigio verde mi fissavano,sorridenti,felici della mia presenza,egli difficilmente sorrideva con le labbra,sorrideva con gli occhi. Mi avvicinai,gli presi la mano un tempo forte,ma ancora forte nella stretta che significava “CIAO”. Ci fissavamo, come stai (che stronzata) accenno con la testa,le labbra esangui,la chioma però ancora fulva,bianca come l’argento.
Quante volte te l’accarezzai,ti piaceva “un mondo”,quanti ricordi ,non brutti non belli,solo ricordi. Un bacio sulla fronte ampia,un “dai che ce la fai” (bugiardo),ma che dovevo dire,il silenzio era pesante come un macigno,meglio dire qualche pietosa stupidaggine,sempre meglio di niente. Pausa. Intorno agli altri letti i parenti,pochi,si affacendavano a portare sollievo,di tanto in tanto un infermiera arrivava per controllare, per fare una puntura,intorno le teste si voltavano per non creare disagio,qualche dottore osservava le cartelle cliniche poste al fondo dei letti,guardava,ordinava rimedi,a volte scuoteva il capo,”pollice verso” purtroppo. Un paravento bianco si chiudeva intorno al letto,l’attesa era finita,un sipario si chiudeva…per sempre. Intanto le ombre della sera incombevano,il caldo estivo cessava la presa,dalle finestre aperte un leggera brezza penetrava nell’ampio salone a portare un pò di refrigerio. Senti Pà vado a mangiare un boccone,aspettami e non fare “scherzi da prete”. Un panino mandato giù in fretta,una birretta tanto per accompagnare,poi uno stiramento al collo per fugare fatica e bui pensieri,ricominciamo. Passi lunghi a percorrere quel corridoio ,svolta a sinistra,uno due cinque venti ventisei,ci sono,sta riposando,le labbra semiaperte,aride,una garza,la imbevo nell’acqua,mi sembra Gesù Cristo,succhia avidamente. Prendo la sua mano e comincio a sgranare le ore,accompagnato dal rintocco di un campanile. Arriva silenziosa una signora inviata penso, dalla mamma, lo scopre,altra botta allo stomaco,ci voleva,non per altro,per digerire il panino ingozzato in fretta e furia. Prende delle creme dalla borsa di plastica e amorevolmente le spalma sulle gambe,ultimo atto (e non ti illudere) prima della lenta discesa del sipario. Mi siedo sul letto dietro di lui appoggiandolo su di me,onde spostarlo più agevolmente e fargli circolare l’aria fresca sulla schiena.
Dai Pà…dai che ce la fai. Come una nenia glielo ripeto,forse più per convincere me stesso che lui. L’orologio del campanile batte le sei,le infermiere del primo turno entrano per la prima pulizia del giorno,mi siedo su una sedia rubata nel corridoio. Forse ce la fa…ancora un giorno,ancora un ciao. Arriva il dottore,guarda,ausculta,prende la temperatura poi chiama mia madre in disparte,è l’ORA- – - Occhi rossi mandibole strette,indietro testardamente le lacrime che ancora ora si affacciano nel ricordo,poi delicatamente un bianco paravento si chiude dietro a noi . Ciao Pà …i denti stridono pericolamene, le lacrime scendono senza ritegno. Ad un altro giorno Pà in un altro universo,CIAO
Esco,una folata d’aria fresca di un mattino estivo…vado verso la “mini” entro,giro la chiavetta dell’avviamento,stenta prima poi una fumata nera,un altro sipario. Porca tr
26 Maggio 2008 a 2:58 am
nunzy conti
…una storia triste…la morte lo è sempre…e lascia freddo il cuore..
Sembrerebbe una storia che come è raccontata voglia assolutamente non concede spazio alle illusioni ..e invece,dietro ogni parola si nasconde tanto amore…
26 Maggio 2008 a 1:01 pm
mario
Grazie per il tuo commento. Purtroppo questo amore a nulla è servito,ne prima ne durante,ne dopo. E’ solo servito a far soffrire,moneta inutilizzabile.
31 Maggio 2008 a 8:31 pm
mario
Maternità
Esterno notte. La luna era bassa sull’orizzonte,le montagne si stagliavano alte sulla valle,ora con curve sinuose,ora svettanti verso il cielo,tutto era del colore blu scuro,stemperato in alto dal neon della luna.
Il sentiero si snodava piatto fra i larici,come un ruscello grigio senz’acqua
I passi segnavano quel silenzio ovattato,con rumore di sabbia mentre lo sguardo poneva attenzione agli speroni roccia che di quando in quando affioravano dalla terra calpestata. Il sentiero compiva una brusca svolta per scendere verso il paese che là sotto, nel fondovalle, occhieggiava con le luci
delle case ormai immerse nel buio. Suoni lontani di musiche antiche e moderne salivano resi discreti dalla lontananza:solo lo scroscìo di due torrenti laterali rompeva un pò quel silenzio. Alti i larici accompagnavano la discesa,come fossero una cupola sul sentiero che si allargava nei tornanti nascondendo macchie di prato con arbusti addossati ai tronchi resinosi. Il passo si fermò,poco distante in uno spiazzo più ampio un pastore attorniato dal suo gregge era seduto su un masso che, come un sedile posto a lato, doveva concedere respiro a chi saliva per quell’ erta. Il bastone lungo e nodoso era appoggiato di traverso sulle gambe e le mani callose ritagliavano dalla” toma” una fetta quale pasto serale accompagnata dalla forma di pane che sapeva di forno antico.
Sulla destra, dai radi cespugli che nascondevano la scena ai raggi della luna, un belato sommesso,di dolore riservato saliva verso quella cupola odorosa e protettrice. Incerto mi avvicinai, timoroso di disturbare,mentre il pastore si alzava e mi veniva accanto. Come in una alcova creata dall’erba alta una pecora attendeva l’eterno divenire della vita,un belato più prolungato ma quasi gioioso attizzò il mio sguardo,un esserino ancora avvolto nel suo sacco amniotico diede la sua presenza scalciando alla vita.
La luna era ormai alta nel cielo segnato da un firmamento che, nella luce fredda delle stelle, pareva accompagnare quella vista antica ma mai paga nel suo apparire. Un soffio caldo si posò su quella creatura esplorandola con sapienti leccate,liberandola da quella prigione sottile:pasto dopo una fatica e un dolore di sempre. Una serie di belati acuti risuonò quasi a farsi riconoscere della sua presenza ,sotto quei raggi filtranti dai larici che sembravano ora aprirsi per non più nascondere una realtà che nessun uomo avrebbe potuto ricreare. Il pastore raccolse quel batuffolo di vita sollevandolo in alto, mentre il fido compagno della sua dura esistenza gli saltava intorno abbaiando festoso:unico suono che si imponeva nella valle
ormai addormentata alla vita.Ci guardammo, un sorriso increspò i nostri volti,il silenzio aleggiò sulla stretta delle nostre mani,non una parola,solo sguardi felici:la notte attendeva al suo corso.
3 Giugno 2008 a 11:07 am
Elle
Questo tuo “Maternità” mi è piaciuto particolarmente rispetto agli altri scritti, complice il tema che hai scelto e forse anche un particolare momento che sto vivendo…
Hai saputo fondere paesaggio e soggetti in modo molto naturale, hai lasciato che anche la natura circostante raccontasse emozioni…
Perchè assistere al miracolo della vita che si compie è sempre un’esperienza incredibile…ed è felicità.
Non so dirti se io sia più felice ora o prima che arrivasse mia figlia, ma una cosa è certa: lei ha aumentato la mia capacità di essere felice.
Perché gli alti e bassi dell’umore ci sono sempre, ma un figlio è una riserva di forza e di coraggio alla quale si può attingere, sempre.
3 Giugno 2008 a 6:58 pm
mario
Ti ringrazio dell’attenzione e del commento relativo. Per quanto riguarda la “venuta di un figlio” alle persone responsabili porta evidentemente una serie di domande e di responsabilità che per quanto banalizzate da una civiltà che si imbolsisce ogni giorno che passa, di peso non indifferente. Penso che per una donna la concrettizzazzione di una realtà sì naturale ma non così scontata a priori dona un incremento di maturità di non poco peso e da una presa di coscienza delle implicazione relative che allarga a dismisura l’orizzonte della sua vita. Come uomo penso che sia una grande avventura piena sì di preoccupazioni ma anche di conquiste fatte giorno dopo giorno per se stessa e per quel “fiore “che sta sbocciando fra le sue mani.
15 Giugno 2008 a 10:41 pm
DG
ma come si scrive un articolo qui?
16 Giugno 2008 a 1:22 am
DG
ahhh capito.. semplicemente un commento.. ok!!
16 Giugno 2008 a 2:49 am
donnaemadre
16 Giugno 2008 a 4:14 am
diegoluke
http://diegoluke.wordpress.com
THE WORLD IS YOURS
16 Giugno 2008 a 8:51 am
donnaemadre
Mi pare veramente di cattivo gusto andare sui blog altrui a mettere il link al proprio, senza nemmeno una parola di accompagnamento: decisamente maleducato.
D’altra parte, sul tuo blog ci sono stata, e non mi pare che tu scriva mai molto: allora, mi chiedo, perché tenere un blog?
Comunque, mi auguro che gli altri la pensino diversamente da me.
Buona fortuna!
16 Giugno 2008 a 9:09 am
Elle
In effetti neanch’io gradisco molto questo tipo di commenti, ma siccome sono contro la censura e pubblico sempre, ho voluto mantenere fede a questo mio proposito anche stavolta.
Diciamo che ho voluto dare a Diegoluke un’altra chance, ho pensato che veder pubblicato il suo commento puramente pubblicitario, potesse incoraggiarlo a scrivere qualcosa, se vorrà…
Qui è sempre aperto!
16 Giugno 2008 a 9:32 am
donnaemadre
Meno male che almeno una in famiglia è democratica: io i commenti così li ho tutti censurati, persino quelli che rimandavano a blog interessanti.
Anche in quel caso, sarebbe stato carino almeno premettere un “vi invito a leggere il mio blog http:\\etc.etc.etc. “
17 Giugno 2008 a 1:48 pm
Loris
Ogni volta che accedo a questo spazio provo lo stesso entusiasmo che provavo quando a scuola avevo a disposizione il primo foglio bianco di un nuovo quaderno. E così come spesso cercavo di lasciare, per quanto più possbile, bianco quel foglio, così cerco di non scrivere nulla in questo spazio.
Anche se non scrivo, i pensieri si susseguono.
Oggi particolarmente pensavo all’incontro di calcio di stasera ed a mio figlio che ha tanto desiderio di vedere assieme a me la partita. Una partita che per me non ha più lo stesso significato. Mio padre si ammalò gravemente proprio quando ci furono i mondiali. Non poteva uscire di casa ed io gli comprai la bandiera che assieme a mio figlio esponemmo fuori al balcone.
Oggi quella stessa bandiera l’abbiamo esposta sul balcone di casa nostra. Il dolore non mi lascia, ma spero che non mi impedisca di regalare quella gioia che mi regalva mio padre quando assieme vedevamo le partite.
17 Giugno 2008 a 2:47 pm
Elle
Loris…non credo di poter aggiungere altro alle tue parole così cariche di commozione, come sempre del resto, quando parli del tuo papà.
Un padre che non c’è più, ma che rivive comunque attraverso di te entusiasmi di bambino e momenti di vita quotidiana come quelli di una partita di calcio.
Grazie per questi pensieri che hai lasciato qui.
17 Giugno 2008 a 3:52 pm
Loris
….ed io ti stò cercando così forte che mi fanno male gli occhi
dove sarai anima mia
senza di te mi butto via
dove sarai anima bella
stella gemella
dove sarai!
Magari dietro la luna sarai
come il sogno più nascosto che c’è
Non lo vedi che io vivo di te.
Grazie Elle….questa piccola dedica te la dovevo. Non arrossire però!
17 Giugno 2008 a 5:10 pm
donnaemadre
Questo foglio bianco sta facendo venire voglia di scrivere anche a me. In questi giorni, non so per quale motivo, su tutte le nostre pagine ricorre questo pensiero del padre che non c’è più. Ma almeno in due dei nostri cuori, c’è persino il dolore, forse più forte, di un padre che non c’è mai stato.
Dopodomani in un paese a qualche chilometro da qui, metteranno una targa in memoria, tra gli altri, del padre di mio padre: ma che dico, di suo padre, e dei suoi fratelli.
Chissà cosa c’è nell’aria.
Ritrovo tra le mie carte una poesia, ma che dico, delle parole che di valore poetico ne hanno probabilmente ben poco: ma le scrissi quando morì mio padre. Mi avvisarono all’ultimo momento, perché ero incinta, e avevano paura che un dolore così potesse avere conseguenze: all’ultimo momento, quando non c’era più niente che potessi dire e che potessi fare.
E allora, cara Elle, stavolta approfitto io del tuo spazio per trascrivere queste parole, che non sono poesia, ma solo incredulità e dolore.
Piano…
Non sparire così!
Io devo ancora capire
perché volevamo esserci,
e non ci siamo stati.
No, non sparire così!
Butta via
quell’espressione da anziano,
via questi tubi,
via quest’ospedale!
Chissà se un’aldilà esiste:
ma tu no, papà,
tu non andare!
Tu che c’entri con loro,
tu sei forte!
Piano…
Perché sei così stanco?
Non è vero!
E perché sei così fermo?
Non è vero!
E che cos’è, cos’è
che non mi hai detto?
E ascolta poi
cos’è che non ti ho detto.
Perché questa tua mano
È così lenta?
E perché il tuo respiro
È così fermo?
Nooooooooo!
17 Giugno 2008 a 6:48 pm
arthur
Mia cara, quanta forza in questi versi…
18 Giugno 2008 a 12:30 am
nunzy conti
@diemme
Ok mi arrendo..dopo il delizioso tentativo(a cui ho cercato di resistere) di farmi piangere di elle ,arthur e piemme sul mio blog ( e tu sul tuo )..a proposito di Ombre,insegnamenti,padri assenti,emozioni e bene..cara diemme con questi versi le mie lacrime ci sono tutte….e non intendo trattenerle..perchè il sapore del pianto quando è un emozione a provocarlo..non è salato…ma dolce per un cuore che ancora batte e la vita non l’ha indurito.
18 Ottobre 2008 a 12:19 pm
virgiliopanarese
Grazie delle tue parole ti lascio Nayuko… ciao a presto Virgilio
Nayuko di Virgilio Panarese
“Vorrei morire per dieci minuti!”
Nayuko pronunciò queste parole guardandosi allo specchio. Era nuda al centro della stanza da pranzo del suo appartamento al quarantaseiesimo piano di uno dei grattacieli più ambiti della città. Avrei voluto poterla sfiorare, la pelle era compatta, rosea, priva di nei. Anche cercando attentamente non era possibile trovare nessuna forma di imperfezione lungo tutto il suo corpo. Non un brufolo, una smagliatura, né tanto meno segni di cellulite. I seni piccoli, i capezzoli turgidi a causa della leggera brezza proveniente dalla finestra lasciata aperta, erano l’unica cosa di quella donna ad avere una consistenza diversa. Appariva a prima vista morbida. Non potevo far altro che immaginare. Una finta magrezza era però scovabile dai fianchi leggermente pronunciati e dalle braccia leggermente tozze. Come dotato di una telecamera mobile il mio sguardo, posto in un primo momento alle sue spalle, si diresse a tutta velocità in avanti. Mi trovavo dinanzi al suo volto. Gli zigomi sporgenti, due lunghi occhi a mandorla resi ancora più spigliati dalla matita nera che le calcava il contorno, ciglia nerissime ricoperte di mascara, capelli neri, sottili, le si poggiavano sulle spalle strette e curve, il piccolo naso posto appena sopra le labbra prive di rossetto. Alzò il braccio, e lentamente aprendo la mano, piccola come quella di una bambina eliminò dallo specchio il vapore acqueo formatosi sullo stesso. Aveva fatto da poco la doccia e lo sbalzo di temperatura tra la stanza e il suo corpo caldo aveva così formato milioni di minuscole goccioline. Mi voltai, dandole così le spalle. Riflesso nel vetro era possibile vedere la città dall’alto. Luci di ogni forma, dimensione e colore affollavano tutto il paesaggio sottostante. A loro volta le luci si riflettevano nei vetri degli altri grattacieli limitrofi creando un fantastico gioco di colori, paragonabile ad un pezzetto di vetro attraversato dalla luce solare in una calda giornata estiva.
“Vorrei morire per dieci minuti o forse più. Dieci anni, risvegliarmi, rinascere e ritrovarmi in una società che non conosco, che non mi appartiene. Vorrei capire una volta per tutte cosa si prova ad essere morti.” Nayuko, era solita parlare con la sua immagine riflessa, aveva cominciato a fare quel gioco da bambina, quando il padre lavorando come operaio in una fabbrica isolata dai centri abitati, la lasciava per giornate intere a casa, sola, a giocare. E’così che Nayuko aveva incontrato le sue due migliori amiche, l’immagine nello specchio, e quando questa non c’era, la sua ombra. Si voltò, con i piedi nudi e umidi camminava lasciando le impronte sul marmo antracite del pavimento. Nuda si sedette. Il suo corpo ancora ricoperto di sporadiche gocce d’acqua lasciò la sagoma del suo sedere sul divano d’alcantara. Allungando il braccio per raggiungere la tazza di tè sul tavolino alla destra del divano, sfiorò la lama di un coltello affilato presente sullo stesso appoggio. La pelle omogenea di Nayuko si lacerò, lentamente il sangue fuoriuscì dalla ferita, scorrendo lungo tutto il braccio sino ad arrivare al centro della mano.
“Sto uscendo matta. Non sono in grado di sapere, perché il mio cuore pulsa. Per quale maledetta ragione sono nata. Se mio padre non avesse incontrato mia madre. Adesso ci sarebbero state due Nayuko, con un 50% di sangue diverso che scorreva attraverso i vasi sanguigni del loro cadaverico corpo.” Come una pellicola obsoleta, mi muovevo a scatti. Le immagini passavo attraverso i miei occhi in maniera discreta, facendo alle volte salti troppo lunghi per poterle stare dietro. Si portò la mano sporca di sangue alla bocca e avvicinando le labbra al palmo. Succhiò. Producendo un rumore sgradevole e disgustoso ancora maggiore al pensiero del sangue “bevuto”.
Accanto alla maestosa vetrata, un piccolo cubo in PMMA faceva da supporto al Lap-Top di Nayuko. Si alzò e saltellando sulle punte dei piedi si avvicinò velocemente alla finestra per chiuderla. Indossò una maglietta di cotone senza mettersi il reggiseno, la maglia doveva essere di qualche uomo passato per la casa qualche tempo prima. Era enorme, così lunga da coprirle anche parte delle gambe. Il computer era accesso e connesso in rete. Aveva lasciato che la radio di http://www.beachfm.co.jp, le facesse compagnia. Mi avvicinai alle spalle di Nayuko, stava scrivendo qualcosa su MSN messenger. Guardai meglio e riuscivo a vedere adesso chiaramente, penso che stesse chattando con un amica:
Nayuko:”Vorrei morire per dieci minuti”
Katsuki:”In che senso”
Nayuko:”Nel senso che mi piacerebbe provare la morte. Capirci qualcosa. Vivo senza sapere il perché. Tutto quello esisteva prima di me come persona e solo un immagine finta creata dal mio cervello per spiegare qualcosa che non ho potuto conoscere. Vorrei morire e ritornare in vita. Così da poter ricreare quella sensazione. Vorrei andare via e poter tornare al mondo, con coscienza e consapevolezza. Tutto avviene alla nostra insaputa.”
Katsuki:”Nayuko! Ma ti senti bene oggi. Hai bevuto o cosa. Senti ti volevo dire che tra una mezzora dobbiamo scendere. Non violentarti la mente con queste cazzate. Ti ricordi che abbiamo appuntamento tra circa un ora a Shimokitazawa.”
Nayuko:”Ascoltami, per piacere. Ma ti rendi conto che esperienza poter tornare a vivere. Dopo essere morta. Poter avvertire prima la terribile sensazione del corpo in putrefazione. Sentire il solletico provocato dalle larve e dalle mosche in continuo via vai sul cadavere. E poi. E poi il buio, comincia pian piano a svanire sino ad avere di nuovo la luce. Ma una volta in vita non devi imparare niente. Già conosci il mondo, gli uomini, non devi imparare a fare la pipì. Già sai come si fa. Vivresti sicuramente meglio dopo.”
Katsuki:”Va bene, va bene, forse hai ragione però sei pronta. Dobbiamo andare ho un appuntamento. Ricordi! Ti prego non fare tardi.”
Nayuko:”Va bene. Vado. Ciao”
Katsuki:”Ciao”
Katsuki inviò un trillo e immediatamente dopo sul video era possibile vedere Katsuki sta scrivendo un messaggio.
Katsuki:”Alle otto allora?”
Nayuko:”OK alle otto. Ciaoooooooo”
Katsuki:”Ciaoooooo. Cretina”
Nayuko con un click del mouse colpì la X posta in alto a destra sulla finestra del programma. Messenger si chiuse.
Si sfilò via la maglia. Era nuovamente nuda. Infilò velocemente un perizoma rosa, delle calze di lana colorate che le coprivano le gambe sin sopra il ginocchio. Indosso un reggiseno, una maglietta di cotone a maniche lunghe e subito sopra un maglione, lungo a tal punto da avere lo stesso effetto della maglia che aveva indossato prima. Non aveva così bisogno della gonna. Calzò delle scarpe a stivaletto. Si pettinò, formando uno strana coda con un molla fucsia. Non ebbe bisogno di truccarsi, in quanto lo aveva fatto non appena uscita dalla doccia. Adorava vedersi nuda, bagnata però con il trucco in faccia. Continuavo a guardarla, ma assorto nei miei pensieri non mi accorsi che mi aveva visto. Si avvicinò a me dicendo.
“E tu cosa ci fai qua. Su di un grattacielo. Come sei arrivata qui su.” Non ero in grado di rispondere e né tanto meno lo avrei fatto.
“Sei una farfalla. Una Ishidashijimi. Che belle ali che hai. Celesti con queste piccole figure irregolari arancione. Piccole strisce nere e violetto ti attraversano il corpo. Che bella che sei.”
Ero una farfalla ed ero lusingata. Un tempo anche io ero stato un uomo. E in realtà avrei voluto poter dire io che bella che sei. Avvicinò le mani e mi raccolse fra i due palmi delle stesse. Tracce di sangue rimaste sulla pelle di Nayuko sfiorarono la mia bocca. Avvertii una sensazione umana. Avevo voglia di rimettere. Non sapevo come sentirmi.
“Adesso sarai nuovamente libera” disse con voce squillante Nayuko. Aprì la finestra e mi lanciò fuori con tutta la sua forza. Mi voltai verso il basso non ero in grado di vedere la strada. Ero troppo in alto. Avevo paura. Avevo ragionato troppo come un uomo quel pomeriggio. Dimenticando di essere una farfalla. Non volevo andare via dalla sua casa. La vidi chiudere la finestra, prendere un cappello colorato, aprire la porta e andare via. Era giunta l’ora del suo appuntamento. Non avevo nulla da fare. Mi ero innamorato di quella donna. Era riuscita a farmi sentire nuovamente uomo. Mi avvicinai alla vetrata cercando di entrare. Non fu possibile. Mi voltai. Cominciai a volare via. Avrei voluto piangere ma non era possibile, avrei voluto gridare ma non era possibile, avrei voluto bere una birra ma non era possibile, fumare una sigaretta ma non era possibile. Pensai all’unica cosa possibile. “Vorrei morire!”
19 Ottobre 2008 a 10:17 am
Elle
Sono io che ringrazio te Virgilio per avermi fatto dono di questo tuo scritto, che in verità avevo già letto sul tuo blog.
E ieri me lo sono ritrovato addirittura qui, tra le mie pagine…così mi sono presa ancora un po’ di tempo per rileggerlo.
Una scrittura molto elaborata la tua, non ti limiti a narrare…scrivi ed al contempo allestisci una vera e propria scenografia, con quel tocco di surreale che rende tutto “possibile” persino gli eventi più improbabili…
Anche qui ritrovo la morte come protagonista, o meglio, qui c’è solo il desiderio di essa, non viene esplicitata, fa parte solo del passato dell’uomo che ora è farfalla, ma anche del presente di Nayuko, seppur solo come pensiero, desiderio…
Un gioco di metamorfosi che si mescola ad interrogativi inquietanti che da sempre accompagnano l’esistenza di tutti noi…
“Vivo senza sapere il perché. “, “Vorrei andare via e poter tornare al mondo, con coscienza e consapevolezza. Tutto avviene alla nostra insaputa.” dice ad un certo punto Nayuko…
Come darle torto…col senno del poi sarebbe tutto più facile, si eviterebbero errori, sapremmo già cosa fare e dove andare, eviteremmo le buche, i tonfi, cammineremmo sempre sull’asfalto e non su sentieri impervi…
Mi chiedo solo se vivere con certe consapevolezze ci aiuterebbe veramente a spogliarci di quelle pesantezze che ci portiamo nel cuore o se invece, resterebbe comunque quella sensazione di precarietà propria del vivere…
No, non dobbiamo spiegarci sempre tutto!
19 Novembre 2008 a 6:47 pm
alessadro perrone
Permettimi d’essere invidioso della leggerezza con cui conduci questo Blog, e dalla sapienza che metti nell’abbinare foto a versi poetici e scritti da me inarrivabili.
Vorrei essere così capace e profondo, ma sono un greve – “testimone grezzo” -, a cui, almeno, è dato il gusto delle cose belle.
20 Novembre 2008 a 8:09 am
Elle
Ciao Alessandro, ti ringrazio per i complimenti al mio blog.
Qui sono tutti benvenuti, quindi metti pure da parte quel tuo “timor reverenziale” che non si addice a questo luogo, fatto non di scritti inarrivabili o da illustri letterati, bensì da parole e pensieri, a volte persino silenzi, miei e vostri, nostri.
Dalle righe di commento che hai lasciato non mi sembri poi così “greve”, nè tanto meno un “testimone grezzo”…e poi, anche se lo fossi, sai che a volte le pietre grezze sono gemme preziose?
Ciao, a presto.
11 Gennaio 2009 a 9:55 am
virgiliopanarese
ciao Elle dopo tempo memorabile ho postato un nuovo racconto “Una notte d’amore”… ciao e a presto ti auguro una felice giornata
11 Gennaio 2009 a 11:11 am
Elle
Ciao Virgilio e bentornato!
Ho letto il tuo nuovo racconto, per il commento vorrei tornarci con calma, in questo momento sono un po’ di fretta.
A presto e grazie per esser ripassato di qui.
17 Aprile 2009 a 11:43 am
romaguido
Proverbi
Se ami una persona, lasciala andare. Se torna da te è tua per sempre, se non lo fa non è mai stata tua…
Sii gentile con le persone che incontri salendo perchè sono le stesse che incontrerai scendendo.
17 Aprile 2009 a 11:54 am
Diemme
Perdonate l’intervento, ma il commento di romaguido ha fatto tornare alla ribalta, nella sezione “Le mie osservazioni”, la mia poesia su mio padre, che proprio oggi era l’ultima cosa che avevo intenzione (e bisogno) di leggere.
Scrivo quindi queste due righe solo perché wordpress mi bypassi quell’intervento.
17 Aprile 2009 a 1:22 pm
Elle
Pubblico qualcosa di nuovo, se riesco, così non ci pensiamo più… (forse)
Ciao…
17 Aprile 2009 a 1:27 pm
stellasolitaria
Carissima Elle,
ero da Riccardo a scrivere un nuovo commento visto che la tecnologia ieri me lo ha fatto perdere. Ma ero talmente presa dall’argomento che, rabbia a parte, sono voluta tornare. E, così mi sei venuta in mente tu.
Le cose che scrivi mi coinvolgono perchè sono profonde ed incisive nel loro essere leggere ed impalpabili.
Un abbraccio e spero di riincontrarti presto nei ns. rispettivi mondi.
Un bacio Monica
27 Aprile 2009 a 10:42 am
api
cara elle, credo sia questo il luogo adatto, silenzioso il tanto che basta.
un saluto dall’ape pungigliosa e puntigliosa…un piacere averti incontrata,
ne è valsa la pena…bacio, api.
1 Maggio 2009 a 1:26 pm
api
Ripetuti Autunni
Già mi manchi, in fondo a questa perenne assenza, dentro fogli ancora bianchi di un racconto pensato, solamente.
E si cammina scricchiolando piccole foglie, un attimo appena cominciato, quando le radici della vite producono i loro frutti, esasperanti di succo e gli alberi curvano i capelli ai pomeriggi brevi di lampi, dove solitarie letture ingannano luce e riposo: dove si attinge alla memoria per non riprodursi mancanti.
Non esiste il silenzio, nascosto chissà dove, tenendo compagnia ad altri che ora fuggono, precipitosi, cercando giustificazioni, ragioni, motiv-azioni. Loro, travestiti da alfieri, rincorrono strade sterrate di polvere distratte ed ingannevoli. Principio d’autunno, autunno senza preavviso circonda l’aria di gocce che non raggiungono neanche il terreno,. L’odore del bagnato di cui mi nutro non giunge in questa stanza, a confortare un attimo d’assenza definita inequivocabile palpabile inquisitoria.
Mi sentivo bella, passando dal negozio del pane, tra i vicoli di casa. I muri? Impregnati di sorrisi…perché non avrei dovuto?
E la continua intemperanza che dovrebbe sostenermi diventa ghiaccio, sotto coperte consuete nel nascondermi; del resto, non colgo ancora il sottile filo luminoso che mi è stato promesso.
Il filo continuo silenzioso multicolore, avvinghiato ai miei piedi, che potrebbe congiungere scatolette distanti, oltre la ragione.
Ti ho chiesto una carezza, senza àncore senza pretese.
Me l’hai data.
La tengo stretta nell’incavo del collo, a mia volta accarezzandoti.
Già mi manchi, chè non ti ho mai avuto.
api, un autunno.
1 Maggio 2009 a 1:48 pm
Diemme
Ma è bellissimo!
1 Maggio 2009 a 2:06 pm
Elle
@Api: sei una vera scoperta, in tutti i sensi!
“Ti ho chiesto una carezza, senza àncore senza pretese. Me l’hai data.”
…parole senza stagione e di un’intensità disarmante.
Grazie…
1 Maggio 2009 a 3:02 pm
api
dm: ma è tristissimo!!
elle: non tirar troppo la coperta, chè mi rinfluenzo, ed allora son guai con le trattenute sullo stipendio!…notare i puntini di sospensione…api.
1 Maggio 2009 a 7:57 pm
splendidiquarantenni
Api, lo vogliamo aprire questo blog? E’ facile e pure agratise. Su, dai, coraggio…
1 Maggio 2009 a 8:57 pm
api
…uhmm, blogggssss, blobbsss,
senti come strisciano le esssee?
perchè dovrei aprire un blog?
vorrei aprire una libreria o un negozio di fiori, magari! o altre porte, purtroppo, indicibili…
api.
2 Maggio 2009 a 9:05 am
splendidiquarantenni
Aprire un blog significa aprire una finestra sul mondo. E con quello puoi aprire anche le porte che ora ti paiono indicibili.
E se non vuoi, puoi sempre scrivere su quello di Elle, che pare si sia presa un po’ di riposo…
2 Maggio 2009 a 9:50 am
api
..ma le mie sono sempre socchiuse, ecco perchè mi becco colpi d’aria e gelate notturne! e poi, vuoi mettere lo svolazzare che faccio e gli schianti che mi colgono in volo?!
l’indicibile E’ indicibile, e tale deve rimanere…
Elle si riposa, ne ha necessità. sa bene che sono di quelle che arrivano e vanno via, così, passante. ma sa che ci sono, anche nel silenzio!
grazie, comunque, splendido!
api.
7 Maggio 2009 a 7:04 am
api
IL MESE DEL MAGGIO
Era iniziata davvero male la giornata!
Tziu Larentu non faceva altro che ripeterselo;era sveglio dall’alba, come tutte le mattine, la testa ancora frastornata dal vino che quell’imbroglione di Taneddu propinava ai suoi assetati avventori, mettendoci dentro chissà quali porcherie, in quel suo tzilleri, una stanzetta angusta e puzzolente dove tutte le sere s’incontrava coi suoi amici, pastores e massajos, a discutere del nulla e di tutto, a volte troppo stanchi per aprir bocca. E Taneddu, intanto, mesceva ridottine di quel veleno che dava la forza di rientrare a casa, magari sbandando, ma si rientrava!
Ma si rientrava dove? Da Marianzela, sua moglie, che come sempre sfaccendava nella cucina dal pavimento di terra battuta, su fornelli di pietra sfrigolanti fiammelle stentate e fumose. Cosa avesse da fare a quell’ora lui non lo aveva mai capito, visto che la cena era già sul tavolo; un piatto che copriva l’altro, forchetta coltello ed un pezzo di pane. Da bere? Acqua pura di fontana!. Sapeva però che, come ogni santa sera, Marianzela si produceva nelle solite litanìe e lamentele per come si era svolta la sua giornata: era teracca in casa dei più ricchi del rione, sos printzipales di quasi tutto il comunale. Non la trattavano male… però che fatica! pulire quella casa immensa per lei, abituata ad una sola stanza adibita a cucina, camera da letto ed anche a dispensa per patate, cipolle e frutta secca. Tra una lamentela e l’altra un grano di rosario, mentre lui cadeva quasi addormentato sul letto a piazza e mezza, come se la voce della moglie gli cantasse la ninna nanna. E sognava, tziu Larentu, di iniziare e finire almeno un giorno diverso dal solito.
Ed eccolo lì, ancora, che lottava dopo ore dalla sveglia mattutina con la ruota del carro che si era bloccata e non andava né avanti né indietro! Avesse avuto i soldi per farla aggiustare non si sarebbe ridotta in quel modo e malediva fra sé e sé la malasorte che gli era toccata. Non lo rincuorava neanche il tepore del maggio, finalmente arrivato con una primavera accecante che in quel momento,con la sua luce intensa, gli procurava solo fastidio agli occhi e tempesta nel cervello.
Niente da fare: la giornata di lavoro ormai era rovinata.
Dopo aver salutato Marianzela che si avviava a casa de sos meres, anche lei sveglia appena albeggiato,ombrosa e scostante, si rinfrescò con la brina della notte che ancora si posava sul tavolaccio che usava come sedile; un gesto che gli piaceva fare ogni giorno, finchè non arrivava l’estate soffocante nel paese e nei campi.
Si sedette sul gradino di casa, tenendosi la testa e calcandosi ancor di più il berretto sugli occhi. La stradina era deserta, la loro era l’ultima dimora di una via laterale, a quell’ora poi gli uomini erano tutti al lavoro, chi ai campi ed agli orti, chi con le bestie nella pastura.
Che fare? Niente, non c’era nulla che potesse fare se non starsene al sole nella speranza di digerire il vino cattivo e la rabbia per il lavoro perso. Si lasciò andare, tolse la giacchetta di velluto consunto appoggiandola sulle ginocchia quando sentì un brusio sottile ma continuo: voci, voci di donne che si facevano più vicine e distinte.
Erano Luchìa e Missenta. Le intravide e provò un fastidio quasi doloroso: erano le amiche di Marianzela , quelle delle messe a qualsiasi ora, delle visite ai malati, dei piccoli fioretti e delle grandi falsità: le bigotte più antipatiche che avesse mai conosciuto, in vita sua!
Lo videro anche loro, e si bloccarono in mezzo al vicolo: erano convinte di trovare a casa la loro comare; era quasi ora di pranzo e Marianzela rientrava perché non le era permesso mangiare al desco dei padroni. Non immaginavano certo di trovarci Larentu, per giunta in maniche di camicia e con un’espressione sul viso di dispetto e ostilità…sapevano bene cosa lui ne pensasse delle loro opere di misericordia, a volte motivo di feroci scontri anche con sua moglie.
Ma dovevano proseguire, al pari delle loro chiacchere,nella santa missione a cui erano preposte, disposte anche ad affrontare il diavolo che li si presentava davanti.
-Marianzela, non è ancora tornata, Larè?
-Nosse, ancora no..ma voi che ci fate qui, non avete di meglio da fare che girare per strada, a quest’ora?
Luchìa, la più velenosa delle due, rispose con un sorriso sarcastico:- E tu, Larentu, che ci fai ? non sei agli orti perché non sei riuscito ad alzarti, stamattina?- ma si pentì immediatamente di quello che aveva detto. Larentu sollevò la visiera del berretto dagli occhi ed entrambe colsero, con un brivido,lo sguardo fiammeggiante d’ira repressa ed il viso dell’uomo arrossire di furore; un colore caldo e intenso che arrivò sino al collo, già cotto dal sole, ma rosso forte come quello dell’ibisco che aveva il prete sull’uscio della sagrestia, regalìa di ricca famiglia e portato chissà da quale continente. Si strinsero ai rosari, stretti tra le dita.
- Ditemi cosa volete, in fretta, chè ho da fare, io! – sibilò Larentu.
Le due donne, timorose e timorate, si precipitarono in una frase in simultanea, già detta chissà quante volte per le strade del paese:
- E’ maggio, è arrivato il mese di Nostra Madonna Maria!- facendo intendere che chiedevano l’obolo di carità e fede alla loro Signora…
Prontissimo, fremente di stizza, Larentu , a denti stretti e con voce alterata, rispose:
- Perché? Quando viene il mese a Marianzela, vengo forse a chiedervi sos pannos de ispica a monsignore!?-
Missenta si sentì venir meno, Luchìa si ritrovò con la lingua incollata al palato, riuscirono però,di nuovo in simultanea, a muovere le mani in un segno di croce velocissimo e si voltarono, andando via, graminando il rosario come se ci fosse un morto da piangere.
Tziu Larentu le vide allontanarsi, le gonne lunghe che si muovevano all’unisono coi loro passi ticchettanti, rigide le schiene, indignate ma mute.
Fu allora che si rese conto di essersi liberato dal bruciore agli occhi, dal mal di testa, dal rammarico.. La giornata non era poi così male, annusò l’aria come un cane, respirando la brezza primaverile, e scoppiò in una risata liberatoria.
Api. Cinque marzo 2009
***oggi silenzio, si legge. un piccolo omaggio ad un mago.
buongiorno, api.
7 Maggio 2009 a 10:06 pm
romaguido
Io avevo pensato ai Malavoglia; ma il brano meriterebbe una rilettura.
Sei brava, api, ma come osi chiederci il silenzio? Ecco, ci siamo zittiti e non abbiamo potuto commentarti. Ma chi è Fernado? Per caso ti stai confondendo con Michele, quello del whisky di puro malto? A quanti bicchieri sei arrivata pur di addormentarti in tempo? Erano con ghiaccio, seltz o senza?
Su, su, scrivi proprio bene. Brava! E poi finisce bene. Bravo Tziu Larentu!
Con certa persone non bisognerebbe avere peli sulla lingua: solo così le vedremmo “allontanarsi, le gonne lunghe (o corte) che si muovono all’unisono coi loro passi ticchettanti, rigide le schiene, indignate (come sempre) ma (finalmente) mute” !!!
8 Maggio 2009 a 6:36 am
api
..una volta tanto, ci son andata “leggera”, cara rm…
di solito sono tremendamente “pesante”!!
adesso mi confondi: chi è fernando? e cosa c’entra michele..no no, son proprio crollata, ieri sera, ed ora di “malavoglia” corro a lavorare…ma non stuzzicarmi con i vari trio…già, le sorelle materassi o le bandiera! quelle, proprio me le sono scordate! corrooo, buona giornata! api.
9 Maggio 2009 a 11:11 am
arthur
Api… avevo perso queste cose che avevi scritto e… in effetti è vero, sei una vera scoperta.
“Il mese di maggio”… pezzo veramente meraviglioso.
Sull’incitamento ad aprire anche tu un blog, mi sembra di sentire le cose che mi hanno ripetuto per un anno intero, prima che mi decidessi di fare anch’io il grande passo, ma ho aspettato perchè volevo capire e una volta fatto…
Sarà probabilmente così anche per te.
‘giornata!
9 Maggio 2009 a 11:45 am
romaguido
15 Maggio 2009 a 10:29 am
Elle
@Api: ritorno su questo tuo racconto di qualche giorno fa e mi ritrovo immersa in quella terra arsa e famelica che tu hai così abilmente raccontato, dando vita a personaggi che escono fuori da queste righe, tanto che sembra di sentirli parlare il loro dialetto, sembra persino di sentire addosso la loro fatica, che non è solo quella del lavoro nei campi, ma una fatica quasi esistenziale… ” E sognava, tziu Larentu, di iniziare e finire almeno un giorno diverso dal solito.”
Che si replica poi anche nei dialoghi, in quelle voci di donne, in quei rosari stretti tra le dita, nelle risposte taglienti di Larentu, nei passi ticchettanti, nelle posture delle schiene rigide, nell’indignazione bigotta e nel mutismo conseguente.
Questo tuo racconto cara Api mi ricorda le novelle di Verga, aspre ma dolci, con quel retrogusto di dignità, proprio delle persone che “annusano l’aria come un cane”, di chi vede e sa cogliere concretezza e sfumature.
Decisamente uno dei più bei doni ricevuti in questo angolo dedicato alla Vostra scrittura!
Grazie…
18 Maggio 2009 a 3:32 pm
api
Racconto stentato
****************
Le avevano dato da bere qualcosa , non sapeva cosa, del colore dell’ibisco che sua madre aveva sul balcone.
Si era ritrovata lì, insieme a due donne, una anziana e saggia, l’altra meravigliata e fresca, convinta nella sua compassione.
Lei si era finalmente trovata in un luogo che la proteggeva, dopo tanto spavento, ed in cuore il desiderio di non essere in quella casa, perché troppo chiusa per i pensieri che la rincorrevano.
(dai, facciamo autostop..non può lasciarti così..non può dirti: è finito tutto, ognuno vada per la sua strada, ciascuno dei due insegua la propria vita!
No, non è da te accettare l’indiscutibile!
Questo platano mi protegge, anche se è buio, sento la musica della festa, è qui vicino, tanta gente che ritma e percuote i tuoi suoni: non aver paura, lo troverai lì, dove ti ha detto che sarebbe stato, a pensare a voi due, all’importante sentiero che avete percorso insieme.
Un gatto…che paura, ma perché paura, nessuno può farti del male! Basta chiedere un passaggio e sei lì, a pochi chilometri da te e i tuoi dubbi.
Ecco! Si è fermata una macchina! Una specie di carro, non importa, ti porta da lui, l’amore tuo, quello di una vita!)
Silenzio….-Dove vai? -
-Al primo paese, se lei è così gentile da fermarsi..-
-Come mai? Sola? E questa camicetta di pizzo? E questa gonnellina coi fiori che si stagliano al buio?-
Lei cominciò ad aver timore, era così strana quella persona! Non la distingueva, la notte reclamava il suo dominio, vedeva solo il cruscotto, una borsa poggiata sul sedile posteriore, gli occhi in allarme, ma i chilometri erano pochi.( dai, ce la fai! Cerca di distrarlo, cerca di non aver paura, il tuo
Scopo è un altro, riacchiappare l’amore tuo prima che si perda!
Quest’uomo divaga, non cammina, il carro è lento ed anche il tuo pensiero).
D’improvviso, si ferma, il motore acceso, in un spiazzo con un piccolo alberello, forse un mandorlo, non lo distingui, nel buio)
-Ed allora? Che facciamo? Vuoi che ti tocchi? Per me sarebbe un regalo…no, stai ferma, guarda che metto in moto e vado avanti! Ti faresti solo male! -
(Cosa faccio, ora? Cosa dico? Ho il terrore addosso, anche la sua mano, ma no, riesco a fermarla, non dimenticarti di te stessa, fermalo!!
L’alberello che non distinguo osserva..ecco, senza che te ne renda conto questo essere immondo è arrivato sotto la tua gonna a fiori, quella che hai cucito tu, e si infila con prepotenza sul tuo sesso… (lui ti accarezza, sempre, con dolcezza e delicatezza).
Questo no! Ti fa male! Apri la portiera, di colpo. Sbatti a terra e rotoli sotto l’alberello, ma quello che ti fa male è il tuo sesso, volato, scoperto, non la caduta.
Così com’è apparso va via, l’essere sconosciuto, mi ritrovo sola, al buio.
Decido di proseguire, mi fa male l’animo, il corpo, ma non posso fermarmi, sono con me, ferita, dove vado?
Alla festa? È tardi, non sento rumori, se non quelli della notte. Devo raggiungere quel piccolo paese, un nido, una protezione. Una casa.
La luna, di contralto, mi suggerisce una via di mezzo. Attraversare una curva, grande, ma ce la puoi fare, devi farcela! Dov’è la musica, dove sono le sue parole, le sue carezze? Oltre questa curva, vai dentro la campagna, fai prima,( non pensare a quello che è accaduto, pensa solo che puoi salvarti).
Ma la brina ti risucchia, ti sommerge, perché d’estate anche la terra, madre mia, mi è contraria?
E soffochi, in quegli istanti, quando attraversi il guado apertosi a tua insaputa
E ce la fai, coi rovi che ti feriscono, con le gemme che non vedi, con le mani rovinate, il corpo che reclama frescura, che vuole acqua, per lavare e levare dita immonde che lo hanno violato.
Si ferma una macchina, ho il panico…mi chiedono come mai sono lì, in aperta campagna. Non rispondo. La donna, madre di un bimbo che mi scalcia addosso felice, capisce. L’uomo che guida no, è disorientato. Non so più chi sono, ma mi lasciano sotto le mura che ora mi offrono liquidi color ibisco, lo stesso colore che mia madre offre dal suo balcone.
Attendo, tremo, eccolo, torna. Non era a casa, a pensare alla nostra storia, non gli chiedo niente, solo di non sfiorarmi, neanche con lo sguardo. Mi accorgo che è meravigliato.
La mattina, incerta e insofferente, mi guardo intorno. Trovo silenzio, assenza, la donna anziana e quella giovane sono sparite, come cancellate da una gigantesca gomma. Lui non c’è, l’amore mio.
Dove sarà?
Trovo, senza volere, una pagina scritta, in fretta e furia, tracciata di dolore e solidarietà. Solo una cosa suona musica dolorosa. Una piccola frase, un delicato appunto…”ma io non ti amo”.
E sento, come unghia che graffia, la mano scavare dentro di me, come la sera prima.
api. giusto un incubo.
19 Maggio 2009 a 7:22 pm
romaguido
Copio e incollo da fb:
“L’INVIDIOSO
NELLA lingua ebraica c’è un’unica parola base per “gelosia”. Quando si riferisce agli uomini imperfetti essa si può tradurre “invidia” o “rivalità”. La lingua greca invece ha più di un termine per “gelosia”. La parola zèlos, come il suo equivalente ebraico, può indicare sia la gelosia giusta che quella errata. Un’altra parola greca, fthònos, ha esclusivamente senso negativo.
Com’era usata la parola fthònos nel greco antico? Un dizionario biblico dice: ‘A differenza dell’avido, l’uomo che prova fthònos non desidera necessariamente le cose che gli altri, con suo disappunto, hanno; semplicemente non sopporta l’idea che le abbiano. Differisce da chi compete in quanto la sua mira non è quella di vincere, ma di impedire che vincano gli altri’. —The Anchor Bible Dictionary.
Spesso l’invidioso non si rende conto che la causa principale dei suoi problemi è il suo atteggiamento. ‘Una delle caratteristiche di fthònos’, spiega il medesimo dizionario, ‘è l’inconsapevolezza. L’uomo fthoneròs, se chiamato a giustificare la sua condotta, ripeterà a se stesso e agli altri che le sue vittime si meritano quel trattamento e che è la situazione ingiusta a indurlo a criticare. Se gli si chiede come fa a parlare in quel modo di un amico, dirà che lo critica avendo a cuore i suoi migliori interessi”.
Leggendo questo pezzo, ieri sera ho pensato che si tratta di un’idea nuova, visto che in genere si crede (io almeno l’ho creduto finora) che l’invidia sia dettata dalla bramosia di avere ciò che hanno gli altri; questa nuova spiegazione dimostrerebbe invece ancora di più quanto sia stupido, inutile dannoso, assolutamente sterile questo sentimento. Non vi pare?
20 Maggio 2009 a 11:31 am
Elle
Ti dirò…tra i vizi capitali l’invidia non mi ha mai conquistata, mentre non sono indifferente all’ira (ed anche qualche altro…)
Non so, ma l’invidia per me è una perdita di tempo, oltre che una caduta di stile, di certo è che quando la incontro, la prima reazione immediata è di attonito stupore, cui segue poi la rassegnazione circa le innumerevoli debolezze umane.
Quindi convengo con te Rosamaria, circa l’inutilità e la sterilità di questo sentimento…sai che esiste e lo prendi come un limite, però se posso, cerco di guardare altrove
21 Maggio 2009 a 9:38 pm
api
Ticchettando, ancora.
Niente, era impossibile riuscire ad arrivare a fine mese: non come dicevano tutti, alla quarta settimana…per lei il mese finiva il cinque!
Già , il cinque del mese finivano i soldi, quegli 800 euro, irrisori e leggerissimi che suo marito portava con l’assegno della cassa integrazione.
E via la corsa: pagare gas, luce, acqua, un pochino di spesa al discount, magari restava qualcosa per le calze nuove e più pesanti da comprare ai figli. Di corsa, di corsa tenendo la borsa in plastica asiatica al corpo per paura di uno scippo.
Ma chi mai avrebbe potuto rubarle qualcosa, a lei? Col cappotto smesso della cugina e le scarpe chiuse coi lacci di dieci anni prima, avrebbe potuto confondersi con tranquillità tra i gruppetti sparsi per le strade di nuovi disperati, di “senza fissa dimora” come li chiamavano..ma si sa, meglio stare attenti, la gente ormai è impazzita, rischia tutto pur di mangiare, fumare, drogarsi eccetera..
Erano le continue raccomandazioni che suo marito, cassaintegrato da anni, ormai maturo d’età, e anche un pochino sciupato dall’alcool ,quello che comprava tenendosi i soldi del “bilancio” familiare, le faceva ogni santa volta che usciva per pagare i debiti del mese prima.
Camminava veloce, poi ad un tratto rallentava. Pensava: ma se scappi via, dove potresti andare?
I soldi son pochi, arrivi giusto alla terza fermata del treno! Vai a nord, a sud?
Ti fermi con questi disgraziati che niente hanno da invidiarti…
Eppure un tempo non era così. Si era giovani, i bimbi desiderati, piccoli batuffoli contesi tra le sue braccia e quelle del padre. Lavorava anche, piccoli lavori di cucito per arrotondare lo stipendio che lui, contento, portava ogni mese… E la passione, tra loro…nata in una sera di follia, di musica e balli nella piazza più grande del rione. Gli angoli bui dei vicoli ne protessero la nascita, la luce del sole ne consacrò l’esistenza, agli occhi di tutti. Non diede ascolto a nessuno, nonna madre sorella. Volle quell’uomo e se lo prese.
Appassionati, nelle parole e nell’incontro dei corpi. Si scioglievano insieme in un groviglio di sudore ed umori, scambiandosi le proprie vite.
Ora, ma che passione! Lui ingoiato dal vino cattivo e dal fallimento dei suoi sogni..lei? lei continuava a ticchettare coi pochi soldi, li contava con le dita illudendosi nella loro beata moltiplicazione, aveva forse voglia o tempo per riallacciarsi a quel corpo, divenuto con gli anni, e che anni! Corpo estraneo, sconosciuto?!
Camminava veloce per raggiungere la posta, il discount, ma anche per scappare. Scappare da quella miseria, da quei pensieri, da quella mancanza di amore, da quella precaria vita che le si era prospettata di botto, davanti, senza preavviso.
Ed il rumore dei tacchi consumati l’accompagnava nel suo panico personale, tutti i giorni.
Api, 15 febbraio 2008.
22 Maggio 2009 a 10:24 am
arthur
Sembrerebbe quasi uno spaccato di vita contemporanea, Api, visto anche i tempi che stiamo vivendo e tra le altre cose, leggendoti mi hai stimolato l’idea di scrivere un post sui sogni che non si sono avverati, realtà che appartiene ad ognuno di noi, tanto o poco che sia, purtroppo.
Mi piace come scrivi, hai un po’ lo stile dello sceneggiatore, di chi racconta la storia dentro la realtà.
Beh, potrebbe essere una svolta, che dici?
E sull’invidia… è un sentimento che per mia fortuna non provo e di questo devo ringraziare la mia famiglia e il modo come sono cresciuto.
E visto che ci sono, un ciaoooooo… e un ‘giorno a tutti!
22 Maggio 2009 a 4:19 pm
api
stile da sceneggiatore? forse nel gioco dei raccontini…quando “lirico” non so neanche se ho, uno stile…
però è un’idea, per una come me che non è fotogenica ed usa ancora una manuale!
si può sfuggire dalla realtà? non credo, ma neanche voglio.
però mi piace svolazzare, anche quando polline non trovo o mi sbatacchio su spine di rovo! grazie, artur!
ps: invidia…è il nome di una verdura, vero?! ciao, a tutti.
29 Maggio 2009 a 8:47 pm
api
Avvolgo l’assenza …
con carta straccia
ché stropricciato
è l’animo
lo tengo protetto
da tela di bisso
legame di mare
a mani di donna.
gravità sperduta
nel cerchio del
r i p e t e r s i
sono sono sono
sono vento fruscìo folata
improvvisa
terra negli occhi
la bocca socchiusa
non urlo, graffio l’aria.
sono acqua vivace
o pacata stagnante
nell’attimo smarrisco
pentagrammi dipinti nel sud
del cielo
ritrovo freschezza
nel corpo del tempo,
portando gocce al viso.
e non di pioggia.
sono fuoco tradito
dalla calura dei giorni
brace piccola scintilla
che tenua sofferma
la notte,
e si spegne
come ad ogni scintilla
conviene,
covata nella cenere.
non dà scampo,
la polvere del tempo.
sono terra?
terra madre ventre
custode con ampie vesti
leggere
fissate agli alberi semi
di-segni abbozzi
di vita…
e ripeto
come goccia continua
ad immergermi
dentro nelle trame
del velo nel bozzolo
nell’infinito andare…
mancanza.
api, 29 maggio 2009
30 Maggio 2009 a 8:11 am
Elle
Apina, grazie per questi doni che lasci qui.
Sai già quanto apprezzi il tuo volo tra queste pagine, e ieri sera, complice un temporale e qualche rimescolamento interno mio, devo dire che questi tuoi versi mi sono proprio entrati dentro ed hanno fatto almeno un paio di volte il giro completo dello stomaco e dintorni…
C’è un’intensità di espressione e di sentire, oltre che una costruzione molto particolare dei versi stessi, che mi lascia davvero ben poco da dire.
Lascio spazio all’ammirazione verso questo tuo animo sensibile che io posso solo accarezzare lievemente a distanza.
30 Maggio 2009 a 11:47 am
arthur
Bellissima questa poesia, Apina, la porto con me al mare così ogni tanto me la rileggo.
Buon WE!
30 Maggio 2009 a 2:33 pm
romaguido
Consecutio, persecutio, horror vacui…
coerenza e armonia di…
una torta al cioccolato guarnita con fragole e panna vegetale.
30 Maggio 2009 a 7:23 pm
Elle
Rosamaria, sono contenta di leggere che la tua papilla gustativa goda di ottima salute, del resto com’era? “non se ne può più di pissa e cola”

Per il resto, coerenza ed armonia…oh yessssss
Baci golosi.
30 Maggio 2009 a 8:02 pm
api
@ elle: se soffiavi il temporale da queste parti…forse forse mi sarei risparmiata l’attacco di liricismo acuto di ieri sera…qui, se temporaleggia e diluvia, mi salta la connessione! oh, l’avrei scritta lo stesso, magari sul primo foglio trovato, avrei avuto così più tempo per soppesare la cosa…
ma,,,,tutto il tuo rimescolamento interno di cui parli,,,non è che te l’ho causato io???!!! lo sapevo, cara, che avresti “colto”…
@ artur: visto? la chiocciola? hai ragione! mette un poco in ordine le idee! porti con te al mare “Assenza”? ma chi te lo fa fare, scusa! tanto lo sai che ti ronzo lo stesso, finchè non so bene del tuo transito sulle lastre del Mio corso…! quindi sei al mare,,,l’invidia è una verdura, vero? bè, ne sono ricoperta…a larghe foglie!!!
@ rm: memore dei trascorsi scolastici di mia figlia…credo proprio che tu ci abbia azzeccato… quell’horror vacui, che una volta mi fece “arrabbiare”, stavolta è al centro delle mie parole,,,come dire? se è paura dello spazio vuoto, comunemente inteso, ebbene ho tirato fuori questa paura, ché lo spazio vuoto me lo sento dentro. mi ribello perchè è innaturale… scrivendo,per ora non riesco in altro modo…grazie, cara! a proposito,,la torta è possibile averla con la crema? la panna non mi piace…
ciao! api.
30 Maggio 2009 a 8:14 pm
Elle
Non ho alcuna intenzione di evitare i tuoi attacchi di liricismo acuto Apina, anzi se posso contribuire ad alimentarli, visto che mi piacciono, dimmi come posso fare…
Io ho colto cherie, ma tu stai serena che col mio rimescolamento interno, non c’entri niente…era solo il temporale
30 Maggio 2009 a 9:41 pm
api
…mi sembra di avertelo già fatto capire, elle…me intiende?!
api.
30 Maggio 2009 a 10:48 pm
sottovoce
Scritta da mio padre… un po’ di anni fa.
Cito
mio padre
ed indossa
mio figlio
il suo nome.
Come il soldato
con un po’ di paura
indossa
l’armatura
dell’imperatore.
Convinco
la mia creatura
che il mio genitore
è vivo
come il soldato
con i suoi…
“ l’imperatore è vivo! “.
Ciao, pssssss…
30 Maggio 2009 a 10:49 pm
romaguido
Grazie, ragazze!
E’ vero, non se ne può più di “pissa e cola”!.
@api: la tua poesia mi piace molto, non mi sarei mai permessa di accomunarla a quella torta, di cui non condivido affatto il gusto e che per me rappresenta il troppo che storpia. A te dedico una bella Sacher “liscia” (io la prenderò con tanta panna di latte dolcificata al punto giusto) o una torta al cioccolato con crema al burro, a Elle la scelta tra queste due bontà e le fragole (con panna o senza).
Ed ora due ragazzi che sono due babà:
31 Maggio 2009 a 2:59 pm
arthur
e io?
31 Maggio 2009 a 3:20 pm
romaguido
Tu sei il terzo babà, mi pare ovvio!
Che fai da queste parti?
Ti facevo su un’amaca, all’ombra di due palme, mentre i tuoi compagni di “ponte” si affrettavano a rivestirsi per fare il bagno.
Il mio ringraziamento era per le donzelle che non avevano colto la mia ironia su quel dolce che ritengo di pessimo gusto.
Buona domenica!
P.S. Ci metti un po’ di musica?
31 Maggio 2009 a 5:16 pm
api
già, che ci fai qui? le mie foglie d’insalata hanno ricoperto anche te, artur?
guarda che io ci ho i Clarion, credo si dicano così, a tutto volume, ici…
non ce la faccio più!!! cosa passa oggi l’allegra brigata (sic!) ??
31 Maggio 2009 a 6:20 pm
arthur
ma io sono al mare…
)))
3 Giugno 2009 a 10:21 am
arthur
‘giorno…
Ciao Apina, bella la poesia di tuo padre, molto, e anche la tua non è da meno.
E per quanto riguarda il terzo babà… ma chi è che mi addenta?
3 Giugno 2009 a 11:10 am
romaguido
Bentornato, Arthur!
Noi veniamo fuori da un lungo ponte all’insegna di torte Sacher, panna e fragole ed ora piangiamo amare lacrime di coccodrillo; non tentarci, per carità!
Ma ti rendi conto che le tue proposte diventano oscene in periodo di prova costume?
Buongiorno alle signore del blog!
3 Giugno 2009 a 12:39 pm
arthur
Grazie Rosamaria, certo che da quello che mi dici, non avete avuto per niente ritegno e immagino Apina con tutte le sue alette sporche di crema… zzzezezezezezezezeeeezzzzzzz… ‘nnagg… ‘nnagg… ‘nnagg…
Comunque… io ho avuto una nuvoletta incazzosa sopra la testa per tutti i quattro giorni, tranne ieri che, disperato, al ritorno, mi sono fermato al lago…
Ari_comunque… tanto relax, ottime cene e pranzi, molto movimento, un po’ di sane compere, e soprattutto (…), tanta buona compagnia.
Però non hai risposto alla mia donanda, chi è che mi addenta?
3 Giugno 2009 a 12:59 pm
Elle
Arthur, bentornato dal tuo luuuungo week end e se ti può consolare sappi che non è stato insidiato dalle nuvole solo da te, purtroppo.
Una piccola correzione: la poesia non è del padre di Api, ma del papà di Sottovoce che sinora non ho nemmeno ringraziato per queste sue incursioni tra queste pagine. Chiedo scusa, è che a volte mi perdo anch’io tra i vari post, i commenti, le musiche…
‘giorno e ‘pranzo a tutti tutti
3 Giugno 2009 a 1:11 pm
arthur
Oh mannaggia, chiedo scusa a Sottovoce, ma scrivendo il commento, l’ho saltata pari pari e me ne accorgo solo adesso che Elle me lo ha fatto notare.
Oops… mi spiace!
3 Giugno 2009 a 2:41 pm
romaguido
Arthur, ma per caso pensi di essere finito in un programma di Maria De Filippi?
Scendi dal trono, inginocchiati, giura amore eterno e fedeltà imperitura e, visto che siamo in un’epoca di grandi ideali,
fatti accompagnare da un commercialista che possa dare ogni delucidazione su 740, 730, Modello Unico, mappe delle parcelle edificabili e piante degli immobili intestati a te…
Io, in tubino bianco (di pura matrice cinese, si badi bene!) e acconciatura alla Audrey Hepburn, ti aspetterò ai piedi dell’altare… con la segreta speranza che arrivi quel vichingo di Dustin Hoffman a strapparmi ad un crudele destino.
http://www.youtube.com/watch?v=S7qxuatc5YM
P.S. A chi devo mandare il contratto sulle royalties del film che ne verrà fuori?
3 Giugno 2009 a 4:48 pm
arthur
‘nnagg…
4 Giugno 2009 a 9:08 am
api
…io faccio la damigella….
4 Giugno 2009 a 9:33 am
romaguido
@api
E vuoi vedere che da te, invece di Dustin Hoffmann, viene Brad Pitt?
A conti fatti, anche Raoul Bova nn sarebbe male!
@ arthur
Ma ti pare che il console di Vattelapesca e il Marchese di Roccaverdina non abbiano niente da replicare? Il nano berlusconensis, nelle sue memorie, racconta che…
@Elle
Fino a quando ti limiterai a fare la castellana silenziosa. dignitosa e altera, lasciando a noi il ruol di burloni di corte?
4 Giugno 2009 a 9:41 am
api
macchè, rm…a me dustin piace, ed anche gerard, non disegno neanche il renò! oddio, se poi parliamo di sean e robert, così invecchiati come sono, va bene lo stesso!
non mi piacciono i bambolotti….già, elle, giochi a nascondino? così tu passi per saggia ed il trio lescano (arcleto è quello alto, altro che direttore come vorrebbe lui!) organizza il circo!! non va bene, elle, attaccati al trapezio anche tu…io sono sul filo! rm ed artur hanno bisogno di riposarsi, sai com’è…api.
4 Giugno 2009 a 10:56 am
Elle
Ehi ehi…quanto rumore per nulla mie care madamigelle!
Io castellana proprio no, silenziosa solo di tanto in tanto e soprattutto quando ho un sacco di orari e situazioni da incastrare nemmeno giocassi a shangai, dignitosa sempre, altera jamais! Saggia poi…figuriamoci, ma trapezista in equilibrio precario…vedi che alla fine ci siamo arrivati?!?
Bonjour à vous mon cirque du soleil
E allora: Alegria
4 Giugno 2009 a 11:06 am
arthur
‘nnagg…
Evvabè, ‘giorno (Apinaaaaaaa… ti ci vedo come damigella d’onore…
)
4 Giugno 2009 a 11:10 am
Elle
A proposito di Apina—–comunicazione di servizio——
Mi prega di dirvi che il suo coso (leggi pc) si è rotto, sta usando “un dinosauro che fra accendersi e connettersi ci mette mezzora e subito dopo si scollega!”
Mia cara, la tecnologia quando si ribella è una scocciatura infinita, lo so…ma noi ti aspettiamo qui lo stesso e non preoccuparti il posto da damigella d’onore ormai è tuo honoris causa…
4 Giugno 2009 a 11:21 am
romaguido
Elle, ma perchè hai tolto la parodia di “Uomini e donne”?
Mi fa morire dal ridere.
“Cirque du soleil” mi piace molto. brava!
4 Giugno 2009 a 11:40 am
Elle
Ooops Rosamaria, mi dispiace, ho cancellato per sbaglio quel tuo commento di ieri, perchè mi sembrava doppio. Se mi rimandi l’url del video di Youtube, modifico il commento e rimetto tutto a posto.
5 Giugno 2009 a 1:05 am
romaguido
Sullo stesso argomento, una citazione più colta:
http://www.youtube.com/watch?v=rJtr0xq1uI0
Voi che sapete
che cosa è amor,
donne vedete
s’io l’ho nel cor.
Quello ch’io provo
vi ridirò;
è per me nuovo,
capir nol so.
Sento un affetto
pien di desir,
ch’ora è diletto,
ch’ora è martir.
Gelo, e poi sento
l’alma avvampar,
e in un momento
torno a gelar.
Ricerco un bene
fuori di me.
Non so ch’il tiene,
non so cos’è.
Sospiro e gemo
senza voler,
palpito e tremo
senza saper.
Non trovo pace
notte, nè dì,
ma pur mi piace
languir così.
Vio che sapete
che cosa è amor,
donne, vedete
s’io l’ho nel cor.
5 Giugno 2009 a 3:29 pm
gekina73
Ciao Elle. Bello leggere il tuo post.
Io ho fatto del diritto all’epidurle la mia ossessione.
Segnalo:
LA PETIZIONE “EPIDURALE GRATUITA e GARANTITA”
http://www.firmiamo.it/analgesiaepiduralegratuitaegarantita
Il gruppo su facebook:
http://www.facebook.com/groups.php?id=536719112&gv=12
E poi il mio blog sull’argomento
http://epidurale.blogspot.com/
5 Giugno 2009 a 8:48 pm
Elle
Ciao Gekina, grazie per la visita. Deduco tu abbia letto il mio post “E tu partorirai con dolore” e credo che il tuo commento, ad esso si riferisca.
Ti dirò, io non sono a tutti i costi per l’epidurale, così come non sono per il parto naturale a tutti i costi, ogni persona (ed ogni gravidanza) fanno storia a sè e vanno valutate caso per caso.
Però sono per le scelte libere e soprattutto consapevoli.
5 Giugno 2009 a 9:05 pm
api
http://www.youtube.com/watch?v=j-o-s-5eAXc
scusa, elle, mi piazzo qui…di là è impossibile!!!
riunisci il trio e si decide: o cambiamo luogo od apriamo una radio pirata…
questa è per Koko, una regina del blues, morta oggi. api.
14 Giugno 2009 a 7:54 pm
api
se la mente svanisce
come ogni notte
ininterrotto sgranare
quando il sipario
viene scostato dal buio
silenzio dai muri
l’animale della casa
acciambellato
nel sonno e si scatena
il vissuto resetato
nel cervello
nelle trappole del
dimenticato
inventa nuove storie
di stesso rancido
succo
niente difese al
sudore freddo
dei ricordi fulmini
schiaffi di memoria
nascosta
pellicola d’animo
svelato dentro corpo
immobile inchiodato
a sè ed al noto
rivisto con occhi
impietosi d’incubo.
api, giugno duemilanove.
15 Giugno 2009 a 4:32 pm
virgiliopanarese
Ciao Elle… ti dedico questo nuovo racconto… a presto Virgilio
La ninna nanna delle Libellule
Avevo visto crescere i miei seni così velocemente da non rendermi conto di avere un qualcosa in più sul mio corpo. Amavo distendermi tra le piante disposte come una barriera in difesa della ringhiera del balcone di casa. Il nostro era l’unico ad avere quel tipo di protezione. Vivevo con la mia sorella maggiore in un palazzone di 18 piani. Periferia di Hong Kong. Il nostro condominio visto dal basso appariva come un parallelepipedo gigantesco cosparso di infissi d’alluminio e condizionatori, l’intonaco aveva il colore simile a quello del vomito maturo, crepe disseminate ovunque e fili elettrici penzolanti facevano da cornice alle urla, agli scricchioli ed un vociare costante che proveniva da ogni angolo di quell’ammasso di cemento avariato. Non so chi avesse scelto il mio nome, non avevo mai incontrato i miei genitori, né tantomeno mia sorella aveva memoria di loro. Toyoko, mia sorella aveva cominciato a lavorare ad otto anni come aiutante di un fruttivendolo e come prostituta poi non appena compiuti i 12.
“Yoriko! Sù entra che è pronta la cena.” Toyoko mi chiamò con insistenza. Entrai. Aveva cucinato i CHIAO-TZU, i ravioli cinesi ripieni di carne di maiale macinata, funghi e soya. Avevo scoperto il rancore a 12 anni, l’amore a 13, l’odio a 14 e l’apatia a 15. Era il mio compleanno, il mio sedicesimo compleanno e Toyoko aveva fatto una pazzia. Aveva comperato un paio di scarpe di Christian Louboutin. Credo che avesse speso i guadagni di tre mesi.
“No! Non posso, portale indietro di prego.” Avvertivo un formicolio alle dita, ero emozionata, felice e disperata contemporaneamente. Gli occhi volevano straripare un affetto non quantificabile né con le parole né tanto meno con dei gesti. Un cazzotto allo stomaco mi aveva colpito così forte da provocarmi un emorragia di emozioni.
“Non preoccuparti tesoro, è un regalo, prendilo e indossalo quando uscirai con l’uomo più bello di Hong Kong.” Sorrise. Non pronunciai una parola per tutta la serata. Corsi nella mia camera, mi svestii completamente, mi lavai come se non lo avessi fatto da anni. Ancora bagnata indossai i miei nuovi stivali.
Erano passati circa 8 anni da quella sera, Toyoko mi aveva lasciata circa un anno dopo. Era morta di AIDS. Aveva prima perso peso, poi colore e a mano a mano che la morte faceva il suo lavoro, lento, metodico, certosino il suo corpo mutava trasformandosi in quello di un alieno. I suoi seni erano scomparsi, svuotandosi completamente come due borracce prive d’acqua. Non perse mai il sorriso, nemmeno quando i dolori cominciarono ad essere insopportabili.
“Ho incontrato Dio l’altra sera. E’ una donna lo sapevi?” Domandò con un sorriso melanconico stampato sulla faccia.
“No, non ci credo, hai incontrato Dio?” Domandai incredula, assecondandola.
“Si! Ha una casa bellissima, cosparsa di borse Miou-Miou, sandali Alexander MacQueen e stivali Louboutin. Stivali proprio come i tuoi. Non ci crederai, ma le sue assistenti sono uno sciame di libellule. Mi hanno cantato la ninna nanna. Il mio momento è quasi arrivato mia cara.”
Toyoko morì un sabato mattina, sola, giovane e deturpata per sempre della sua bellezza.
Lasciai Hong Kong pochi mesi dopo, volai via come una di quelle libellule impazzite, forse una di quelle che aveva cantato la fine della mia cara sorellina.
Ero partita alla ricerca di un ragazzo italiano. L’avevo conosciuto 2 anni prima ad Hong Kong. Una sera in un ristorante Libanese mi aveva invitato a bere un Cosmopolitan, avevamo trascorso tutta la sera insieme. Ero spaesata, lunatica e impaziente. Lui affascinante, ben educato e pieno di se. Mi addormentai sul tavolo, mi risvegliai in una camera d’albergo spogliata dei miei vestiti. Nuda, con i seni penzolanti mi alzai dal letto, mi guardai allo specchio. I miei fianchi larghi erano la prima cosa che notai osservando la mia sagoma nell’oscurità. Incredula aprii la porta del bagno e trovai Alfredo con un vestaglia di lino tra le mani.
“Scusami non volevo essere indiscreto, ma eri così ubriaca. Non volevo lasciarti in quel locale da sola.” Queste furono le sue uniche parole. Appariva intimidito. Una donna entrò dalla porta principale. “Cara, scusami sono stata io a spogliarti, eri tutta ricoperta di vomito”. Linda era la segretaria personale di Alfredo. Non credevo fosse possibile. Quell’uomo era così imbarazzato, non era stato lui a toccarmi, non mi aveva sfiorando nemmeno con un dito. Ero io ad avere in quel momento una faccia da rincretinita. Avevo creduto che fosse accaduto qualcosa, invece, avevo valutato la situazione con superficialità e sopravvalutato le mie aspettative. Mi sentivo come una puttana, mentre quel gentiluomo non mi aveva affatto considerato così. Uscimmo altre due sere. Ero attratta incredibilmente da quel ragazzo, ma nulla accadde nemmeno le sere successive. Andò via il sabato mattina seguente. Conoscevo il suo nome, possedevo il suo numero di cellulare. Arrivai in Italia. Roma. Camminavo per le vie del centro illuminate da fasci di luci arancioni, i colori, i riflessi, i suoni erano tali da trasportarmi lontano per sempre dalla periferia di Hong Kong. Provai a telefonare. Una voce registrata pronunciava qualcosa in Italiano, qualcosa a me incomprensibile, ma che intuitivamente mi mostrava la realtà. Ero a Roma, in Italia lontana migliaia di chilometri dal mio decadente sobborgo urbano. Il suo telefono era spento? O il numero sbagliato? Mi ha dato un numero sbagliato volontariamente? No! Forse sono stata io a scrivere un numero Sbagliato? Camminavo, avevo acquistato un giubbino più pesante, non credevo che facesse così freddo in Italia, durante l’inverno. Entrai in una locale, mi servirono un bicchiere di Pinot Grigio. Avevo compreso quella sera che i fantasmi esistono realmente. Esseri umani che compaiono nella tua vita sconvolgendola per sempre e poi, e poi svaniscono nel nulla come le onde concentriche formate nell’acqua dopo aver lanciato un sassolino. Lanciavo i miei sassolini nel Tevere, quando il mio cellulare squillò. Era il suo numero, era Alfredo.
“Pronto!” Esclamai con una felicità difficile da rappresentare.
“Pronto!” La voce che udii era una voce femminile.
“Pronto. Sono Yoriko. C’è Alfredo?” Domandai, imbarazzata e con una strano presentimento.
“Ciao Yoriko sono Linda, ti ricordi di me?”
“Ciao Linda, certo che mi ricordo.” Parlammo per circa dieci minuti.
Linda era incredula non credeva fosse possibile. Ero a Roma. Ero così vicina. Ci incontrammo in un bar del centro, alle spalle di piazza di Spagna.
Alfredo non c’era più o almeno, l’Alfredo che ricordavo io non esisteva più. Un anno dopo la sua partenza un incidente aereo l’aveva ridotto come un vegetale. Non aveva parenti, aveva solo Linda. Non riuscivo a trattenere la mia disperazione. Aveva conservato una nostra foto per due anni. Non mi aveva mai cercata, non aveva mai voluto condividere nulla, eppure scoprii quella sera che mi aveva amato, mi aveva amato più di quanto io potessi immaginare.
“Cara Yoriko, quando leggerai queste poche righe capirai. Ti ho amato, ti amo e ti amerò per sempre e proprio per questo motivo non voglio che le nostre strade si incontrino di nuovo. Preferisco che la mia immagini resti impressa nei tuoi occhi per sempre nello stesso modo, come quel giovane gentiluomo conosciuto per errore una sera ad Hong Kong. Non voglio che la quotidianità rovini tutto, la passione decadendo lacera i rapporti sino a fare odiare due innamorati. Non volevo e non voglio. Ti amerò per sempre e ti ricorderò sempre così come in questa nostra foto, giovane e bella.”
Cercai di trattenere le lacrime osservando quella fotografia. Cercai di trattenere le lacrime sia quella sera, che il giorno in cui Alfredo su sotterrato. Avevo trascorso due mesi in Italia prima di far ritorno nel mio parallelepipedo di cemento.
Distesa tra le piante del mio balcone, accesi una sigaretta pensando di avere amato un fantasma.
15 Giugno 2009 a 10:35 pm
Elle
Api, proprio belli questi tuoi versi onirici.
Si respira quasi l’affanno dell’incubo e l’angoscia di un risveglio che ti ha lasciato col fiato corto e la fronte sudata.
C’è il ritmo convulso e l’aria rarefatta quel tanto che basta per entrarci dentro ed uscirne, salvo poi rientrarci e ripercorrerla ancora da capo a fondo, cercando di regolarizzare il respiro affannato. Grazie, davvero un bel regalo.
15 Giugno 2009 a 10:58 pm
Elle
Grazie Virgilio, che piacere rileggerti!
Il mio commento, è da te.
16 Giugno 2009 a 9:52 am
arthur
Anch’io ho respirato, come dice Elle, l’affanno e l’angoscia di un risveglio nei tuoi versi, api… belli!
16 Giugno 2009 a 2:20 pm
virgiliopanarese
Grazie veramente, non credo di aver avuto mai commento più bello e gradito!!!
18 Giugno 2009 a 11:03 pm
api
sei come ali di falco
celate dietro
macigno di ossidiana
schegge
frantumate di risacca,
onda passata
sbriciolata al calore
di premuroso silenzio.
a te che segui
ruota impazzita
con rapace pazienza,
ungo di miele
il raggio della mano,
lo stesso colore
dei tuoi occhi in amore.
2006- api-
vorrei dire una cosa a Vincenzo: i tuoi racconti riescono a rendere lo spazio tra questo mio mondo ed il tuo, vicino il tanto che basta ad apprezzare, sincera, il modo di proporti..insomma, mi piacciono, ci leggo tante sfumature, dentro, che per me poetastra breve o prolissa, mi riporta alla cosa che amo: leggere! ciao, api.
19 Giugno 2009 a 8:16 am
romaguido
@ api
E adesso da dove salta fuori ’sto Vincenzo? Non avrai mca bisogno di un ripasso del calendario?
‘giorno!
19 Giugno 2009 a 9:37 am
api
chiedo solo adesso scusa a Virgilio, accidenti! forse era tardi e non capivo molto…direi un refuso da stanchezza!!
grazie, rm, di avermelo detto…
Virgilio, parlavo di e con te…, api.
27 Giugno 2009 a 2:28 pm
virgiliopanarese
@ Api… grazie delle belle parole. Puoi pubblicarlo sul mio BLOG? Sarei onorato.
@ Elle. Non c’è stata attesa questa volta ho pubblicato due nuovi racconti… Il designer di Loculi – Intermittenze.
Buon fine settimana a tutti, Virgilio
10 Luglio 2009 a 11:54 pm
api
Girotondo Otto – al G8
Come girano
mordendosi le code
uno con l’altro
cappelli e pulci!
Sembra il circo
della mia infanzia
quando mia madre
mi teneva la mano
davanti ai pagliacci,
Che paura!
Dopo si deliziava
nel ruolo
di mamma scimmia,
scrupolosa e intenta
cercando uova viaggianti
sui nostri capelli
lucidi e fluttuanti,
ancora legati
al funambolo di scena!
Ed ora?
come me tutti
cresciuti
assisto al penoso
girotondo
di grandi miseri
della terra
che spostano
corte e cortigiani
altrove,
dove neanche la terra
c’è più,
fragorosamente crollata
nel potere del cemento!
Chi mai li ha voluti
i loro banchetti
sull’isola
liberata da armamenti
e sfoggio di
belligerante attesa!
Chi si è ingannato
ed inganna
nel rivendicare
le ossa di fine pasto,
si accontenti ora
di colonne infami
che bucano il cielo
a quadretti,
cemento e ferro,
e sempre fame,
immobili nel tempo,
al posto di secolari
querce.
E continuano a mordersi
la coda
e le mani,
magari il ventre
sempre colmo,
rivendicando possesso
ancora,
tacendo sull’isola
che di granito è fatta,
di vento e ginestre,
di marea che avvicina
e porta via!
I potenti si divorino
pure,
gli indigeni
compiono riti
di ringraziamento
agli dei dispettosi.
api
ventisei aprile 2009
11 Luglio 2009 a 7:38 am
romaguido
“gli indigeni
compiono riti
di ringraziamento
agli dei dispettosi.”
Perchè il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi…
11 Luglio 2009 a 11:20 am
arthur
Mannaggia apina, quanto c’hai ragione…
16 Luglio 2009 a 7:15 am
api
E’ in corso la raccolta firme per una petizione popolare atta a chiedere la revoca della delibera regionale n° 24/24 del 19/05/09.
Tale delibera, il cui documento e riportato in allegato, consente nuove e più corpose concessioni demaniali della spiagge sarde, senza tenere conto di alcuna valutazione di pregio e d’impatto ambientale.
Per una discutibile finalità di “Valorizzazione turistica”, vengono sottratti alla fruizione pubblica e consegnati all’interesse privato, fino al cinquanta per cento dell’estensione degli arenili, lunghi almeno 250 metri.
I sardi, sempre più estranei ed emarginati sul proprio territorio, dovranno cercare di trovare accesso, in modo sempre più difficoltoso, negli spazi rimasti liberi da questa orrenda e lesiva lottizzazione.
Occorre che la gente sappia ciò che sta accadendo, diffondendo e ramificando, quando più è possibile, un informazione che oggi sembra avvolta da una cortina di silenzio mediatico.
Chi ha a cuore le sorti di quest’incantevole isola, ha il dovere di difenderla con ogni mezzo e deve poter esprimere il suo democratico dissenso perchè esso sia di contributo al peso esercitato dalla volontà popolare.
http://www.firmiamo.it/perladifesadellapubblicitadellespiaggeinsardegna
scusami, elle, credo che interessi tutti e non solo noi isolani! mi permetto di portare qui l’invito a firmare la petizione perchè credo che il mare, la sabbia, la terra sia di tutti! non di palazzinari o frizzanti pubblicitari! bastano le servitù militari che continuano ad opprimere ed ammalare l’aria! invito tutti a firmarla…vado ora a metterla un pò ovunque..grazie per lo spazio che mi sono presa! bacio, api.
16 Luglio 2009 a 9:35 am
Elle
Scusa api il tuo appello era andato in spam e me ne sono accorta solo adesso. L’ho recuperato e adesso vado a firmare anch’io…
23 Luglio 2009 a 1:43 am
Claudio dei Norma
Stanotte ti ho sognata.
Le tue ali erano nere e ci amavamo.
Ma il tuo nome significa solitaria.
23 Luglio 2009 a 9:14 am
Elle
Solo tre righe…ma così intense, dense, simboliche, evocative. Bellissimo.
Grazie Claudio per averle lasciate qui…
28 Luglio 2009 a 8:49 am
Loris
Non ho un mio blog, ma so che Elle è lieta di ospitarmi. Questo post lo dedico ai miei amici podisti.
Tempo di vacanze. Io sono quasi pronto. Ma ieri mentre mi allenavo avvertii un pò di nostalgia. I miei amici runners non andranno in vacanza, quasi nessuno, e qualcuno già avverte la mia mancanza…parlo di quelli lenti come me. Si perchè “noi lenti” oltre ad allenarci, parliamo, parliamo tantissimo. Ci diciamo quasi tutto durante l’allenamento, apriamo il nostro cuore senza paura. Ho imparato a conoscerli ad uno ad uno e purtroppo in ognuno di loro ci sono storie tristi da raccontare, storie che ancora oggi commuovono. Ed ecco che spesso al sudore dell’allenamento si mescolano le lacrime.
Ed è a loro che dedico questo mio commento con l’augurio che non smettano mai di correre e con la speranza che prima o poi si raggiunga la meta desiderata.
28 Luglio 2009 a 10:46 am
Elle
Loris, lo sai che mi fa piacere averti qui, scrivi pure quando vuoi.
Bello questo legame che hai descritto tra voi che correte, qualcuno più veloce, qualcuno più piano. E correndo mischiate emozioni e parole al sudore, ai sorrisi e a qualche lacrima. Corri Forrest, corri…
28 Luglio 2009 a 4:44 pm
api
P I Q U E T E R A S
Ci fa trovare insieme
per le strade interrogato punto
unico fermaglio tra menzogne
di miriadi virgole pressate
che dividono giorno da giorno
ora da ora risveglio da notte…
la fame.
E ci prende la sera senza avviso
con letargo di stomaci insani
vicini a precario pagliericcio
tra marciapiedi e sfacelo
dell’ultimo ininterrotto brusio
calpestato cammino incerto
di viandanti.
Ci porta lontano la fame
in quei sentieri segnati
dal frastuono di liberismo e dolo
sui nostri presenti vagabondi
sui solchi di terra non più arata
in oceano di timorose silenziose
urla d’ameba.
Sconosciute miserie cupe
velate frastornate esistenze
percorrono ed agitano la città
di buoni angeli stramazzati
su suolo povero rapinato
depredato. Spropositata…
la fame.
Stessa comune distanza
da cibo letto casa lavoro
diamo suono ai ventri vuoti
di tamburellante benigna attesa
pretesto di risposte ovvie
ad umanità violata
o v u n q u e.
E ci troviamo insieme
trasportati da dita di merengua
nei viali seminati dai nostri passi
vita ritrovata bolle irrequiete
salti su fuochi tra cartoni e occhiate
di bimbo nutrito da madri feroci,
fiere indomate.
api, ventudue luglio duemilanove.
ecco. un motivo per cui poetastro e basta, questi giorni, non sarei capace di giocare con voi. le radici ancorate alla terra di tutti mi tengono ben avvolta, i voli che riesco a fare, ora, sono questi.
30 Luglio 2009 a 8:41 pm
api
BARUMINI
E fu così che si decisero a partire.
Un’estate torrida come quella era da tanto che non si vedeva, si sentiva sulla pelle. Avevi appena finito di rinfrescare il cortile, le piante, i piedi al getto della pompa del giardino che, nonostante l’ultima doccia appena fatta, eri già fradicio di sudore! Del resto, non c’era niente in programma, per quel ferragosto, se non le teglie preparate dalla sera prima: pasta al forno e tortino di zucchine, due classici per chi non sa cucinare! I bambini stavano nuovamente litigando con le code dei gatti, pronti a scapicollarsi nella stradina sterrata davanti alla casa, e lei…lei no! Non aveva nessuna intenzione di trascorrere un’altra giornata a rincorrere i due infanti, tantomeno a pulire, arieggiare
( e con quale aria? quella del fuoco?!), lavare, con gli occhi rivolti alle colline vicine a controllare, inquieta, segnali di fumo che svelassero l’ennesimo, tremendo bruciare di macchia e boschi.
Partiamo! Disse sicura e nessuno oppose resistenza.
Del resto, i bambini non capirono, per loro partire significava mollare i gatti ed intraprendere l’ennesima battaglia con qualsiasi forma di vita, solo Giovanni, dalla sua placidità d’uomo seduto all’ombra del grande albero, osò chiedere: E dove si va?. Ovunque, rispose lei, pur di non passare un’altra giornata a bruciarsi lentamente i neuroni a casa!
Non c’è problema disse lui, con calma. Si avviò verso casa, alla libreria e tirò fuori uno dei suoi tanti libri sulla Sardegna..Oddio, pensò lei, un altro nuraghe no! E neanche l’ennesima tomba dei giganti…ci morirei dentro!!
Un attimo di silenzio, anche i gatti non si sentivano più miagolare disperati, e la parola risuonò forte, baritonale, fra le pareti, rotolando sul selciato, girando intorno all’albero per finalmente arrivare alle sue orecchie: BARUMINI!
Elena rimase sospesa tra parola e pompa dell’acqua, incollata alla terra già asciutta dove radicavano i suoi piedi, fermi nello stupore…BARUMINI?! disse con cipiglio: ma sai quanto ci vuole ad arrivarci? Ma sai che ore sono? Ma sai che il nostro catorcio non ha l’aria condizionata??!
Era sua abitudine fare domande a raffica, senza attendere risposte; per fortuna, questo suo trillare veloce si esauriva in fretta, lasciandola esausta, così da permettere all’altro di rispondere.
Vuoi andare in un posto che conosci a memoria oppure scoprire luoghi di cui vai orgogliosa senza averli mai visti? E poi, cosa ci vorrà mai? Ci fermiamo per strada a mangiare qualcosa, i bambini si portano dietro i loro giochi ed i libretti da sfogliare, e pian piano si arriva lì…cosa c’è di così complicato? Giovanni sapeva bene che, usando un tono indifferente, Elena si sarebbe rilassata ed avrebbe detto…e va bene, metto i sandali e si va dove dici tu!
Il caldo delle dieci, i sedili bagnati che trasmettevano alla schiena ulteriore bollore, le labbra chiuse nel tentativo di tenere incorporati i pochi liquidi disponibili, i bambini storditi ed esausti dopo l’ennesimo battibecco…Elena aveva terrore della superstrada, quella a scorrimento veloce dove, che fosse estate o inverno, si aggiungevano mazzolini di fiori di plastica, a ricordo di chi ultimò il suo viaggio prima del previsto.
Giovanni sapeva. Per questo motivo prese la provinciale, più lunga, più tortuosa, come montagna russa di giostre isolane, ma lei ne fu felice e giurò a se stessa di tacere, qualsiasi cosa andasse storta!
Si accomodò la cintura che le torturava il seno, chiudendo gli occhi, rassicurando i piccoli con la frase consueta: vedrete, sarà una meraviglia, questa gita! I pargoli, ignari, almeno si acquietarono tra un pisolino ed un strappo al libretto di turno.
Hai visto? Disse l’uomo di casa..Siamo già al centro di Laconi, guarda che boschi, respira quest’aria, purificati dai cattivi pensieri! E guarda che parco..ci fermiamo qui per mangiare? Del resto è ora di farlo, siamo tutti affamati!
Ridestandosi dal torpore Elena, nel pieno della sua poca praticità e della tendenza a contraddire il prossimo, non trovò di meglio che cinguettare: ma figurati se gli alberi finiscono qui! Andiamo ancora avanti, così si guadagna tempo e finalmente vedremo stagliarsi all’orizzonte la reggia nuragica!
Appena lo disse, si accorse di aver infranto il giuramento del silenzio, avrebbe voluto ringoiarsi le parole ma il catorcio proseguì, col suo carico di neuroni fritti. Una curva, gli occhi ancora colmi di verde ed i polmoni rinfrescati, che si aprì alla loro vista un enorme vuoto, campi giallo ocra riarsi dal sole, terra apertasi in crepe profonde, ciuffetti di rovi, nessuna oasi, nessun posto ombroso dove ripararsi.
Lui guardò di sbieco verso il sedile del passeggero e con una calma urticante…: ecco, questo è il Campidano, in piena estate! I colori sono belli, un po’ troppo omogenei, ma che sfumature!
L’ironia era palpabile, lei ne fu investita come da un calorifero in una giornata di neve.
Non perdiamoci d’animo, ferma dovunque ci sia un luogo che TU ritieni adatto, frenando la linguetta e cercando di recuperare stima agli occhi del compagno.
Qualcuno li vide, qualcuno passò in quell’arida landa, e magari rise.
Mangiarono sul solito tavolino da campeggio la pasta al forno ed il tortino, scolandosi le bottiglie d’acqua fresca, osarono persino sdraiarsi sulle stuoie da mare, giusto un po’, i bambini gioivano appena si misero a petto nudo, levandosi le magliette da strizzare. Sembrava un quadretto di serenità, se non fosse che l’unico riparo lo trovarono sotto una fila di eucalipti piantati sul ciglio della strada, a ridosso di uno sterminato campo in fermo biologico, totalmente concimato a letame!
Che importa, pensò Elena, è tutto Natura!! Cercando di non ascoltare i lamenti dei figli che grazie proprio a quella natura possedevano un ottimo olfatto, provò a scindere mentalmente sapore da odore, cosa alquanto difficile da farsi, perché si sa, i sensi vanno insieme e di fretta, non si fanno cortesemente strada uno all’altro ma si tengono per mano insieme!
Ormai col caldo era evaporata qualsiasi ostinata resistenza: l’ultimo sforzo per rimettere al loro posto le carabattole e il catorcio ripartì, sofferente e ansimante ma deciso nell’allontanarsi da quel riparo ingrato, inospitale, puzzolente, in tutta fretta, ingranaggi permettendo!
Le tre del pomeriggio, ormai.
D’improvviso un cambiamento nella linea continua piatta e noiosa, un sospiro di incerta soddisfazione animò i sedili, le voci dei bambini…uno scambio di sguardi, finalmente complici, riportarono Elena e Giovanni ad un’intesa, che se pur magra e sudata, affannava nell’aria meno pesante…..le prime avvisaglie di muri, massi granitici che definivano spazi di antichissime abitazioni, perfetti nel loro crescere verso il cielo, al posto degli alberi.
E, come ruvida carezza, sotto le nuvole, la fierezza delle torri, delle cinta murarie, non più crespi arbusti ma erbetta verde a cingere gli sguardi spalancati su quella sofferta bellezza: il castello nuragico d’immemore storia, l’imponenza preziosa di un popolo di abili costruttori, di leggende e magie tramandate da madre in figlio, testimone inquieto di un passato lontano ma codice genetico ancora frullante nelle vene dell’isola, nei suoi monti, nelle sue coste levigate e nel mare aggrappato a strapiombi con incredula superbia; così amata l’isola, così desiderata in ogni dove per i suoi profumi e colori, inganno per viaggiatori e radici profonde ed inesorabili per i suoi abitanti.
Le sfumature erano adesso marcate, tra terra e cielo, tra pensiero e sogno, tra meraviglia e orgoglio,
tra desiderio e realtà. Erano arrivati, rilasciando sudore per assorbire l’antico e….con vilipeso stupore, mentre lo sguardo ne seguiva i contorni, scoprirono proprio a fianco della fiera fortezza
un modernissimo BARISTORANTEPANINOTECAENOTECAPRODOTTIARTIGIANALI sfacciatamente sbattuto in faccia ad una moltitudine di turisti che, come tante formiche ordinate e precise, facevano la fila al chiosco dopo il parcheggio per acquistare i biglietti e varcare la soglia di quell’immane zona archeologica!
Elena, con la bocca sorpresa, infastidita da tanta dissacrante presenza, posò gli occhi a terra e scoprì il motivo del prato inglese, paradossale : un impianto d’irrigazione esageratamente perfetto, d’ultima generazione, ingegneria automatizzata, nulla d’umano!!
Socchiudi le labbra, le suggerì Giovanni, parcheggiando nello sterrato vicino ad un cassonetto stracolmo. Potresti ingoiare gli insetti.
I bambini rotolarono fuori … biglie felici come pasque..il gelato, mamma! Il gelato!!
Fu l’unica prospettiva che intuirono ed Elena non poté far altro che farsi trascinare da loro sino ai gradini del bar, si voltò giusto un attimo per urlare a Giovanni: comincia a metterti in fila per i biglietti! Ma lui era già incollato alla coda di gitanti, facendo ombra, con la sua mole, ad un piccolo
signore completo di mappa, borraccia, cappello con visiera, occhialini da miope. E sandali da francescano.
Va bene, affrontiamo anche questo, lei pensò, e si produsse in effusioni da grande madre mediterranea, coi suoi pargoli, finalmente seduta sotto frasche , divorando il suo gelato nella speranza di recuperare le forze gocciolate via col sudore.
Guardandosi attorno, eliminò mentalmente il brusio continuo e fastidioso, concentrò tutta la sua immaginazione sull’enormità dei massi che le si paravano davanti, riempì i polmoni dell’aria che proveniva dal basalto lavorato da vento e sole , e si sentì trasportare in un altro tempo…lei, che aveva nel sangue l’eredità dei popoli che lì costruirono e vissero, aveva molecole che metabolizzarono in un attimo il suo viaggio a ritroso sentendo, toccando, vedendo la loro vita oltre i libri e le testimonianze tramandate, la vita di tutti i giorni e gli allarmi di guardie alle torri quando arrivavano nemici furiosi e la corsa di tanti, dal villaggio vicino, a cercare protezione all’interno della fortezza.
Sentì qualcuno che la chiamava..un fromboliere, forse, od un arciere che la sollecitava a porsi al riparo..no, era Giovanni che gesticolava ed urlava il suo nome: dai, muovetevi! Tocca a noi!
Si ritrovò in educata fila, lei teneva la mano al caschetto vivace, Giovanni stringeva quella del piccolo riccio, più sicuro che mai nel suo ruolo di padre, di guida, di saggio dei tempi andati..
Venti persone, non una di troppo, tutte vicine alla guida, una giovane ragazza che ad ogni frase, faceva la traduzione in inglese, francese, spagnolo….sardo no, eh?
Non conosceva la sua lingua, pensò Elena, troppo giovane, si è persa nei decenni da coloni, e poi, in fondo, parlare in sardo per chi? Solo per loro, considerando che erano gli unici indigeni del luogo presenti? E si iniziò il pellegrinaggio, immersi di colpo in un buio profondo, come profondi erano gli spazi, stanze grandissime ad ogive alte e perfette, rientranze in ogni dove, cunicoli che portavano ovunque. E lei tornò dea mater, ritrovò la sua dimora, il grande cortile interno dove si trascorreva la giornata intorno a focolari o accanto alle porte che comunicavano con gli altri piani.
Le feritoie, numerose, erano distribuite regolarmente su tutti i muri del perimetro; le scale, ripide e scivolose da passaggi millenari si distinguevano in budelli di penombra.
Luogo di culto, abitazione, di studio dei fenomeni celesti, di alta cultura e maestosità. O solo rifugio, nelle alte mura, alle incursioni provenienti dal mare?
Elena non sapeva, non poteva distinguere o valutare tutto quello che aveva saputo di quel luogo. Semplicemente ne era avvolta, immersa nello sfiorare la pietra, il muschio cresciuto verso nord,
gli angoli e gli anfratti, disorientata e padrona al tempo stesso di quegli attimi che erano sfuggiti alla memoria della sua gente. Seguiva gli altri ma non li vedeva, cinta com’era da corona di bronzo,
un braccialetto tintinnava di continuo alle caviglie…quante volte in quello spicchio d’ombra del pozzo il suo suono si era interrotto, nell’abbraccio del suo amato?
Fu un attimo, l’immagine di quella fusione di corpi si stemperò nella sua mente, qualcosa la riportò di colpo al reale, strappandole di dosso l’abito antico, la corona, ogni ornamento, le braccia dell’amante, il suo petto, il suo calore, l’umidità del pozzo…
Forte, sordo, penetrante come fitta di lama, il dolore si unì al rumore, rotolò per le scale e si espanse fra i muri, penetrò le fessure, s’infranse nelle cupole per precipitare fuori dalle feritoie, nello spazio aperto, nel giallo ocra di campi intorno. Elena aprì gli occhi, senza respiro, inconsapevole di sé e degli altri, se non della faccia allampanata del piccolo signore miope che stava all’ingresso, chino su di lei, preoccupato..: Signora, si è fatta male? Ha bisogno di una mano?
Vedendo porsi domanda e dita segnate dall’artrite, si riprese del tutto nel terrore che sì, era proprio successo: svolazzando coi pensieri e nel sogno, non si era accorta della possente architrave che si abbassava su un tratto del percorso. Aveva sbattuto la testa talmente forte da fare un suono spaventoso, od era il dolore ad esserlo?
Si fermarono tutti. Le sembrò un’eternità, prima di sentire la sua stessa voce dire: no, NO!! La ringrazio, non è successo nulla!
I bambini erano in salvo col padre, lei si liberò dallo sguardo miope che le indagava anche i battiti del cuore e, con dignità ancora principesca incontrò lo sguardo di Giovanni che si avvicinò lentamente e le disse, col suo solito pacato tono di voce:
Avevi intenzione di demolire tutto quello che né invasioni né millenni sono riusciti neanche a sfiorare?! E menomale che siamo i padroni di casa!!
Non rispose se non con uno sguardo indefinito. Il colpo era stato forte, la fronte pulsava, l’orgoglio scemava in rivoli di sudore freddo.
Si ritrovò fuori, nello spiazzo del ristorante, seduta su una sedia di plastica,a sorseggiare da un bicchiere, anch’esso di plastica, qualcosa di fresco, forse acqua.
api, duemiquattro, forse.
giusto per il caldo di allora e di oggi!
31 Luglio 2009 a 12:00 am
romaguido
Fortissimo, api!
All’inizio ero un po’ frenata dalla lunghezza; oensavo che ti avrei detto: – Ma hai postato un romanzo?
Poi tutto è fluito liscio come l’olio e mi sono divertita un sacco; bellissimi i colpi di scena, i sogni ad occhi aperti, le battute di Giovanni, nonchè lo stridore del contrasto antico/moderno, imponente essenzialità/consumismo gitaiolo.
Insomma, sei proprio brava, ape sardina, che più sardina non si può!
31 Luglio 2009 a 6:42 am
api
te lo dico, cos’è stato fortissimo, rosmarina bella, il colpo in testa, accidenti!
più che romanzo,,,direi cronaca di una giornata apesca….grazie, api.
31 Luglio 2009 a 9:13 am
Elle
Scrittura fluida seppur a tratti “sofferta”, ruvida, calda e afosa come allora, come oggi.
Grazie api per questi bijoux che lasci qui.
31 Luglio 2009 a 9:54 am
arthur
Apina, hai scritto un racconto meraviglioso, carico di ironia, la cronaca di una giornata che si legge tutto d’un fiato, con questa Elena che si lascia anche trasportare dalla fantasia.
Se non sbaglio conosci già Viadellebelledonne e allora, perché non pubblichi qualcosa anche lì?
Bello! Bello!
31 Luglio 2009 a 12:45 pm
api
ma…veramente con la viuzza rapporto contro e verso ebbi! ciò non toglie che furono proprio loro a farmi entrare in questo virtual mondo,,,,cosa di cui sono in ogni caso grata!
trovo ci siano belle menti e belle penne, in vdbd.
ma l’ape predilige le scorribande qui e pochi posti riservati,,,soprattutto forniti di pazienza, molta pazienza.
eh si, la conosco bene quell’Elena, io….
31 Luglio 2009 a 2:00 pm
arthur
E già, in VDBD ci sono delle belle penne e delle belle menti, infatti, per questo ti dicevo di andarci (il posto ideale pittia (per te…) …
) e poi, c’è una nostra carissima amica, Morena Fanti, e comunque, va bene anche così, questo tuo zampettare qua e là, anzi, un po’ da me e un po’ da Elle, visto che ci siamo abituati al tuo pungiglioncino, e poi i tuoi pezzi sono troppo belli, come farne a meno!!!
Conosci quell’Elena? Ne avevo il sospetto…
31 Luglio 2009 a 2:12 pm
api
intimamente, artur, intimamente….
31 Luglio 2009 a 2:39 pm
arthur
Intimamente… ricordo quella volta che Gerolamo delle Alpi Siusi, l’altipiano più vasto, più entusiasmante e magico d’Europa, scese a valle con dentro lo zaino una raccolta di vasi dell’epoca Pompeiana, si quelle che girano per le strade di Carupipi, da non confondere con “Caro il mio Peperone Maturo”, slogan lanciato negli anni ’80, per la vendita delle Lambrette, che non so se voi vi ricordate, erano uno sballo e tra l’altro, si cuccava un sacco e una sporta, nel senso che dopo si pigliava, si incartava a si portava a casa, e chi c’era c’era e chi non c’era, beh, ovviamente non c’era… vabbè, dicevo che una volta sceso a valle, gli si presentò un problema e cioè come fare a mangiare pane e mortadella se il pane non c’era e la mortadella neanche?
E’ vero, erano problemi da nulla, ma per uno come Gerolamo, detto anche l’asso del falcetto taglia erba, diventavano degli affari di stato, neanche avesse dovuto passare notte e giorno insieme a Pistagliarella di Coverciano, che nel caso sarebbe stato altro che problema, perché quest’ultimo, prima di prender sonno, aveva il vizio di cantare Calabresella Bella, in onore della sua femmina taurina, nonché mucca delle valli Brosento posteriore, dietro Centricarella settentrionale, che quando faceva il latte amava sentire quella canzone, che lui, intimamente, le cantava notte e giorno…
Ciao apina…
31 Luglio 2009 a 2:47 pm
api
guarda…al solito senza fiato,,,,
metto una cosa in radio che elle ha bisogno di ri-trovarsi , in questo balcone dove ci prendiamo anche a gomitate,,,cosi mi riprendo anch’io!
11 Agosto 2009 a 1:17 pm
api
NOte
capisco
di aver vissuto
a bastanza
viaggiato oltre confini
che solo
come piccola pietra
ho conosciuto
senza spostarmi.
tutto il mondo
mi è esploso
dentro.
arriverà il giorno
e per me sarà
una notte di quiete.
11 Agosto 2009 a 3:01 pm
romaguido
Non è un po’ presto, apina, per fare questi discorsi?
11 Agosto 2009 a 3:39 pm
api
cara, giusto un attimo. capita di aver necessità di un pò di tregua, senza fronzoli o ghirigori…musica nulla, oggi, rosmarina?
11 Agosto 2009 a 11:09 pm
romaguido
Cara, il mio pc è andato in ferie: lavora a singhiozzo, tanto che mi accorgo solo ora del tuo commento.
Notte! A domani.
21 Agosto 2009 a 2:59 pm
api
A piccoli passi
************
cristallina di rugiada
riposi
dopo saltellìi sul mondo
recisi
come steli di giunchiglia.
tanto fiera, così
serena la tua brezza
di cuore rinchiuso
in corpo di bambina,
sospeso alle nuvole,
nel tuo
frizzante e rauco andare.
ti ricordano
i ciottoli di tante strade
percorse
con ansia leggera
sulla terra madre, tua e mia.
insieme
dietro boccioli di ranuncoli,
nel gioco di tendere incanti
per un amante atteso,
mai sfiorato.
ti ricordano foglie
calpestate di fretta
nell’autunno che ti ha
ricoperta.
di pallida estate
il tuo senso del dare
nell’implosione di ossa
nell’inondare sabbia di mare,
come onda scompigliata
dal diverso che amavi
dall’altro che raccoglievi
tu,
piccoli passi
piccole mani.
seminavi nelle vie
contrarie
fresco crepuscolo
per i tuoi giorni
ma altri
non hanno colto
i tuoi segni,
hanno scordato
le tue danze
di ballerina
sul filo rappreso
di corpo genuflesso,
quando afferravi la vita
per difendere l’umano
dal vento e dal suo inganno,
ritrovandoti sola,
sotto la rugiada.
voltato lo sguardo,
gramaglie di vecchie
impergamenate
su banchi di quercia
intrisi del mio furore.
ti offrirò, ancora,
trame di soffice lino
per ripararti dalla pioggia.
dimenticano, altri.
ruvida carezza, la mia,
ma ti ho.
**********
…la mia ”piccoli passi”
LEI era una hobbit, non alla maniera fantastica di Tolkien ma una reale vita di piccola donna causata, in rari casi, da una deficienza ormonale in fase di crescita.
nessuna caratteristica fisica di “nanismo”, solo il suo corpo si è fermato all’età di otto anni.
giocava a paradiso nel cortile di casa sua con le altre bimbe, ed aveva già il ciclo, le altre solo treccine e piedini scalzi.
la conoscevano tutti, qui, ed anche nei paesi vicini, non solo per la sua particolarità fisica, ma per la disponibilità concreta, generosa di mettere gli altri prima di qualsiasi cosa, prima di sè stessa.
seguì il padre, la madre, il fratello e la sorella sino alla fine, lei così piccola, utilizzò tutta la forza delle sue fragili ossa per aiutarli, stare vicino ad ognuno di loro, senza risparmio fisico e d’umanità. e così fece, sempre, con tutti. rimase sola, in una casa grande che man mano si svuotò perchè regalò quasi tutti i suoi arredi, le sue carabattole, i suoi gioielli, perchè altri ne avevano bisogno più di lei e perchè tenere quegli oggetti la mettevano di cattivo umore.
la conobbi bene tanti tanti anni fa. fu quando avevo 25 anni.
non ci lasciammo più.
io giovane donna, ancora senza figli e marito e lei, minuscola perla di 50 anni, ci toccammo capendo di essere incappate in un mondo tutto nostro.
andavamo con la mia r4 in giro ovunque, risate, piccole follie..una volta, al bar, mi fece portare dal fioraio un mazzo anonimo di fresie e ranuncoli, sapendo che mi piaceva il tizio del tavolino vicino, convinta che questo lo ingelosisse, capirai!
ci eravamo incontrate, due vite diversissime per storia ed età. lei cattolica, io miscredente, entrambe contro ogni forma di potere, anche il minimo prevaricare di uno sull’altro veniva osteggiato da entrambe. in piccoli gesti, certo, ma giorno per giorno.
mi accompagnò il giorno del matrimonio in comune, come testimone. ne era felicissima lei, io un pò meno, visto che mi sposai, solo civilmente, per non fare troppo male a mia madre,. andai via di casa a 18 anni, per vivere quì ! il massimo dell’umiliazione, per i miei. glielo dovevo.
ribelle io, ribelle in altre forme, lei.
si ammalò.
le sue ossa implosero dentro il suo corpo, non riusciva a muoversi, si fratturava in continuazione, ma non voleva nessuno a casa sua, con lei. diceva di farcela lo stesso.
andavo a trovarla ed erano fiumi di caffè, sigarette, risate, piccole occhiate di complicità.
le dicevo sempre: vedi, guarda bene il tasto dell’ascensore sul tuo piano, non si legge più il numero! cosa vuol dire secondo te, che sei sola? direi piuttosto che è il più usato in tutto il palazzo!! e ridacchiava dicendomi: mi spiazzi sempre!!
la gente cominciò a diradarsi, però, ognuno preso dai suoi problemi, ognuno stanco, ed è allora che cominciò a morire..la sentivo mattina e sera, mi accorgevo che ripeteva le stesse cose, la testa cominciava a non esserci più.
come per miracolo comparvero dei suoi parenti di un paese vicino che se la portarono via, a casa loro.
in poco tempo, Grazietta se n’è andata. non la rividi che dentro il baule, eravamo in quattro. la marea di gente che lei conobbe ed aiutò, o semplicemente le fu amica, non c’era.
non voleva nessuno, se non le persone che lei stessa decise di avere, questa fu la versione dei suoi sconosciuti parenti.
niente manifesti, niente telefonate, niente di niente.
nella cappella del cimitero eravamo in dieci. piansi tutte le lacrime che a volte le asciugavo, le dicevo sempre che mi costava un patrimonio in fazzolettini…
le misi una piccola saponettina a forma di fiore, color malva, tra le mani, in mezzo al rosario d’uso, con un’occhiata fulminai chi aveva intenzione di spostarla.
è l’unica cosa che di mio le rimane addosso.
mi manca, ora non posso dire altro.
questo è solo un leggero accenno della sua vita, non sono in grado, ancora, di fermarne i pensieri.
api, solo un anno dopo.
21 Agosto 2009 a 7:47 pm
romaguido
Le belle persone sono una ricchezza: non dobbiamo rammaricarci per la loro scomparsa, ma ringraziare per il tempo che ci è stato concesso di godercele.
Il loro ricordo illumna i nostri pensieri, lasciandoci una sensazione di benessere ed è come se continuassero a vivere in noi, per noi, con noi.
Possiamo dire la stessa cosa di chi impegna il proprio tempo e le proprie energie nel dare fastidio al prossimo?
25 Agosto 2009 a 8:38 am
api
- graffio -
sappia
la marea del tempo
che prenderò
il filo sospeso
e ne farò ricamo
sappia
il vento contrario
che tesserò
l’animo in sfavillare
di stella
rinata in me
sappia
la memoria distante
che è seminata
dentro muschio
nel mio ventre
ne farò gemma
nell’andare
api, ventitre agosto duemilanove.
16 Settembre 2009 a 3:20 am
Zeno Pascal
Mi vergogno. Quasi come un ladro.
Per il fatto di venire qua a scrivere qualcosa.
Son passato, casi della vita, cercando un’immagine per fare uno scherzo ad un’amica.
E…ho trovato di più, molto di più.
Mi piacerebbe poter discutere su qualche programma di messaggistica istantanea [leggi: msn/skype (msn è zenopascal@live.it)] o su fb [il nome è sempre lo stesso.]
Ma questo è un altro discorso, che lascio alla donna l’onore di sollevare.
Rimane il fatto che certe cose mi fan infinitamente bene alla mente.
(Piccola parentesi:
Zeno Pascal è la fusione tra Zeno Cosini, l’ “inetto” che poi tanto inetto non è, psicologo di sè e del mondo, e Mattia Pascal, eliminato dall’ignoranza della società, e libero di crearsi una nuova figura nel mondo, che alla fine, null’altro è che lui stesso, dopo che si è guarito.
Non è una maschera. E’ una parte di me, sorta in reazione alla conoscenza di persone speciali che cercavo da una vita, ma, nel cercare m’ero addormentato. Zeno Pascal è anche la mia sveglia.)
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Un mezzo sogno.
Mezzo nel senso che per metà sa d’esser vissuto e per metà sognato. Ma in realtà è solo sognato e pensato. Fatto per metà ad occhi aperti e per metà ad occhi chiusi.
Un giorno.
Un posto non ben definito. Sembra d’esser nel parchetto dell’Eur, Roma.
Lei. (Oh, eccola che entra su msn. Quanto mi manca.)
Lui.
Lei, lei che aveva trovato l’amore. Mi diceva che fosse quello delle favole, e che non l’avesse saputo vivere a pieno, lasciandosi trasportare nel tradimento. Verosimilmente dall’inesperienza e dall’ “immaturità”.
Lei che era cresciuta, andando contro tutti e contro tutto, in un moto in cui non c’era comunque opposizione ed attrito in quanto riusciva a superare tutto.
Lei e il mondo: due cose separate. Il mondo piatto, lei spessa, speciale, e con quella marcia in più che la rendeva sempre più bella.
Lui, lo zuccone “buffo” di turno. Lui mi diceva di cercare qualcuno che trascendesse sempre i propri limiti, che non si accontentasse mai di sé, seppur pienamente soddisfatto di sé. Lui che credeva nell’amore, che sapeva porlo sotto una diversa veste a tutte le persone che incontrava, voglioso che anche loro ci credessero. Perché nonostante avesse sofferto, in fondo nel cuore ci credeva ancora. Sperava di trovarlo e s’augurava che tutti gli altri lo trovassero e vivessero in armonia con esso.
Anche lei cercava qualcuno che andasse sempre oltre sé, forse l’aveva trovato, forse no.
[Una sera, un urlo disperato, un “mi manchi", si scatenò.]
Lei, per quanto concernesse se stessa, voleva l’amore. Lo cercava in fondo anche lei.
E non è una mia interpretazione. Tu hai ammesso di volerlo e cercarlo. Non l’amore chiamato “amore”, ma l’ amore chiamato “tutto” così come te l’ho posto.
Bene, questo sogno, questa storia è dedicata a te.
Ritorniamo a noi, alla nostra ambientazione, seppur indefinita, in quanto è pur sempre un sogno.
Un pic-nic. A base di cucina cinese.
Aveva preparato tutto lei.
Loro. Loro in pace con sé e con chi avevano di fronte.
Stavano bene, anzi…meglio.
Finalmente.
Finito di mangiare, seppur dopo due ore e dopo aver ripulito un numero indefinito di contenitori, tegliette e simili…
Un’immagine: spaccato di vita d’un momento. Sa di fiabesco. Ma va oltre la fiaba.
Un albero, sotto le cui fronde, alla loro ombra, loro si erano seduti. Schiena appoggiata all’albero, aria di simil-indifferenza a guardarli da lontano ed esteriormente.
Ma in realtà, si guardavano negli occhi, parlavano del tutto e del niente, si alternavano silenzi a sottospecie di comizi e ragionamenti filosofici.
Lui s’avvicina, l’abbraccia dolcemente e gestualmente la invita ad avvicinarsi e a sentirsi serena e rilassata anche fisicamente. Lei accetta, appoggia la testa al petto di lui e si lascia andare.
Altra immagine. La cosa che maggiormente mi dispiace in questo momento è non saper disegnare, per poter rappresentare graficamente le scene. Ma presumo che anche mentalmente rendano bene.
Loro.
[Parlo di loro, perché non sono più due persone distinte. Sono loro, sereni ed uniti assieme sotto tutti i punti di vista ora.]
Lui si lascia andare, si rilassa sempre di più, finisce con l’accoglierla in un abbraccio che sa quasi di culla più che di abbraccio. Lei si stringe a lui.
Lei alza gli occhi verso di lui, cercando, ma senza neanche doverlo cercare, lo sguardo di lui che stava cercando, senza che ce ne fosse bisogno, il suo.
Sguardi che s’incrociano. Lui va verso di lei, lei verso di lui, sempre più stretti. Le labbra si raggiungono.
Ennesima immagine.
Un bacio. Leggero e delicato.
Un bacio in cui labbra s’incrociano insieme ad emozioni forti, ma tenere e delicate al tempo stesso.
Un bacio che sa di morte e resurrezione dello spirito e del cuore. Ed apoteosi.
Un bacio che sa di speciale, di quel sapore che solo le cose speciali hanno.
Un bacio che sa di quell’unica cosa che non si è mai avuta, e che si è sempre rimpianta.
Un bacio che non sa di sesso. Sa d’amore.
Coinvolgimento totale, il mondo circostante scompare del tutto all’improvviso. Già aveva poca importanza il mondo esterno in condizioni standard, ma in questa fase scompare totalmente.
Ecco allora che i cuori iniziano a battere più forte, si scatena quel groviglio di emozioni e sensazioni. E sfocia in una penultima immagine.
Lei sale su di lui, si siede sulle sue gambe, si baciano, le mani e le braccia si muovono, cercano di dare e ricevere piacere, senza che il tutto diventi scontato e vada a finire nel mero atto sessuale.
Ultima immagine.
E rimangono lì.
Il sole inizia a tramontare, dove prima c’era ombra, ora c’è il sole che li bagna, che li fa sentire sempre più vivi e luminosi. E loro rimangono là. Felici del pomeriggio, felici del momento, inconsapevolmente sicuri della durata eterna di quel momento.
E restano, in uno spazio senza spazio e senza tempo, in un tempo senza tempo e senza spazio, dentro di loro, immobili ma in costante movimento, in moto continuo ma fermi, felici.
Ed in tutto ciò, c’è da dire che ora ho finito i miei 3 profiterol che non volevano scongelarsi.

Avevano forse paura d’esser mangiati da te?
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Saluti,
G.
16 Settembre 2009 a 9:47 am
Elle
Ciao Zeno e benvenuto!
Solo per dirti che ti ho letto, con piacere ed interesse, ma prima di risponderti mi prendo un po’ di tempo. Un po’ di tempo per rileggerti con calma e tempo e cura, tutte cose che in questo momento non posso concedermi.
Anche perché di carne al fuoco ne hai messa tanta e non vorrei, per rispondere in velocità, tralasciare invece aspetti importanti dei tuoi due interventi. A presto e grazie.
16 Settembre 2009 a 5:44 pm
Zeno Pascal
Sono abituato.
Il mio tempo scorre più veloce di quello degli altri, ho la capacità di far mio tutto ciò che vedo, vivendo in una realtà parallela che null’ha a che fare con quella degli impegni giornalieri, stressanti e ladri di tempo che si potrebbe dedicare alle emozioni.
Finora non ho mai trovato nessuno con questa mia stessa capacità, e vivo serenamente l’attesa.
Il mio grazie va a te per la splendida risposta, intrisa di significato.
Ps: la carne la vuoi al sangue o ben cotta? *_*
Ciao Elle.
16 Settembre 2009 a 7:48 pm
Elle
Vergognarsi di scrivere qualcosa?!? E perchè mai!
Ti ho letto e riletto ed ho trovato molto originale il tuo scritto, sembra più una sceneggiatura che un testo o un racconto, piacevole.
Ci sono tantissimi modi per raccontare l’amore, o sentimenti affini, il tuo l’ho trovato a tratti ben costruito, in altri forse un po’ troppo costruito, ma dipende da me, che non son molto abituata a questo stile descrittivo-dialogante e che forse tra i meandri del reale, sognato, vissuto o immaginato, mi sono anche un po’ persa, lo ammetto.
Curioso anche il nick che hai scelto, un mix tra La coscienza di Zeno e Il fu Mattia Pascal. Svevo e Pirandello, mica due autori da poco e due personaggi, nelle rispettive storie, altrettanto rappresentative di una realtà multisfaccettata, ma mai mascherata.
Quanto alla comunicazione alternativa che proponi, purtroppo (ma anche per fortuna) non ho tutto questo tempo a disposizione per stare al pc, appartengo alla schiera degli stressati che rincorrono il tempo arrancando, tra un’emozione e l’altra, pur senza realtà parallele.
Tuttavia, ti confesso che, se potessi avere più tempo a disposizione, la messaggistica istantanea non è il mezzo che preferisco. Su msn, skype o similari c’è più interazione è vero, c’è l’immediatezza ed è tutto più veloce, c’è tutto e subito. Ma forse manca (o forse è solo meno presente) una dimensione importante, la profondità, che invece in un contesto come quello del blog, vien fuori da sé. Ma questa è solo una mia sensazione e preferenza, nulla in contrario nei confronti della comunicazione, in qualsiasi modo essa si manifesti.
Grazie ancora per il tuo intervento e a presto rileggerci.
23 Settembre 2009 a 12:50 am
arthur
Come si fa a scrivere che a volte la tristezza è così profonda da lasciare tracce che neanche con la scolorina si riescono a cancellare?
Come si fa a scrivere di cose, di persone, di eventi che sono arrivati senza nessun preavviso, di sensazioni così difficili da spiegare, di matasse ingarbugliate che sembrano fatte apposta per rimanere tali e quali?
Potrei provare a sedermi a tavolino con la testa tra le mani e sforzarmi di far venire fuori ogni cosa che dentro sta troppo stretta, ma l’idea mi fa sorridere, perché ho l’impressione che se riesco a buttar fuori delle cose, altre si presentano all’appello, inesorabile complicazione, ahimè, sarebbe un po’ come il vaso di Pandora, che ogni volta che lo apri, spunta fuori un nuovo male, ogni volta che lo smuovi, rimescola il contenuto e poi rinasce.
Tristezza, malinconia per un male che alle volte non ha nome, che magari si presenta sotto forma di egoismo, di paura che attanaglia al punto da far sentire la carne abbarbicata alle ossa, che, se ci pensate, recita poi sempre la stessa melodia, un contrabbasso, un violoncello, uno stridore di note senza partitura, suonate solo per il gusto di sentirsele scivolare addosso.
E la cosa più comica, è che di tutto questo non ne ho certezza.
‘notte!
23 Settembre 2009 a 9:55 am
Elle
Caro Arthur, bella la tua buona notte, anche se per me ora è buongiorno!
E tu dirai: “ma che cazzzz dice? bella??? ma se parlo di tristezza e malinconia, per un male (addirittura un male!) che alle volte non ha nome…”
Sì bella, perché oltre ad essere scritto bene questo male, è anche ben descritto, quindi non chiedere come si fa, perché l’hai appena fatto.
La prima cosa che mi è venuta da chiedermi dopo una prima lettura è stata, dov’è finito il proverbiale sorriso sulle labbra di Arthur, quello che tante volte ci hai raccontato, quello con cui ti svegli al mattino e che conservi per l’intera giornata e non solo, quello che regali a piene mani a chiunque ti si avvicini?
E’ servita una seconda e terza lettura per avere la risposta.
E’ sempre lì, al suo posto.
Perché nemmeno quello (il sorriso) puoi cancellare con la scolorina, così come non puoi farlo con certi giorni o certe parole o certi pensieri fatti di matasse ingarbugliate che non si dipanano mai.
E non puoi farlo nemmeno con quelle note che continuano a suonare in sottofondo.
E allora tu lasciale suonare, ma come sottofondo, appunto.
Non farne la tua musica, perché non ti appartiene.
‘giorno!
23 Settembre 2009 a 5:48 pm
romaguido
Il commento si è volatilizzato; in sostanza vi facevo i complimenti e consigliavo di lasciar decantare dentro al vaso quel groviglio di sentimenti che provoca il magone. In men che non si dica ogni cosa troverà la sua giusta posizione e il sorriso tornerà a risplendere più radioso che mai. In bocca al lupo!
26 Settembre 2009 a 6:43 pm
api
-Impotenza-
astruse immagini
sovrappongo
con tracce e vapore
di pioggia e bufera
stillando immobile
come di nuova
grata,
spicchi di ruggine.
Potrò mai sollecitare
urlo
nel venire puro
forte
quando il silenzio
si spanderà, lancinante,
su fogli bianchi.
battendo pugni stretti
su porta chiusa,
serrata a rimandi
d’ultimo giro di chiave
oliata e ferma
su memoria fusa
del dolore interrotto.
strappandomi trame
di gesti sognati,
chiusura in/definita,
tempo in/diviso.
api, settembre duemilanove
27 Settembre 2009 a 8:08 pm
Elle
Come sempre mi togli il fiato con i tuoi versi sincopati, api!
Bella che sei…
27 Settembre 2009 a 8:24 pm
api
ma che bella, elle! è saltata la trifase…vado a due, ultimamente, per giunta alternate
comunque, un grande morbido abbraccio pour toi!
28 Settembre 2009 a 5:05 pm
arthur
Api, bello questo tuo settembre 2009, “Impotenza”… e se permetti, un grande, morbido abbraccio pour toi!